redazione
Il clamoroso furto del Polittico di Antonello da Messina avvenuto lo scorso Agosto al Museo della città (MuMe) ha spostato l’attenzione del grande pubblico non solo sul malaugurato fatto di cronaca ma anche, in buona misura, sull’artista che se tutti gli addetti ai lavori considerano da sempre uno tra i massimi pittori pre rinascimantali al mondo, non così per la grande delle persone, anche tra quelle interessate solitamente all’arte e ai suoi protagonisti. Sui possibili motivi del furto, sulle eventuiali responsabilità e in genere sul lato della cronaca molto è stato già scritto, ed è quindi ormai il caso di aspettare che gli apparati investigativi facciano il loro lavoro affinchè si arrivi al ritrovamento del capolavoro sottratto. Ci interessa conoscere invece a questo punto quale sia ora l’apprezzamento per l’artista peloritano, se sia ora maggiore e fino a che punto l’attenzione verso la sua arte, se se ne comprendono i significati soprattutto a livello di massa, specie tra i suoi concittadini. Per questo abbiamo rivolto alcune domanda alla dott.sa Valentina Certo, studiosa messinese, autirce di numerose pubblicazoini, oltre che nostra valorosa collaboratrice, già peraltro interrogata sull’evento dal Guardian a ridosso del furto.
– Antonello da Messina è considerato un protagonista assoluto del Quattrocento: quali sono gli elementi che rendono così originale e innovativa la sua pittura?
R: Antonello da Messina è stato uno dei grandi protagonisti del Quattrocento italiano. La sua importanza consiste nella capacità di mettere insieme due mondi apparentemente diversi: l’attenzione fiamminga per la luce, per i dettagli e per la resa quasi tattile delle superfici e la costruzione dello spazio, la prospettiva, la solidità e monumentalità delle figure proprie del Rinascimento italiano. Sia la sua città natale Messina, che la sua formazione a Napoli, nella bottega di Colantonio, furono determinanti nel suo percorso artistico. Napoli era all’epoca un importantissimo crocevia culturale e commerciale e gli ha permesso di entrare in contatto anche con la pittura fiamminga. Antonello sviluppò un linguaggio personale, attraverso l’uso della pittura a olio e attraverso una straordinaria capacità di utilizzare la luce per costruire i volumi e, soprattutto nei ritratti, per dare profondità psicologica ai volti. Nei suoi ritratti la figura è generalmente rappresentata di tre quarti, su un fondo scuro, dal quale il volto emerge con grande forza.

Questa scelta concentra tutta l’attenzione sull’espressione e sullo sguardo e permette ad Antonello di costruire una vera indagine psicologica del personaggio. Lo vediamo molto bene nel Ritratto d’uomo della National Gallery, a Londra, tradizionalmente considerato un possibile autoritratto dell’artista.
A Londra si conserva anche San Gerolamo nello studio, un dipinto piccolissimo ma straordinariamente ricco di dettagli. In uno spazio costruito con grande rigore prospettico, Antonello inserisce libri, oggetti, architetture, animali e variazioni di luce con una precisione quasi fiamminga, riuscendo però a dare alla figura di San Gerolamo una solidità e una monumentalità pienamente rinascimentali.
Ammirare i ritratti di Antonello significa instaurare un dialogo diretto con l’opera. Ad esempio, nel Ritratto d’uomo del Museo Mandralisca di Cefalù, grazie alla luminosità del volto, resa con lievi sfumature, e alla gamma esigua di colori utilizzati per l’abbigliamento, l’attenzione è tutta incentrata sullo sguardo e sul sorriso enigmatico dell’uomo.

Il volto del marinaio ispirò uno dei più grandi successi dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo: “Il sorriso dell’ignoto marinario”; pubblicato per Einaudi nel 1976.
«Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà».
Nel ritratto Trivulzio, datato 1476 e conservato a Torino nel Museo Civico di Arte Antica, la figura umana, dalla solida volumetria formale tipicamente rinascimentale, viene esaltata dall’utilizzo della luce e dalla resa dei particolari.

L’uomo dalla forte carica psicologica, dallo sguardo fiero ed orgoglioso, sembra cercare un contatto con lo spettatore che, con la presenza della cornice e del cartiglio di derivazione fiamminga, diventa sempre più misterioso.
– Tra le opere di Antonello ancora conservate in Sicilia, quale ritiene più significativa per comprendere la sua arte e il suo legame con la terra d’origine? E quanto è importante, in questo senso, riscoprire il valore del Polittico di San Gregorio e della tavoletta bifronte?
R: Le opere di Antonello ancora conservate in Sicilia costituiscono un patrimonio straordinario e molto raro. In Sicilia si conservano l’Annunciata a Palazzo Abatellis a Palermo, il Ritratto d’uomo al Museo Mandralisca di Cefalù e, a Siracusa, a Palazzo Bellomo, l’Annunciazione, datata 1474.

L’Annunciata, realizzata intorno al 1475, è una delle opere più rappresentative e significative di Antonello da Messina.
Il piccolo dipinto a olio, oggi conservato presso la Galleria di Palazzo Abatellis di Palermo, introduce una concezione della pittura nuova per l’epoca. La scena raffigura la Vergine Maria mentre legge, colta nel momento in cui riceve l’annuncio dell’angelo, che rimane fuori campo. Antonello sceglie così di rappresentare non l’episodio nella sua interezza, ma la reazione di Maria alla presenza dell’interlocutore invisibile. Il volto della Vergine, incorniciato dal manto blu, è rivolto verso l’angelo, mentre le mani raccolte in un gesto di pudore contribuiscono alla compostezza della figura. Particolarmente significativa è la mano in primo piano, costruita attraverso una prospettiva che sembra quasi creare una distanza tra Maria e chi le sta di fronte.
A Messina sono state trafugate il Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte. Il Polittico è stato realizzato nel 1473 ed è firmato e datato da Antonello, così come si nota nel cartiglio. Originariamente era composto da più tavole: la tavola centrale superiore è andata perduta durante il terremoto del 1908. Le cinque tavole superstiti comprendono al centro la Madonna con il Bambino, affiancata da San Gregorio e San Benedetto, mentre nella parte superiore sono rappresentati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata.

È un’opera straordinaria anche per la quantità e la precisione dei dettagli. Nella tavola centrale Antonello rappresenta il corallo rosso, le ciliegie che il Bambino tiene tra le mani, le rose e i particolari degli abiti e degli oggetti liturgici. Sono dettagli che rivelano la sua attenzione di matrice fiamminga, ma inseriti in una costruzione spaziale e volumetrica pienamente rinascimentale. Il Polittico è realizzato in tempera grassa su tavola, ma Antonello utilizza in modo magistrale anche l’olio su tela, ottenendo quella luminosità e quella profondità cromatica che diventeranno una delle caratteristiche più riconoscibili della sua pittura.


L’altra opera messinese, la tavoletta bifronte, presenta la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione su un lato e il Cristo in Pietà sull’altro. Si tratta di una piccola opera di enorme interesse, databile alla seconda metà degli anni Sessanta del Quattrocento, acquistata dalla Regione Siciliana nel 2003 all’asta da Christie’s.
Le due opere messinesi hanno un valore che va molto oltre quello economico: documentano un momento decisivo della pittura europea e testimoniano il rapporto profondo di Antonello con la sua terra d’origine.
– Il furto dell’ormai famoso Polittico al Museo Regionale di Messina– oltre che un grave danno al patrimonio artistico – potrebbe produrre secondo te anche problemi dal punto di vista culturale più generale? cioè potrebbe comportare anche una progressiva perdita d’interesse e d’attenzione verso i nostri beni da parte del pubblico?
R: Sì, e anzi il rischio esiste, ma può verificarsi anche il contrario: un episodio così grave può diventare un’occasione per riaccendere l’attenzione sul patrimonio culturale. Quando un’opera viene sottratta da un luogo deputato a custodirla e valorizzarla, può nascere nel pubblico un senso di distanza, di sfiducia o, peggio ancora, di disinteresse verso beni che spesso vengono percepiti come qualcosa di lontano dalla vita quotidiana. Credo però che proprio per questo sia importante reagire. Un episodio così grave può diventare, al contrario, uno stimolo a riscoprire il valore delle nostre opere e dei nostri musei. L’attenzione che il furto ha suscitato – devo essere sincera, anche inaspettata – dimostra che il patrimonio non è affatto indifferente ai cittadini: occorre trasformare questa attenzione in partecipazione, conoscenza e consapevolezza.
– Alla luce delle modalità con cui è avvenuto il furto, dei dubbi sul sistema di sicurezza e dell’eccezionale valore delle opere sottratte, che cosa ci dice questa vicenda sulla necessità di ripensare concretamente la tutela del nostro patrimonio culturale e, soprattutto, come si potrebbe evitare che episodi simili non si ripetano?
R: Il furto è avvenuto la sera di Ferragosto, il 15 agosto, intorno alle 21.50, proprio mentre Messina era immersa nelle celebrazioni della festa dell’Assunta, uno dei momenti di maggiore affollamento e partecipazione della città per la processione della Vara. I ladri sono riusciti a entrare nel museo e a sottrarre le cinque tavole superstiti del Polittico e la tavoletta bifronte. Il furto si è consumato in pochi minuti. Durante la fuga com’è notoo due delle cinque tavole del Polittico sono state abbandonate nelle vicinanze del Museo e sono state recuperate grazie alla segnalazione di cittadini che le hanno viste e hanno avvertito le forze dell’ordine. Le due tavole abbandonate sono quelle laterali con San Gregorio e San Benedetto. L’allarme del museo è scattato, ma la dinamica del furto pone interrogativi seri sull’effettiva capacità del sistema di sicurezza di impedire l’accesso, riconoscere tempestivamente la sottrazione delle opere e garantire una risposta immediata. Credo che questa vicenda debba portare a un rafforzamento concreto della sicurezza dei musei siciliani: sistemi tecnologici più avanzati, ma anche personale adeguatamente formato e specializzato nella tutela del patrimonio culturale. Quando si custodiscono opere di questo valore, la presenza e la preparazione degli addetti alla vigilanza sono essenziali.
Ma ci sono molti dubbi: secondo quanto letto in questi giorni, la porta laterale da cui sono entrati i lati sembrerebbe priva di allarme, come mai? Questa circostanza pone altri interrogativi, non soltanto sulla possibile complicità di uno dei custodi come si vocifera sulla stampa ma anche sulle modalità. Il furto si sarebbe consumato in pochi minuti, addirittura tre. Chi conosce il Museo sa bene che è quasi impossibile asportare le cinque tavole del Polittico in un tempo così irrisorio, considerato il sistema di conservazione e sicurezza dell’opera (sistema accuratamente studiato e pensato per un’opera molto fragile e di eccezionale importanza).
Antonello da Messina era già particolarmente sotto i riflettori in Italia, perché proprio quest’anno, nel 2026, lo Stato italiano ha acquistato un altro suo capolavoro, l’Ecce Homo, destinandolo al patrimonio pubblico. Le opere rubate a Messina sono di enorme valore storico e artistico, quindi impossibili da collocare facilmente sul mercato, perché sono studiate, conosciutissime, catalogate e immediatamente riconoscibili. Per questo non escluderei che possa trattarsi di un furto finalizzato a un utilizzo clandestino delle opere, ma saranno le indagini a stabilirlo.
Quanto alla possibilità che rimangano sottratte al pubblico, mi auguro sinceramente di no. Credo che debbano essere recuperate e restituite alla fruizione pubblica, perché non sono semplicemente beni di grande valore economico: sono opere fondamentali per la storia dell’arte, per l’identità storica e culturale e appartengono alla memoria culturale collettiva.
– Su questo riprovevole evento si è detto ormai molto; lasciando a chi di dovere gli ulteriori accertamenti investigativi, soprattutto nella speranza che al più presto il capolavoro venga recuperato, ti chiedo: c’è consapevolezza nella città dell’affronto -posso dire così- subito? E quale reazione hai avuto personalmente, da messinese, alla sparizione di un capolavoro dal Museo che con le opere di Antonello, di Caravaggio e di altri grandi artisti era il fiore all’occhiello di Messina?
R: Credo che in città ci sia piena consapevolezza dell’affronto subito, soprattutto da parte dei cittadini, che hanno percepito quanto questo episodio abbia colpito l’intera comunità. Proprio il 30 agosto èstata organizzata una visita al museo, come segno di vicinanza e di attenzione verso un patrimonio che appartiene a tutti. Anche la stampa locale ha dato ampio risalto alla vicenda, contribuendo a mantenere alta l’attenzione e a sottolineare il valore di ciò che è stato sottratto. Penso sia una perdita enorme innanzitutto per l’identità storica e culturale di Messina e della Sicilia.
Nel caso del Polittico di San Gregorio c’è poi una dimensione particolare: è un’opera realizzata per Messina che ha attraversato quasi cinque secoli di storia della città, sopravvivendo a vicissitudini straordinarie, compresi i terremoti del 1783 e del 1908. Dopo il terremoto del 1908, che devastò Messina, il Polittico riportò danni importanti e fu sottoposto a importanti interventi di restauro. È quindi un’opera estremamente delicata, che è arrivata fino a noi dopo una storia conservativa molto complessa. Da esperta di didattica dell’arte e di educazione alle nuove generazioni, penso immediatamente anche ai ragazzi, proprio perché credo che la conoscenza degli artisti e delle opere debba essere costruita fin dall’infanzia. La scomparsa di queste opere significa oggi interrompere anche questo rapporto diretto con il patrimonio.
Per il mondo dell’arte la perdita è altrettanto grave, perché nel mondo c’è un numero esiguo di opere di Antonello e ogni opera è una testimonianza rarissima.
– Come dovremmo presentare ai più giovani, specie nelle scuole, la vita e l’opera di Antonello da Messina?
R: Senza dubbio è fondamentale, soprattutto con i più giovani, partire dall’esperienza estetica, cioè dalla possibilità di entrare in rapporto diretto con l’opera nei musei: osservarla da vicino, scoprirne la tecnica, la luce, i colori e i piccoli dettagli che spesso sfuggono a una visione superficiale. È un modo per trasformare la conoscenza dell’arte in un’esperienza concreta e personale.

Per avvicinare i più giovani ad Antonello credo sia importante trovare un linguaggio capace di coinvolgerli e di far sentire loro l’artista vicino. Ho avuto modo di verificarlo anche durante gli incontri con i ragazzi al Museo Regionale di Messina, dove ho riscontrato molto interesse e grande curiosità. È proprio ciò che ho cercato di fare nel mio libro La bottega di Antonello da Messina, edito da Splen Edizioni e illustrato da Michelangelo Stassi. Il libro racconta la storia di Jacopo, un ragazzo appassionato d’arte che incontra in sogno Antonello da Messina e ne segue il lavoro nella bottega. Attraverso questa particolare esperienza, il lettore entra nel mondo della pittura di Antonello e scopre aspetti della vita dell’artista, della sua attività nella bottega e del rapporto con le commissioni… ma soprattutto scopre com’era la città di Messina nel Quattrocento.
Roma 30 Agosto 2026
