Raffaello, un rivoluzionario oltre il Rinascimento; riflessioni a margine della grande mostra del 500entenario

di Rita RANDOLFI

Raffaello, il “divino” trasgressivo.

A pochi giorni dalla chiusura della mostra su Raffaello alle scuderie del Quirinale e spinta dalle numerose riflessioni comparse  su più testate giornalistiche e sui social sulla figura di Philippe Daverio riguardo l’importanza della divulgazione del nostro patrimonio artistico, ho avvertito l’esigenza di scrivere alcune riflessioni sulla personalità, lo stile, l’arte del grande urbinate, sul quale troppo spesso ho sentito dire frasi come “Bella la mostra, ma lui mi rimane distante, algido”, o “Preferisco il più istintivo Michelangelo”.  A prescindere dai legittimi gusti personali,  vorrei far capire  al grande pubblico, (questo contributo vuole essere soprattutto divulgativo) quanto Raffaello sia stato trasgressivo, un aggettivo insolito per definirne la  personalità, sottolineando quanto senza la sua lezione non sarebbe esistita tanta pittura posteriore, spesso considerata più “rivoluzionaria”.

Mi è capitato tante volte di accompagnare gruppi a visitare i Musei vaticani, tutti hanno fretta di raggiungere la cappella Sistina, ma poi quando vedono la Liberazione di san Pietro, qualcuno chiede “Chi l’ha dipinta? Ma l’inferriata della prigione è vera?”.

 

Quella triplice scena di notturno ha sicuramente richiamato l’attenzione di Caravaggio e seguaci  non solo per  l’effetto straordinario del chiaroscuro e di un’illuminazione invertita rispetto all’osservatore,  che fornisce l’illusione di una rete metallica vera apposta sulla parte centrale dell’affresco, ma anche per l’importanza che la luce riveste, come elemento naturale, la luna, elemento artificiale, la torcia del soldato, e simbolo della Grazia divina, che  abbagliante, emana l’angelo. Questo concetto si ritrova nella Notte di Correggio,  nella Chiamata di san Matteo di Caravaggio, dove la luce entra direttamente con Cristo, ma anche in Gherardo delle Notti, e in tutti quegli artisti che hanno meditato, riflettuto e proposto il tema della luce come ambasciatore di significati altri.

Le torce e le candele si rintracciano in Tintoretto, in Bassano fino ad arrivare a El Greco, a La Tour, a Rombouts, solo per citare alcuni caravaggeschi, che dunque prendono le mosse da quell’affresco, secondo notturno, dopo il Sogno di Costantino di Piero della Francesca, della storia della pittura italiana.

I visitatori rimangono ugualmente a bocca aperta davanti la Messa di Bolsena, un quadro nel quadro, diceva Argan, dove il presente e il passato si incontrano, come avviene anche nella Scuola di Atene, nella Disputa sul Sacramento e nell’Incendio di Borgo, un argomento riproposto negli Astronomi di Niccolò Tornioli, con Copernico e Tolomeo che dialogano con il contemporaneo Galilei. Anche lì Raffaello esalta la  magia della pittura, l’unico strumento in grado di   mettere in comunicazione passato e presente come se accadesse tutto qui e ora. Certamente l’urbinate non è stato  il primo, (Dante, in letteratura, pone nei tre regni dell’adilà persone a lui contemporanee, proprio per dare credito alla sua missione di voler salvare il mondo dall’imperante corruzione)  basti guardare i personaggi antichi e moderni che interagiscono negli affreschi quattrocenteschi della cappella Sistina, ma Raffaello conferisce una forza, un’illusione di continuità temporale talmente forte e diretta da fare scuola, fino ad arrivare ad  interrompere bruscamente le scene ai lati per evocare la sensazione che lo spazio dell’episodio rappresentato coinvolga anche quello reale dello spettatore, fornendo l’imput per il teatro messo in scena  dal barocco.

L’attenzione conferita agli abiti, alle espressioni parlano di sentimenti. Certo il Sanzio aveva ricevuto un’educazione da uomo perbene e non poteva urlare le emozioni, ma senza di lui non si sarebbe potuto parlare di “poetica degli affetti” declinata in tutte le sue sfumature nel Trasporto di Cristo Baglioni, e mutuata soprattutto dal Domenichino in contrasto col Reni. E comunque senza di lui che dipinge quel soldato urlante e scomposto all’estrema destra della Cacciata di Eliodoro, o l’ossesso della Trasfigurazione non ci sarebbe stato il bambino sconvolto dal Martirio di san Matteo di Caravaggio, citato anche da Valentin nella sua Cacciata dei mercanti dal Tempio, né quello che scappa di fronte alla Strage degli Innocenti di Reni.

Inutile dire quanti personaggi, quante posture, sono diventate un topos figurativo, basti citare per tutti quell’Enea con il padre Anchise, riproposto più tardi dal Bernini, che si ispira persino  per la sua Dafne a quell’altro soldato colto in una corsa scomposta, tutta giocata sulle diagonali, dell’appena menzionato Incendio, o la canefora, che torna in Salviati e in Cortona, il quale cita la mamma con le braccia spalancate dell’Incendio nel suo Ratto delle Sabine, gesto che si ritrova nella Deposizione di Cristo di Caravaggio, nella Proserpina di Bernini, nella donna del martirio della santa Cecilia di Domenichino della cappella Polet e in tanti altri artisti. Così come numerose sono le citazioni di quei personaggi aggrappati alle colonne che si sporgono per vedere il Papa benedicente, sempre tratti dallo stesso Incendio in Vaticano.

Non si può pensare ad un’evoluzione di alcuni generi pittorici senza Raffaello.  Il paesaggio ideale dolce e perfetto nell’incontro equilibrato tra linee orizzontali e verticali sarà un riferimento importante per Carracci, Domenichino, Dughet e Poussin. La  natura morta, che al contrario appare così vivace e verosimile nelle logge  vaticane ed identifica le attività musicali della  Santa Cecilia di Bologna non sarebbe diventata genere a se stante senza l’esempio dell’urbinate, che la ritrae con la stessa cura dei dettagli, la medesima perizia impiegata per le figure. Pare che l’autore materiale di quegli strumenti musicali mezzi rotti e impolverati, simbolo della corruzione della vita terrena, a contrasto dell’eternità della dimensione spirituale, non sia direttamente l’urbinate, ma il suo allievo Giovanni da Udine, artefice anche dei festoni di frutta e fiori popolati da diverse specie di uccelli, visibili sia nelle logge vaticane, che nella loggia di Psiche di villa Farnesina, ma di certo questi elementi prefigurano anche quel concetto di memento mori, che sarà oggetto di riflessione di Baschenis,  di Guercino, di Cecco del Caravaggio, ecc.

Ecome non capire che senza quel ritratto di Giulio II a Londra,  che più che un pontefice guerriero appare come un vecchietto stanco, meditabondo, pur mantenendo la pompa dell’ufficialità nel vestiario, nella barba curatissima con le punte dritte che si stagliano contro la porpora della mozzetta,  non si sarebbe mai arrivati al capolavoro introspettivo  dell’ Innocenzo X del Velasquez, e che senza quel Leone X tra i cardinali Giulio de Medici  e Luigi  de’ Rossi, (aggiunti posteriormente da Giulio Romano), dove di nuovo gli oggetti esprimono la passione per la cultura e per i manoscritti in particolare del Papa, Tiziano non avrebbe licenziato il suo Paolo Farnese tra i nipoti. Spesso si sente dire troppo frettolosamente che Raffaello idealizza le persone, tuttavia l’occhio strabico di Fedra Inghirami, la pelle cadente e rugosa di Sigismondo de’ Conti nella Madonna di Foligno, lo sguardo penetrante di Baldassarre Castiglione, inducono a pensare piuttosto ad un modo di rendere semplicemente più presentabili i personaggi, un po’ come facciamo tutti, quando ci mettiamo in posa o usiamo inquadrature strategiche per i nostri selfie.

A tal proposito avrei qualcosa da ridire sulla  bellezza di Raffaello. Nel suo celeberrimo Autoritratto agli Uffizi,  quello che si vede è un ragazzo dagli occhi un poco “a palla”,  caratteristica che si rintraccia in  molte figure maschili e femminili, (La dama con il liocorno, Maddalena Doni)  il naso sottile, le labbra carnose, ma anche un’aria malinconica, un incarnato pallido, malaticcio a cui si ispirò certamente il Caravaggio per il suo Bacchino malato, che tra l’altro ne ripete la posizione di profilo e con il viso girato verso il riguardante.

Nell’Autoritratto con l’amico al Louvre, Raffaello appare decisamente più avanti con l’età e più “bruttino”, la linea dei baffi sottolinea la ruga d’espressione tra il naso e gli angoli della bocca, il mento, appena accentuato nel profilo della tela giovanile,  sporge oltre la barba, la scriminatura accentua una fronte già troppo alta.

Forse per i canoni dell’epoca quel volto appariva comunque piacevole, ma sicuramente, come avviene oggi per certi personaggi pubblici, erano la fama, il successo, il carisma a rendere il pittore affascinante. La parte più interessante di quest’ultimo dipinto (su cui si è svolto un interessanti confronto su About Art  cfr https://www.aboutartonline.com/enigmi-raffaelleschi-chi-e-lamico-nell-autoritratto-da-unacuta-osservazione-la-soluzione-di-un-rebus/  e https://www.aboutartonline.com/e-giovan-battista-branconio-aquilanus-lamico-misterioso-di-raffaello-nel-doppio-ritratto-del-louvre/)  è decisamente quella mano tesa dell’amico che pare indicare qualcuno che si trova al di qua della tela, una mano che precorre quella di Cristo delle due versioni della  nella Cena ad Emmaus  o quella del giovane Davide della Borghese del Merisi, un espediente comunque per comunicare, il contrario di quella distanza della quale l’artista viene ingiustamente accusato.

naspettatamente anche nelle Madonne Raffaello è trasgressivo. La Madonna Tempi di Monaco è una mamma affettuosa e tenera, tutta protesa verso il suo bambino, come anche quella famosissima della seggiola, sono versioni così umane della maternità inedite per quei tempi, sicuramente azzardate, di cui Correggio si accorse presto. Persino il bambino affatto neonato della Madonna Sistina precorre quello in braccio alla Madonna dei Pellegrini del Merisi. La Madonna del velo di Chantilly apre la strada alle numerose versioni che si dicono derivate dal Reni, il quale però si riferisce al Sanzio.

Non va trascurato lo studio che Raffaello dedica all’infanzia, ormai noi siamo abituati a vedere i suoi angioletti, specie quelli alla base della già citata Madonna Sistina, riprodotti ovunque, anche sulle federe dei cuscini, sui piatti, sui sottobicchieri. Ma l’attenzione  per le espressioni, le posizioni  disinvolte  nello spazio talvolta al limite del bizzarro,  i giochi  non va sottovalutata, deriva da un attento studio delle copie romane della scultura elleninistica, ma occorre arrivare a Spadarino e a Duquesnoy perché i piccoli  godano di nuovo di tanta considerazione.

Si potrebbe parlare a lungo della ripresa di abiti, acconciature,  anche in scultura,  o tematiche come il san Michele arcangelo, riproposto da Reni e dal bolognese in poi da numerosi altri imitatori, ma non si può tacere l’importanza di Raffaello come imprenditore  e direttore di diversi lavori su cui, grazie agli aiuti, era impegnato in contemporanea. E’ la prima volta che accade in storia dell’arte, la prima in cui tutto non si deve al maestro, che lascia gli aiuti  liberi di esprimersi, anche questo elemento trasgressivo,  ma seguendo un progetto unitario: dopo il suo esempio   la novità a cui committenti dovettero abituarsi diventerà prassi con  Pietro da Cortona, Agostino Tassi, Bernini  ecc.

Dunque il “divino” riesce ad imporsi, a titolo diverso da Michelangelo, che discute persino con il papa,  sui committenti, i quali pur di averlo accetteranno questo compromesso. Non solo: in questi cantieri il Sanzio propone una visione unitaria delle arti, dove pittura, scultura e architettura si sposano felicemente con il solo scopo di creare bellezza e armonia.

Raffaello dimostra di essere moderno anche nel modo in cui concepisce la tutela dei monumenti antichi, partendo dal rilievo architettonico da lui curato, che diventa una sorta di catalogazione avant lettre.

L’esposizione romana ha dedicato un’intersa sala alla carica rivoluzionaria rivestita dalla  famosa lettera a Leone X, scoperta troppo tardi in relazione al momento in cui era stata scritta con il Castiglione, ma che sarà la fonte di ispirazione primaria per l’editto Fea del 1820 e per tutte le successive leggi che regolano scavi ed esportazioni.

Persino nella sua vita privata Raffaello è un trasgressivo, nonostante lavori per il Papa non si lega a nessuna donna in particolare, nonostante il vagheggiato amore per la cosiddetta Fornarina, ma colleziona numerose amanti, suggerendo quell’immagine di sé come amateur ricercato e contraccambiato; se pensiamo alla brutta fama che in proposito si attirò Caravaggio e al suo tormento interiore, la leggerezza di Raffaello fa davvero invidia. Persino la sua morte prematura, che lo consegna alla storia come bello, giovane e bravissimo per sempre, va ad alimentare il mito e precorre il numero di coloro che sono prematuramente scomparsi lasciando nello sgomento i contemporanei, come Jim Morrison, James Dean, o Amy Winehouse.

Tanto altro si potrebbe ancora dire di Raffaello,  ma credo che la sua parabola artistica e umana lascia oggi soprattutto due insegnamenti, imponendo, infatti,  una riflessione sul concetto di trasgressivo, che in sostanza è colui che infrange le regole. Il Sanzio ha infranto  molti  preconcetti dell’epoca, solo che lo ha fatto con stile, ed è questo il segreto che lo rende ben accetto anche ai più conservatori. In un’epoca in cui sembra che ottengano di più coloro che urlano o si dimostrano aggressivi, Raffaello dimostra invece che si arriva al successo soprattutto con la gentilezza, una virtù che dovrebbe tornare di moda.

E oggi, come allora, le persone gentili sono davvero trasgressive.

Rita RANDOLFI   Roma 13 settembre 2020