Un’ Opera ‘confessione’. Terminate al Teatro di Documenti le rappresentazioni de “Il Lungo Viaggio di un giorno attraverso la notte” capolavoro teatrale di Eugene O’Neill

di Marco FIORAMANTI

Roma, Teatro di Documenti

LUNGO VIAGGIO DI UN GIORNO VERSO LA NOTTE

di Eugene O’Neill

con Evelina Nazzari, Marco Bellizi, Luca Manneschi, Edoardo Trentini

Regia Rosario Tronnolone – Luci di Paolo Orlandelli

L’INSOSTENIBILE ALIENAZIONE DELL’ESSERE. EDMUND TYRONE ALTER EGO DI O’NEILL

Capolavoro teatrale di Eugene O’Neill (New York, 1888 – Boston, 1953), scritto nel 1941 “con lacrime e sangue“, il “Lungo Viaggio di un giorno attraverso la notte” ottenne il premio Pulitzer postumo (1957). I paralleli biografici tra l’autore e il personaggio nel quale l’autore si riconosce (Edmund, “un estraneo che non si sente mai a casa ovunque vada”) e i riferimenti familiari degli altri tre personaggi sono rivelatori di un’opera che porta O’Neill ad essere considerato il padre del dramma moderno statunitense. Trattando della propria sfera interiore, l’autore negò il consenso alla messa in scena prima della sua scomparsa.

Il Teatro di Documenti -dove il dramma è stato rappresentato con grande successo di critica e pubblico-  per la sua conformazione, permette al pubblico di avvolgere l’intero spazio scenico e la scelta di utilizzare la sala inferiore per questo spettacolo, conferisce agli spettatori di entrare, attraverso cunicoli e corridoi, in questo intenso quanto doloroso viaggio interiore.

da sx: Edoardo Trentini, Luca Manneschi, Marco Bellizi, Evelina Nazzari

Intriso di una visione tragica e devastante dell’esistenza, O’Neill lascia l’università di Princeton, si imbarca come marinaio verso l’America latina, vive come un clochard prima a Buenos Aires poi, tornato a New York, abusa fortemente dell’alcool. Nel 1912, a 24 anni, gli viene diagnosticata la tubercolosi. Ricoverato nel sanatorio, smette di bere, torna dalla famiglia e decide di diventare drammaturgo.

Sua madre, Mary Ellen “Ella” Quinlan, diventa fortemente dipendente dalla morfina a seguito del parto di Eugene provocando nell’autore un doppio, lacerante, senso di colpa (dovuta alla tragedia di un fratellino – di nome Edmund! – che morì da neonato), quella di essere nato ‘solo’ per sostituire il figlio morto. Suo padre, James O’Neill, ex-attore shakespeariano di successo, distrugge la sua carriera per denaro. Jamie, suo fratello maggiore, attore fallito e alcoolista, provoca in Eugene una sorta di amore pervaso di gelosia.

Evelina Nazzari (Mary) e Marco Bellizi (James)

Tutto ciò si ripercuote pari pari, fedelmente, sulla scena.

Connecticut, estate 1912. Interno di casa Tyrone, nell’arco di una giornata estiva. La fitta nebbia esterna sembra contaminare i quattro personaggi, intrappolati nei loro ruoli, ideale per nascondersi dalla realtà. Fulcro dell’opera sono i rapporti dei genitori verso i figli, regolati da legami irrisolti, filtrati da amore e risentimenti profondi. I fallimenti esistenziali emergono lentamente lungo il corso dei quattro atti scanditi dal buio. I personaggi sono continuamente intrappolati nei loro traumi autodistruttivi, nelle pulsioni inconsce e nei desideri inconfessabili.

Il regista Rosario Tronnolone con gli attori durante le prove

Una magistrale Evelina Nazzari, nel ruolo di Mary Cavan Tyrone, si rifugia nei ricordi giovanili, rivendica l’atavico desiderio di diventare pianista o farsi suora. Madre e moglie fallita, (è costretta a seguire il marito nelle tournée passando da un albergo all’altro) tenta di negare la sua dipendenza dalla morfina e il dolore per la malattia degenerativa di suo figlio Edmund (interpretato con rara, sottile, efficacia da Luca Manneschi, assetato di letteratura e della poesia di Swinburne, limitandosi a pochi, contenuti gesti nel suo ruolo di malato).

Scrive Rosario Tronnolone nelle note di regia:

“Il dolore e l’affetto permeano ogni riga del testo rendendolo unico nel panorama del teatro moderno. Le didascalie, precise e meticolose come fossero il frutto di un ricordo, le parole che anche nella lettura mentale sembrano echeggiare il suono di una voce, contribuiscono a renderlo credibile perché riflette situazioni realmente accadute e personaggi realmente vissuti, ma grazie alla comprensione, alla pietà, alla sensibilità del suo autore, l’opera supera lo sterile autobiografismo per assurgere a descrizione di un comportamento universale”.

Curata nei dettagli l’interpretazione di Marco Bellizi nel ruolo di James, il padre, segnato dal trauma infantile della povertà, viene naturalmente spinto a un’ossessione per il denaro ed entra in conflitto sia con il comportamento materno-distruttivo della moglie sia con quello dei figli e con la loro difficoltà ad affrontare i problemi, uno con la malattia, l’altro con l’alcoolismo.

Luca Manneschi (Edmund)
Edoardo Trentini (Jamie)

Il nichilismo ebbro dell’ottimo Edoardo Trentini nei panni di Jamie – il fratello maggiore – consapevole della propria rovina, gioca un ruolo particolarmente attivo e dinamico nel complesso dramma familiare.

La spinta autodistruttiva che tende a crescere con l’andare delle ore viene in qualche modo sublimata dal dialogo tra James e suo figlio Edmund in uno dei momenti più intensi. Una confessione – complice l’alcool – in cui il ragazzo descrive di quando era immerso nella vastità dell’oceano, l’unico momento nella sua vita in cui si è sentito davvero in pace.

 “Sarei dovuto nascere gabbiano o pesce. Come uomo sarò sempre un estraneo, uno che non vuole del tutto, che non è voluto del tutto, che non appartiene del tutto, che deve sempre essere un po’ innamorato della morte.”

Gli applausi finali, lunghi e interminabili, impongono agli attori numerosi giri di passerella davanti al pubblico.

Marco FIORAMANTI  Roma 18 Ottobre 2026