di Chiara GRAZIANI
Due affacciate di finestra, in mezzo una settimana di choc, attesa, preoccupazione e, alla fine, sollievo.
Papa Leone, esattamente una settimana dopo aver annunciato al mondo la malattia che l’ha portato ad operarsi il 13 ottobre per un tumore maligno, è tornato ad affacciarsi alla finestra del palazzo apostolico il 18 ottobre, davanti ad una folla straboccante per l’Angelus domenicale.

Il Papa ce l’ha fatta: si vede ad occhio e lo garantiscono i medici. Tornerà “gradualmente” a tutte le sue attività. Incluso il tanto desiderato viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù.
Appena una settimana fa il mondo tratteneva il fiato e nelle cancellerie si rimescolavano carte ed aspettative: l’uomo della pace, la sola voce che si sia conquistata ascolto e legittimità trasversali sulla scena internazionale nelle convulsioni crepuscolari della superpotenza Usa – per inciso un uomo dall’immagine sana, resiliente, sportiva – era, inaspettatamente, malato. Neppure il tempo di annunciare il ricovero che già, dentro e fuori le sacre mura, si parlava di “pontificato depotenziato”.
Nulla muove tante forze uguali e contrarie, in bene ed in male, come il solo dubbio di una malattia del Papa, qualunque papa: Prevost, poi, non solo è l’uomo della “pace disarmata e disarmante”, invocata dal primo minuto di pontificato. E’ anche l’avvocato del diritto internazionale sotto attacco esiziale, la voce che chiede incessantemente il disarmo dell’intelligenza artificiale e la costruzione di un ordine globale che non sia l’ossatura di un sistema militar-finanziario dove il progresso tecnologico semina “aridità e conflitti” invece di servire la dignità di ogni uomo.
Prevost chiama la corsa al riarmo “illusione”, denuncia le “scelte politiche” che la considerano una necessità ineluttabile ed è determinato, come ha ricordato durante il viaggio apostolico in Francia, a non lasciar confinare la Chiesa nel recinto dell’”irenismo” per anime belle, contrapposto ad un sedicente realismo militarista: l’orizzonte per tutta la famiglia umana, cristiana o non cristiana, per lui è la giustizia sociale che deve passare per il superamento di un ordine globale che ha trasformato pane e acqua in prodotti finanziari e che ha innestato il pilota automatico dell’IA verso la guerra mondiale.
Pietra di scandalo e termine di contraddizione, dunque, papa Prevost. Soprattutto in un momento storico in cui il disagio per la rottura del patto sociale fra le democrazie europee e la società civile riempie drammaticamente e caoticamente le piazze, da Madrid a Parigi, in cerca di un luogo in cui trovare ascolto e pacificazione. Una situazione simile, agli inizi del ‘900, precipitò l’Europa nella prima guerra mondiale, l’”inutile strage” che oggi, ha detto il Papa, si sta ripetendo.
Un Leone “depotenziato” di certo sarebbe stata un’ottima notizia per chi non lo ama (il presidente Usa Trump lo ha attaccato di persona – e per bocca d’altri – moltissime volte, talvolta con brutalità, ricevendo la celebre risposta “io non ho paura”). Ma, nella circostanza della malattia, è emerso che questo pontefice ha effettivamente carte da giocare e le ha giocate dal decimo piano del policlinico Gemelli. Senza mai lasciare di fatto il timone – fatti salvi i 90 minuti sotto anestesia – ha anche avuto, il 16 ottobre, una conversazione telefonica molto significativa con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin.

Non solo ha chiesto tregua e corridoi umanitari per la popolazione di Oleshky, nella regione di Kherson, circa 2mila persone affamate e stremate dall’assedio russo, ma ha anche ribadito che la Santa Sede continuerà a adoperarsi per mediare una soluzione di dialogo e pace. Ha trovato la disponibilità del presidente russo ad aiuti umanitari alla popolazione che, ha detto Putin al Papa, sarebbe ostaggio non dell’esercito di Mosca ma della reazione delle forze ucraine. Inoltre, distinguo a parte, una nota del Cremlino ha assicurato la volontà di “proteggere la popolazione ed organizzare aiuti umanitari” secondo le richieste del Papa dal Gemelli.
Non è ancora la disponibilità ad accettare il Vaticano come territorio neutro per un dialogo di pace duratura (disponibilità offerta da sempre, anche pubblicamente, dal Papa e finora sempre rifiutata). Ma di certo un nuovo, e rafforzato, “apprezzamento” della postura e dell’azione del Vaticano e dei suoi inviati, il cardinal Matteo Zuppi e monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati.
Non importa chi abbia alzato il telefono per primo fra Putin ed il Papa, non è stato rivelato e non lo sarà. Il canale, quel che conta, è aperto e i russi, nella circostanza della malattia del Papa, hanno fatto sapere che intendono tenerlo vivo. Di certo a Mosca, ma anche a Kiev, non sorrideva l’idea di un “pontificato depotenziato” che s’era levata in volo nel tempo di un respiro. E forse la circostanza della malattia avrebbe potuto offrire una scappatoia a Donald Trump, sempre più nelle sabbie mobili del pantano iraniano nel quale si è testardamente cacciato, destabilizzando l’economia planetaria in un modo che potrebbe rivelarglisi fatale. Trovare un mediatore al di sopra delle parti potrebbe essergli di grande aiuto, ma il presidente Usa, che non ha mai telefonato al Papa neppure per la sua elezione e non ha partecipato alla sua Messa di avvio pontificato, non sembra in grado di chiedere aiuto. E non è una buona notizia per nessuno.
La buona notizia è che Leone c’è e non s’è mai fermato. Ci si consenta una nota. Oggi Prevost porta la stessa menomazione, rimozione di un lobo polmonare destro, che portava Francesco, “l’amato predecessore”. Quasi una stimmata nelle carni, che Bergoglio portava per un drammatico intervento salva-vita subito all’età di 21 anni e che non gli ha impedito di essere eletto, a 78 anni, alla guida della cristianità cattolica e di guidare la Chiesa di nuovo verso il mondo e le sue piaghe da curare. Un cammino duro, non indolore, costellato di inimicizie e resistenze ma rivoluzionario. La suggestione c’è. Prevost, risanato, porta ora il segno di Francesco.
Chiara GRAZIANI Roma 18 Ottobre 2026
