di M. Lucrezia VICINI
                            Andrea Sacchi (1599-1661)

Il dipinto è pervenuto alla collezione del Cardinale Fabrizio Spada (1643-1714) (1) dalla collezione del suo prozio Mons.Virgilio Spada (1596-1662) (2)
Virgilio a sua volta lo aveva ricevuto in dono, forse dall’artista stesso o da qualche altra persona. Nelle seguenti note di pagamento riportate nei suoi libri contabili, si legge:
Cornice ad un angelo custode statomi donato… 14 luglio 1650, s.2 in una cornice per il quadro dell’Angelo Custode di Andrea Sacco… 24 luglio 1650 per indoratura della cornice dell’Angelo Custode,s.2,10 (3)
Il dipinto figura pertanto sia nell’inventario dei beni mobili di Virgilio, del 1650-52 e descritto come: Anima salvata dall’Angelo d’Andrea Sacco (4) sia in quello di Fabrizio del 1717.
In quest’ultimo risulta esposto nella Galleria piccola contigua alla libreria, vicino al suo appartamento privato, sempre con la giusta attribuzione al pittore e così indicato:
Altro in rame con cornice indorata intagliata rappresentante l’Angelo custode opera di Andrea Sacchi (5).
Qui figura ancora nell’inventario dei beni mobili del 1579, al numero 779, ma diversamente attribuito a Daniele da Volterra, come
E l’altro cornice intagliata scannellata e dorata rappresentante L’Angelo Custode, opera di Daniel de Volterra, scudi 10 (6).
Non incluso nel Fidecommesso del 1823, nell’Appendice al Fidecommesso del 1862 è visibile nella cosiddetta seconda anticamera dell’appartamento nobile, contrassegnato dal numero 223, come L’Angiolo custode in rame scudi 8 (7). La ricognizione inventariale del 1925 di Pietro Poncini lo segnala nella seconda Sala del Museo senza numerazione e senza attribuzione (8). In questa stessa Sala, e sempre senza numero, compare anche nella coeva stima di Hermanin, dove è invece riferito a Scuola Bolognese del Seicento e valutato lire 500 (9). Attualmente è esposto nel Piano Nobile Di Palazzo Spada
Non catalogato da Zeri, è stato restituito al pittore da Neppi (10) che lo elenca come opera di Andrea Sacchi insieme alle altre opere di proprietà della Galleria Spada in deposito presso la sede del Consiglio di Stato in Palazzo Spada. L’attribuzione è confermata con comunicazione orale da Strinati (11) e da Cannatà (12) Comunicazione scritta, 1993) che assimila per affinità di scrittura e cromatiche al dipinto raffigurante la Morte di Sant’Anna in San Carlo ai Catinari della fine del 1640. L’opera pertanto viene da lui fatta risalire a questo periodo, a  circa dieci anni dopo l’esecuzione dell’originale ad olio su tela (cm.242 x 149) posto nella Cappella di San Giuseppe nel Duomo di Rieti, originariamente intitolata agli Angeli celesti, datato da Sutherland Harris(13) intorno al 1640 e ricordato dal Bellori:
L’Angelo Custode, figurata l’anima come è l’uso in forma di fanciullo sul precipizio di una voragine, refugia l’Angelo che lo prende ne’ capelli e l’assicura dall’insidie del demonio che per la rabbia si morde le mani e precipita al fondo (14)

L’originale e la replica sono messi a confronto per la prima volta da Claudia Refice che, nel rifiutare l’attribuzione del dipinto Spada al pittore così afferma:
una piccola copia su rame si conserva alla Galleria Spada, attribuita a Scuola Bolognese del secolo XVI, ma evidentemente piĂą tarda.
Relativamente all’originale invece, la studiosa ritiene che il dipinto riveli la conoscenza dello stile sia di Annibale Carracci che del Lanfranco. Il soggetto dell’Angelo Custode che sottrae a Satana l’anima dell’uomo, si ispirerebbe infatti alla Virtus temptat itinera, affresco del Carracci nel Palazzo Sampietri di Bologna e inoltre il volto dell’Angelo e la figura di Satana sarebbero vicini a personaggi simili del Lanfranco, quali l’Arcangelo Raffaele del Museo di Napoli e la Sant’Agata Corsini (15). Sutherland Harris lascia aperta l’ipotesi di una collaborazione nell’originale con l’allievo Carlo Magnone (16)

Un quadro con il medesimo soggetto risulta inventariato tra i beni del pittore alla sua morte( 17)
Del Sacchi non si conoscono con precisione il luogo e la data di nascita. Il Passeri e il Bellori, suoi biografi e conoscenti, non ne fanno menzione anche se dichiarano che era un vero romano. Solitamente Nettuno è indicata come sua città natale, ma senza riscontri documentari, solo perché il Bottari (18) nella pubblicazione sulle Vite del Passeri del 1772, afferma che il Sacchi era nato a Nettuno nel 1600, dove peraltro esiste una delle sue opere giovanili con la Traslazione della Santa Casa e Santi, presso la chiesa conventuale di San Francesco.
Presso il pittore Benedetto Sacchi di Nettuno, da cui prende il nome, pratica l’apprendistato. Suo padre si chiamava Nicola Pellegrini da Fermo.
Secondo il Bellori, il Sacchi entrò giovanissimo a far parte della famiglia del Cardinale del Monte (1549-1626) che lo introdusse nella sua cerchia e grazie alla sua protezione ricevette numerose commissioni pubbliche dal 1620 al 1626. Nel 1620 realizza la sua prima pala d’altare ancora visibile nella chiesa di S. Isidoro a Roma, con l’Apparizione della Madonna a S.Isidoro, nella quale sono evidenti gli influssi stilistici dei suoi primi maestri, il Cavalier d’Arpino e l’Albani. Seguono gli affreschi perduti nel Casino del Cardinal Del Monte stesso, vicino Ripetta, e il Miracolo di San Gregorio Magno presso la Sala Capitolare in San Pietro, dalla forte cromia che rivela l’ascendenza del pittore verso i maestri veneti.

Dopo le decorazioni della Galleria della Villa dei Sacchetti in Castelfusano nel 1628, entra nell’entourage barberiniano, che lo protegge e gli garantisce continue commissioni. Per Taddeo Barberini dipinge in Palazzo Barberini un soffitto con L’Allegoria della Divina Sapienza, tra il novembre del 1699 e il dicembre del 1630 Nel 1636, ancora adolescente, entra nel suo studio Carlo Maratta, che rimane al suo fianco nei successivi quindici anni e che lo ritrarrà nel 1661 ca (19).
Il soggetto del dipinto Spada, denso di significato,  vede in contesa un angelo e un demone per il possesso di un’anima umana, personificata da un bambino, afferrato appena in tempo per i capelli dall’angelo vincitore.
Nel donare il dipinto al pronipote Fabrizio di cui sapeva che aveva intrapreso la carriera ecclesiastica, Virgilio intendeva forse rivolgergli il messaggio a non lasciarsi prendere dalle tentazioni della vita terrena.
Rispetto all’originale, la piccola replica si diversifica per passaggi cromatici ancora più estesi, ma ugualmente intensi, e meno naturalistici nella definizione delle ali dei due contendenti. Anche le forme sembrano allungarsi e le espressioni addolcirsi. Nell’articolazione della scena, in un insieme di riferimenti barocchi e classicistici, il demone precipita in basso in una complicata torsione, mentre l’Angelo si libra nell’aria, a somiglianza di Ganimede, nel dipinto con il Ratto di Ganimede dell’Albani di Collezione privata. Soluzione quest’ultima di figure che si librano nello spazio già sperimentata dal pittore attraverso le allegorie dell’Amore e del Timore di Dio nella decorazione del soffitto di Palazzo Barberini
Il bambino tenuto sospeso, e meno spaventato di quello dell’originale, richiama nella tipologia del volto, il Gesù Bambino nelle braccia della Madonna del dipinto con la Morte di Sant’Anna in San Carlo ai Catinari, cui il dipinto è stato avvicinato.

Le accese tonalità  dell’azzurro del cielo, del rosso vermiglio del corpo demone e del bianco rosato del vestito dell’Angelo, rendono il piccolo quadro gradevole oltre che un nobile esempio di neovenetismo romano.
M. Lucrezia VIICINIÂ Roma, 11 Ottobre 2026
