di Francesco PETRUCCI
Allo scorcio d’agosto di questa torrida estate 2026 i mezzi d’informazione nazionale e internazionale stanno dando molto risalto al presunto ritrovamento nei depositi del Kunsthistorisches Museum di Vienna di un ritratto olio su tela raffigurante un austero uomo maturo (non bastano i capelli bianchi per definirlo anziano, come viene scritto), opera di Giovan Lorenzo Bernini (figg. 1-3).



Viene inoltre annunciato con enfasi che questo dipinto – “che potrebbe riscrivere la biografia dell’artista” (!) – sarà esposto alla mostra Bernini pittore e scultore in programma presso il Palais Lobkowitz di Vienna dal 2 dicembre 2026 al 4 aprile 2027, a cura di Gudrun Swoboda, conservatrice presso il Kunsthistorisches Museum, che ha avanzato tale attribuzione.[1]
Il ritratto fu lasciato in testamento al museo nel 1920 dal collezionista viennese Richard Lieben, che lo avrebbe acquistato attorno al 1900 dalla collezione del barone von Engelshofen, come opera di Philippe de Champaigne, con attribuzioni successive a Jean Jouvenet, Jacob Ferdinand Voet, Erasmus Quellinus il Giovane e Giovan Battista Gaulli. Dal 1989 è stato trasferito in deposito, data l’incertezza attributiva.
Merito principale dell’iniziativa è certamente quello di portare all’attenzione degli studi un ritratto di pregevole qualità e praticamente ignorato dalla bibliografia specialistica. Personalmente, pur avendo dedicato numerosi studi alla ritrattistica romana del ‘600 e del ‘700, non lo conoscevo e ignoro la bibliografia che lo riguarda. Sarà quindi interessante leggere il catalogo della mostra per gli approfondimenti. Tuttavia la buona definizione delle fotografie che circolano sulla rete, consentono di esprimere valutazioni critiche sull’opera.
In primo luogo è facile constare, per chi abbia qualche dimestichezza con la ritrattistica romana del XVII secolo, che questo ritratto ha poco a che vedere con Bernini pittore, presentando una cronologia più avanzata rispetto alla sua attività nel settore e manifestando soprattutto un linguaggio completamente diverso, nella tecnica pittorica, nel modo di dipingere e nelle caratteristiche formali della presa. Alla forza e al vigore della ritrattistica berniniana, sempre molto schietta e diretta, lasciando in parte l’esecuzione allo stato di abbozzo e di non finito, con pennellate dense e corpose, si contrappone nel ritratto viennese un’eleganza formale, un gusto per il vezzo e una grazia quasi rococò, che preludono al Settecento. Non a caso il ritratto mostra notevoli punti di contatto con la ritrattistica tardo-barocca di Giuseppe Passeri, Pier Leone Ghezzi e Antonio David.[2]
Leggendo le recensioni sembra che il ritratto venga collegato alla moda romana intorno al 1670, ma tale tipo di bavero a due tese larghe e lunghe cominciò a diffondersi attorno al 1660 e rimase molto comune fino ai primi del ‘700. Basti guardare i ritratti di artisti dell’Accademia Nazionale di San Luca, compreso l’autoritratto di Gaulli (1690 ca.) e il ritratto tardo di Bernini eseguito sempre dal pittore genovese (1679-80. Edimburgo, National Gallery of Scotland; Già Roma, collezione Altieri), divulgato attraverso l’incisione di Arnold van Westerhout antiporta della biografia berniniana di Filippo Baldinucci (figg. 4-6).[3]



Anche la presunta somiglianza con Mario Chigi, la cui fisonomia è nota attraverso lo splendido ritratto di Giovan Battista Gaulli, perduto dal 1918 e che rintracciai quasi vent’anni or sono presso la National Gallery for Foreign Art di Sofia in Bulgaria (1666 ca.), genericamente evocata dai cappelli bianchi e mossi e dalla stempiatura, è priva di fondamenti fisiognomici (figg. 7, 8).[4]


Altrettanto discutibile è l’idea di vedere due mani diverse nell’esecuzione della veste e del volto, che invece sono dipinte in maniera totalmente omogenea. Peraltro ci possono essere eterogeneità esecutive in ritratti di grande formato, ove talora gli artisti incaricati ricorrevano a specialisti per l’esecuzione delle stoffe e degli arredi di contorno, ma raramente. Tale procedimento non si riscontra in ritratti standard “in tela da testa” come questo: tra le centinaia di pose di tale formato che ho pubblicato non ho mai incontrato una tela di queste dimensioni dipinta a due mani, a meno che si tratti di incompiuti completati da altri!
Ritengo che l’esecutore del ritratto sia un artista di enorme talento, certamente allievo e collaboratore di Bernini, ma che ne sublimò i modi in pittura, grazie alla sua formazione fiamminga e alla padronanza di un sublime livello tecnico, qualificandosi a mio avviso come il massimo pittore ritrattista attivo in Italia nell’età barocca.
Mi riferisco a Giovan Battista Gaulli, noto a Roma come “Baciccio” (Genova 1639 – Roma 1709), il cui nome peraltro era già stato avanzato per il ritratto austriaco a leggere le recensioni.
Gli appartengono la materia leggera e liquida, la sapienza sofisticata degli impasti cromatici che emergono nel volto, il disegno e il tratteggio nella veste e nel bavero, la preparazione grigio-azzurrina che traspare dalle velature, lo svolazzo della capigliatura come mossa dal vento le cui pennellate sgranano in dissoluzione sulla superficie. Gli è tipico l’accartocciarsi della veste in pieghe contorte, scavate e sinuose, fluide e segnate da risalti luministici sui bordi, diciamo “scultoree”, con una spiccata tendenza all’artificio soprattutto nella maturità.
Per confronti, oltre alle citate pose di Mario Chigi e di Bernini, compresa quella giovanile sul mezzo profilo del 1665-66 (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Palazzo Barberini), possono essere ricordati vari ritratti eseguiti dal maestro genovese, come quello dell’amico architetto Giovanni Antonio de Rossi (fig. 9. Roma, Ospedale di Santo Spirito in Sassia).

I rivolgimenti tortuosi di manti e mozzette sono tipici del Gaulli, evidenti in numerosi ritratti, dall’effigie parlante del cardinale Leopoldo de’ Medici (Firenze, Uffizi), a quella statuaria come se fosse un busto in marmo dipinto del cardinale Marco Galli (fig. 10. Londra, The National Gallery), al bellissimo presunto ritratto di avvocato riemerso nel 2014 (fig. 11. NAM Collection). [5]


Relativamente alla datazione, credo che il dipinto possa essere stato eseguito attorno al 1680, per motivi di stile e per le caratteristiche proto-settecentesche che manifesta.
Soprattutto Pier Leone Ghezzi guardò molto a Gaulli, in particolare nel trattamento delle vesti, come dimostrano vari suoi ritratti, compreso un bel rame ricomparso in asta da Sotheby’s a Londra nel 2023 (fig. 12).[6]

Francesco PETRUCCI Ariccia, 30 Agosto 2026
NOTE
