di Debora GUSSON
Ci sono luoghi a cui apparteniamo anche quando siamo lontani, o da cui portiamo con noi un’impronta silenziosa che continua a guidare il nostro modo di guardare il mondo. È una geografia interiore, prima ancora che fisica: le montagne della propria infanzia, la luce di un orizzonte familiare, certi paesaggi che restano a far da sfondo a tutto ciò che facciamo.

Alla fine, per quanto lontani si possa andare, i luoghi natii sono quelli che ci portiamo nel cuore e che finiscono per influenzare la nostra vita: verosimilmente, è quello che è successo anche a Tiziano Vecellio.
Pieve di Cadore è un paese di montagna con l’Antelao, le Marmarole e il Pelmo a farle da quinta, ed è qui che nacque sul finire del Quattrocento. Ancora ragazzo, prese la strada di Venezia, anche se in Cadore tornò, ci lavorò e portò le sue montagne nei fondali dei suoi capolavori. Parlare qui di Tiziano e di paesaggio non è un esercizio accademico: si gioca in casa.
Entrando nelle sale di Palazzo della Magnifica Comunità, dove fino al 18 ottobre si può visitare la rassegna curata da Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, ho avuto un incontro inatteso e personale.
In bella vista c’era una frase di Augusto Gentili, che fu mio professore a Ca’ Foscari, scomparso a gennaio di quest’anno:
“Quella di Tiziano è una pittura infinita (e infinibile, illimitata) che continua implacabilmente a seguire il suo percorso di radicale indipendenza.”
Mi sono sentita un po’ a casa, e mi sono detta che la curiosità è l’eredità più bella che ci si possa portare dietro. Credo sia il modo migliore di visitare una mostra come questa, che chiede tempo, occhio e la pazienza di “Guardare”.

Questo evento celebra i 450 anni dalla morte del pittore (avvenuta nel 1576) ed è il secondo appuntamento, dopo il focus invernale incentrato sulla Pala Gozzi e sulla monumentale xilografia della Sommersione del Faraone, di un progetto più ampio volto ad approfondire il suo ruolo rivoluzionario nella nascita del paesaggio moderno.
La mostra si risolve in un unico grande salone, con dei pezzi notevoli. Le stanze sono scure, con il legno antico molto scuro, e le opere emergono sotto faretti decisamente prepotenti.

Il colore scelto per pareti e pannelli è un ottanio profondo, un grande classico dei display contemporanei che trovo di gran classe: dà risalto alle cornici dorate e regala alle sale una solennità raccolta.
Il percorso si apre sugli inizi e sulle fonti. A inizio Cinquecento Venezia era il centro dell’editoria a stampa e guardava a nord, a Dürer e a Cranach. Il Sant’Eustachio di Dürer (1501) mostra quanto il paesaggio contasse già nell’incisione nordica.

Il confronto più bello è tra la Fuga in Egitto dello stesso Dürer e il Sacrificio di Abramo, xilografia di Ugo da Carpi da un disegno di Tiziano: il pastore in alto a destra cita il san Giuseppe düreriano.

Poi arrivano i Campagnola, Giulio e il suo erede Domenico. Da questa collaborazione nasce una formula che avrà fortissima presa: un formato orizzontale, alberi nodosi, strade e corsi d’acqua che scendono in diagonale, montagne a chiudere la scena. I disegni di Domenico furono a lungo scambiati per opere di Tiziano. È qui che mi sono fermata più a lungo: i disegni mi sono piaciuti tantissimo, perché il paesaggio prende forma sotto gli occhi: più lo si guarda, più compaiono dettagli che prima non si erano ancora svelati.

L’ultima sezione segue l’eco di quel modello in Europa, da Cornelis Cort a Rembrandt e Rubens, fino a Marco Ricci. L’idea di fondo è limpida e forte: il paesaggio tizianesco viaggia, si copia, si reinventa, e non è soltanto l’invenzione di un genio isolato.
L’opera più bella, per me, arriva dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia ed è una vecchia conoscenza: il San Giovanni Battista; dopo aver ripercorso la genealogia di quei paesaggi sulla carta, però, la si guarda in modo diverso. Il paesaggio che si apre accanto al Battista riprende una tipologia nata proprio nei disegni.
Il discorso prosegue alla Casa di Tiziano, dove si trova una mostra correlata, e dove lo sguardo si fa quasi domestico.

Qui incontriamo Josiah Gilbert (1814-1892), pittore e viaggiatore inglese che nel suo Cadore or Titian’s Country (1869) andò sul campo a cercare i monti dipinti da Tiziano.

I pannelli ammettono che le sue conclusioni sono in gran parte superate, ma ne apprezzano il metodo e l’acutezza dello sguardo. Tra le sue pagine c’è la definizione delle Marmarole che la gente di Cadore rivendica con orgoglio come “i monti di Tiziano”. È un modo bellissimo per chiudere il cerchio e riportare tutto al territorio, esattamente nel luogo in cui il pittore è nato.
Debora GUSSON Venezia 14 Ottobre 2026
Fino al 18 ottobre a Pieve di Cadore
Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore
Dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.00
