di Enrico DA GAI
Pubblichiamo con molto piacere questa importante relazione dell’Architetto Enrico Da Gai sul restauro e il ristabilimento delle coloriture storiche riguardanti Palazzo Pamphilj, sede dell’Ambasciata del Brasile in Piazza Navona. L’architetto De Gai è storico dell’architettura e svolge attività professionale a Roma nello Studio Da Gai di cui è titolare, principalmente nel campo del restauro monumentale e storico artistico, disciplina che ha insegnato come professore incaricato presso la facoltà di Architettura della Sapienza dal 2005 al 2010. Ha progettato e diretto numerosi restauri, sistemazioni archeologiche e urbane tra le quali l’ex convento di san Francesco a Deruta (PG) adibito a Museo regionale della Ceramica umbra (con M. Manieri Elia), i palazzi Zuccari e Stroganoff della Bibliotheca Hertziana, la ricostruzione della Bibliotheca (con J. Navarro Baldeweg), il Borgo e il Castello di Santa Severa (RM), l’ex Commenda dei Cavalieri di Malta a l’Aquila, la collegiata di san Giovanni a Macerata, villa Aldobrandini a Monte Magnanapoli. E’ altresì autore di numerosi saggi e articoli sulla cultura architettonica del Seicento e del Settecento a Roma, con particolare attenzione alla storia urbana. Ha progettato il recente restauro delle facciate della Galleria Borghese e dal marzo 2024 è impegnato a palazzo Pamphilj di piazza Navona sede dell’Ambasciata del Brasile dove ha diretto il restauro degli affreschi delle sale del piano nobile e della Galleria di Enea; nello stesso palazzo ha in corso il recupero delle coloriture originarie delle facciate la cui conclusione si prevede entro il 2026. Con questo saggio inizia la sua collaborazione con About Art
Roma Palazzo Pamphilj – Ambasciata della Repubblica Federativa del Brasile
Restauro e ristabilimento delle coloriture storiche
Sintesi stato di fatto
Palazzo Pamphilj, fino all’anno 2000 era caratterizzato da una coloritura rossiccia, tipica degli interventi che dall’Ottocento del secolo scorso si applicavano indifferenziatamente su moltissimi palazzi di Roma.

Nell’anno 2000 le facciate del palazzo subirono un intervento di restauro nel quale si mise in atto il tentativo di riconferire le coloriture ritenute originarie.

L’intervento venne pubblicato nella rivista della Soprintendenza per i beni Architettonici e il Paesaggio di Roma: A. Cyrillo Gomes, Il restauro delle facciate del Palazzo Pamphili a piazza Navona, in Monumenti di Roma (MdR), Anno IV, Numero 1/2 – Gennaio/Dicembre 2006, pp. 117 -131), dove sono puntualmente descritte le considerazioni messe in atto per stabilire le colorazioni da applicare e la decisione a p. 32 (qui sotto a destra) di non seguire i colori originari risultanti dalle ricerche e analisi effettuate:
Nel testo della pubblicazione è chiaramente espresso il mancato perseguimento della coloritura originaria e la considerazione che la coloritura dei fondi, a lavori completati sarebbe dovuta essere maggiormente scura
Le modalità esecutive dell’epoca non diedero prova di stabilità rispetto all’esposizione in ambiente esterno e dopo pochi mesi il colore azzurro tenue è virato in un rosa chiaro, coloritura che ha caratterizzato per oltre vent’anni il Palazzo: per tutto questo periodo di tempo il colore dei fondi murari, rispetto all’Ordine architettonico, si è quindi trovato, come si vede nelle riprese fotografiche, in analogia coloristica.
La facciata ultimata alle pp. 128 e 130 della medesima pubblicazione

Il colore e la decorazione nell’intervento attuale
Le opere di restauro intraprese su palazzo Pamphilj dall’Ambasciata del Brasile a partire dal marzo 2024 impongono di rappresentare le ragioni delle scelte operate, tutte, è bene affermare fin dalle premesse, su presupposti scientifici e storico architettonici che, come si vedrà in avanti, si sovrappongono completamente integrandosi vicendevolmente.
I sondaggi, le analisi e i rilevamenti effettuati in diversi punti della facciata di palazzo Pamphilj hanno consentito di determinare, grazie soprattutto, ma non solo, a quanto rinvenuto in una porzione di facciata interna all’originaria Loggia successivamente occultata da un soppalco, le coloriture, le decorazioni e l’effetto architettonico ricercato dall’architetto esecutore del palazzo; in questa parte superstite si sono conservate porzioni completamente rappresentative delle superfici, dei colori e degli apparati decorativi.

In particolare, emerge in modo preponderante il ricercato contasto tra impaginato architettonico e fondi attraverso un duplice effetto: il primo determinato dal colore, bianco per l’impaginato architettonico e azzurro intenso per i fondi (denominato «color d’aria»); il secondo ottenuto grazie allo scontornamento, con piccolo pennello, di tutti i bordi delle parti di fondo con colore blu (denominato «turchino»).

L’effetto cromatico di forte contrasto venne quindi accentuato in tutti i modellati decorativi fogliami, cornici, sporti, etc. con un colore grigio scuro molto vicino al nero («tinta negra»).
Tali effetti cromatici sono stati rinvenuti e minuziosamente esaminati per individuare le coloriture originarie e l’effetto cromatico ricercato.

L’estesa letteratura sull’argomento, oltre all’esperienza sul campo, consente di affermare che se si tratta di considerare il contrasto tra parete di fondo e impaginato architettonico, ci si trova certamente in una situazione di piena aderenza ai criteri ricercati dagli architetti, non solo dell’epoca storica in questione, ma da princìpi architettonici di gerarchia affermati con continuità nella Storia edificatoria: Ordine architettonico – Parete muraria di fondo.
A questo proposito corre l’obbligo di citare quanto affermato dal prof. Giuseppe Zander fin dal convegno di Roma del 25-27.10.1984, dal titolo «Intonaci e coloriture degli edifici storici» (supplemento n. 1 del “Bollettino d’arte”, 6, Ser. 71, 1986, 35/36):
«nella rinnovata coloritura degli edifici dei secoli passati molti errori dipendono da un solo fatto: oggi non sono più compresi l’essenza e la funzione dell’ordine architettonico».
Il chiaro riferimento è all’appiattimento dell’impaginato architettonico dovuto alle coloriture del genere “tono su tono” tra ordine architettonico e parete di fondo.

Qui, tuttavia, emerge un elemento unico, come rappresentato nelle fotografie sopra riportate: tutte le linee di contatto tra ordine architettonico e fondi sono accentuati secondo un magistero esecutivo del tutto singolare e ad oggi mai riscontrato nelle caratteristiche, come abbiamo visto sopra: lo scontornamento di ogni fondo con colore scuro, di fatto un’ombreggiatura ottenuta artificialmente. Ma ancor più sorprendente è l’accentuazione di tutte le ombre effettive ottenuta attraverso l’iscurimento delle pieghe interne ai modellati.

Gli effetti sono quelli che si riscontrano nelle riprese fotografiche qui riportate (come anche in molti dei dipinti che riproducono il palazzo del XVII secolo).
Da un punto di vista del giudizio storico architettonico una tale raffinatezza di esecuzione, che evidentemente rappresenta il portato di un preciso ricercato effetto, deve indurre a riflessioni sul possibile esecutore.
I risultati di tali riflessioni chiamerebbero in causa con forza una figura molto attenta ai dettaglie e agli effetti percettivi dell’architettura e noi sappiamo che Francesco Borromini, certamente aveva tali caratteristiche e che subentrò nel cantiere a Girolamo Rainaldi; molti disegni e opere presenti nel palazzo sono infatti documentalmente di sua mano.
Il dato resta incerto fino a nuove ricerche che possano attribuire con certezza chi ha stabilito questi dettagli esecutivi, ma possiamo qui esprimere una considerazione: del Rainaldi non abbiamo una conoscenza tale da potergli attribuire quanto sopra descritto, ma abbiamo una profonda conoscenza delle capacità di rappresentazione dell’architettura di Borromini, sia attraverso le sue opere e soprattutto sappiamo, grazie all’Opus architectonicum, la sua capacità nelle tecniche di cantiere e nel guidare nel dettaglio le mani degli operai durante l’esecuzione delle opere. È così pertanto riscontrabile nel palazzo Pamphilj, nelle parti studiate e pubblicate, nei suoi disegni conservati presso la Vaticana o all’Albertina per il Palazzo, come in quelle parti che rappresentano ancora un campo tutto da indagare, ma il dettaglio architettonico raffinato e ricercato indurrebbe a chiamarlo direttamente in causa.
Tornando alla coloritura originaria del Palazzo, quanto qui rappresentato che è il portato delle ricerche e approfondimenti messi in atto, non sembra possano essere avanzati dubbi sul fatto che si trattasse, in questo specifico caso, di un «color d’aria» piuttosto intenso, in grado di staccare decisamente il colore della parete muraria dall’Ordine architettonico: accentuato pure dall’artificio dello scontornamento descritto.

L’architettura
Il complesso Pamphiliano di piazza Navona è interpretabile attraverso la semplice osservazione della sua estensione geometrica rispetto alla piazza; dimensione ampliata idealmente e materialmente, ma sarebbe più appropriato affermare “annessa allo scenario del palazzo”, dalla Fontana al centro di essa. Sempre in questa ottica di rappresentazione di dominio del “complesso panfiliano”, le iniziative di allontanamento del mercato dalla piazza rientrano in questo evidente progetto di fare della piazza lo scenario del potere papale e della famiglia che lo esprime.

Ma dall’osservazione attenta del prospetto del Palazzo sulla Piazza, soprattutto attraverso i molti dipinti che la rappresentano, emerge una lettura che le condizioni proprietarie attuali e manutentive nel tempo non hanno reso e non rendono facile, soprattutto per le alterazioni, in altezza, delle linee di gronda dei fabbricati che vi si affacciano come evidente nelle due immagini che seguono.

Attualmente, l’attribuzione che al nostro tempo facciamo del papa e del papato è quella di carattere religioso. Ma fino al 1860 e poi 1870 per quanto riguarda Roma, il Papa rivestiva un duplice ruolo: Capo della chiesa, vicario di Cristo in terra e Re dello Stato pontificio. Se osserviamo il prospetto del Palazzo sotto questa ottica esso incarna e affianca proprio questi due ruoli attraverso le due emergenze della linea sommitale del complesso panfiliano: la chiesa con la sua cupola a destra e l’altana del palazzo a sinistra: due emergenze affiancate del potere spirituale e di quello temporale, con l’appartamento di Innocenzo X, proprio a cavallo dei due, sotto il campanile di sinistra.

Il complesso panfiliano domina quindi la Piazza, scenario inequivocabile del potere papale e della famiglia Pamphilj, come di tutta evidenza in questo altro dipinto di Giovanni Paolo Pannini.

Conclusioni
Sebbene quanto esposto sia stato espresso in estrema sintesi, emergono chiaramente due temi che si pongono come stringenti: il primo relativo al dato tecnico della coloritura scientificamente rilevato; il secondo quello del rapporto del palazzo con la piazza.

Per quanto riguarda il primo aspetto, è stato ritenuto di rispettare il dato coloristico rilevato e certo e di proporlo per quanto possibile. Tale indirizzo di scelta si è posto come imprescindibile alla luce della chiara comprensione degli intenti architettonici dell’originario progettista, che sia il G. Rainaldi o molto più probabilmente il Borromini, con la documentata regìa del cardinale Virgilio Spada costantemente alla guida di ogni scelta del cantiere.
La differenziazione tra ordine architettonico e parete di fondo del prospetto, come sopra autorevolmente rappresentato nella citazione riportata, coincide pienamente anche con una corretta lettura storico architettonica, molto spesso trascurata a vantaggio del gusto del momento, sensibilità e percezione del restauratore.
Il secondo aspetto rafforza in modo imprescindibile quanto appena detto alla luce del “ruolo politico del palazzo sulla scena urbana” e dell’annessione nemmeno tanto ideale della Piazza Navona al complesso panfiliano. In tale ottica, inaccettabile sarebbe stata la scelta di accompagnare, secondo gusto personale, i tenui colori di pura invenzione, anche molto scoloriti esistenti sulla parte del prospetto di altra proprietà. Oltremodo inaccettabile sarebbe stato un tentativo di accompagnamento-accostamento coloristico a quelli dei palazzi prospettanti sulla piazza, quasi tutti privi dell’autorevolezza architettonica tale da potersi porre in rapporto con la rappresentazione politica e architettonica del complesso panfiliano: giusto è che gli altri prospetti sulla piazza, fortemente parcellizzati, costituiscano la restante bordatura urbana per ciò che rappresentano, senza che essi possano fornire modello per il ‘Protagonista’ della scena urbana.
La squadra che sta operando nell’attuale restauro ha fatto prevalere il valore architettonico, quello scientifico-disciplinare e quello della Storia e ha ritenuto di mettere da parte ogni valutazione soggettiva che pure spettano al restauratore, in mancanza di quegli elementi che qui si pongono come imprescindibili ( 2 ) .
In conclusione, per usare un’espressione tanto popolare e corrente, quanto del tutto estranea alla Disciplina storica e del Restauro, ossia quella di riportare “il palazzo all’originario splendore”, è del tutto fuori luogo. Si è trattato di rispettare, invece, criticamente e con una lettura storico-documentaria e scientifica appropriata come si spera di aver rappresentato, un capolavoro architettonico che chiamerebbe anche in causa con tutta la sua autorevolezza un protagonista assoluto del Barocco e dell’architettura come Francesco Borromini, un palazzo tra i più importanti della Città, uno scenario urbano unico.
Gli autori di questo intervento, devono sentirsi da una parte privilegiati per esprimere la propria professionalità su questo capolavoro e da un’altra investiti della massima responsabilità diciplinare e civica.
Enrico DA GAI, Roma, 30 Agosto 2026
NOTE






