“Maestro dell’immaginazione e della materia”, Antonio Santacroce: l’Energia della Forma

di Tiziana NICOLOSI

La mostra antologica “Antonio Santacroce. Maestro dell’immaginazione e della materia”, ospitata presso il Museo dei Saperi e delle Mirabilia siciliane dell’Università di Catania, coordinata da Germana Barone e con catalogo a cura di Vittorio Ugo Vicari, si è conclusa nel mese di maggio 2026 e ha lasciato non solo due grandi sculture ancora esposte nei due storici palazzi che si fronteggiano a piazza Università, ma anche tante riflessioni e nuove letture interpretative dell’opera dell’artista.

La ricca esposizione, organizzata grazie alla collaborazione fra l’Accademia di Belle Arti di Catania, l’Università etnea e la Fondazione Antonio Santacroce-Culture del Mediterraneo, ha voluto rendere omaggio ai sessant’anni di carriera dell’artista.
Nato a Rosolini nel 1945, Antonio Santacroce si è distinto nel tempo per la continua sperimentazione di tecniche, materiali e supporti estremamente eterogenei, vista la sua multiforme attività di scultore, pittore, incisore, scenografo e perfino designer.

Antonio Santacroce nel chiostro del Palazzo Centrale, maggio 2026, Piazza Università, Catania

Fin da un primo approccio alla sua opera, si avverte non solo la matrice siciliana che attinge la propria linfa immaginifica e semantica nel mito classico, ma anche una cifra espressiva più inquieta che è di indubbia caratura internazionale.

Antonio Santacroce, del resto, ha vissuto una parte significativa della sua maturità fra l’Italia e la Svizzera, dove ha affiancato alla propria, personale ricerca artistica la docenza presso il liceo artistico della Kantonsschule Freudenberg di Zurigo e da dove ha avuto modo di confrontarsi in modo costante e approfondito con molti dei più importanti centri dell’arte europea.

Siamo andati a trovarlo nel suo studio pieno di luce, all’ultimo piano di un suggestivo palazzo nel cuore del centro storico catanese, dove abbiamo conversato a lungo con lui, a partire dalle origini della sua arte e da quella prima scintilla creativa che ha poi improntato la sua intera esistenza…Andando indietro nel tempo, su nostra richiesta, il maestro ci confida che il suo primo incontro con l’arte è legato all’affetto del padre, che si sedeva con lui in cucina quando era ancora un bambino e lo aiutava con gli acquarelli a riprodurre le immagini del suo fumetto preferito, “Capitan Miki”.

Purtroppo la prematura scomparsa dell’amato genitore, quando l’artista aveva solo dodici anni, lasciò all’improvviso la numerosa famiglia in difficoltà, ma non impedì al giovane Antonio di scegliere caparbiamente di iscriversi all’Istituto Statale D’Arte e di trasferirsi con la sorella più grande appositamente a Catania per poterlo frequentare. Il racconto dell’artista, interrotto episodicamente dai rintocchi delle campane delle chiese barocche, dai garriti delle rondini volteggianti alla finestra e, addirittura, dal suono della sirena delle navi ormeggiate nel porto vicino, prosegue a lungo e le numerose suggestioni emerse ci spingono a formulare alcune chiavi interpretative nuove.

 

 Foto dello studio di Antonio Santacroce, nel cuore del centro storico di Catania

Man mano che il discorso prosegue, l’artista ci mostra le opere sulle quali si concentra il nostro interesse. L’attenzione cade sull’opera scelta per la locandina della mostra, il cui titolo è già di per sé molto evocativo:

“Ho sognato una bella signora che sogna (La donna diafana alla finestra)”.

A guardar bene, nella chioma-copricapo della fanciulla si intravedono le sembianze umane da lei sognate, forse un uomo che sembra somigliare proprio all’artista, ma c’è un elemento particolare, di natura stilistica, che ci spinge a ulteriori domande. In effetti appare piuttosto inconsueto, in una intera figura il cui segno è costruito con il colore bianco, trovare un contorno costituito da tantissime linee di inchiostro nero disposte a raggiera, cosa che contrasta con la accennata tridimensionalità del seno dovuta alla torsione del busto e schiaccia l’immagine, ancorandola graficamente al foglio.

Guardandoci attorno all’interno dell’atelier, ci accorgiamo che tale scelta non è un caso isolato, ma ritorna in modo più o meno evidente anche in altre opere.

Antonio Santacroce, “Athena e Tiresia I”, 2000, Tempera su carta Fabriano Roma, cm. 21,5×21

L’artista, interrogato su questo aspetto, ci dice che con tali segni si propone di aumentare il contrasto perché vuole mettere in risalto la figura e “l’energia della forma”.

“L’energia della forma”

Questa frase, “l’energia della forma”, appena pronunciata dal profondo della voce dell’artista, risuona per noi nella stanza sorprendente al pari del suono prolungato della sirena della nave udita nello stesso pomeriggio: è questa la chiave che ci apre una nuova strada interpretativa!
A poco a poco, molte delle opere che ci vengono mostrate, anche quelle che sfiorano l’astrattismo, come i polittici delle conchiglie, ci svelano un leitmotiv che ritorna.

Antonio Santacroce, Polittico delle Conchiglie “Oggetto del Credito”, particolare, inchiostro e tempera su carta di vecchio registro, cm. 156×130, 2015

 

Antonio Santacroce, Polittico “Conchiglie Siderali Due, 2015, particolare, tempera su carta Giappone, cm. 66×65

Ecco dunque che le conchiglie diventano origine di vita ed energia, spirale aurea che si espande nell’universo come le stelle di Van Gogh o come i fiori simbolici dell’abito della donna ne “Il Bacio” di Klimt.
Dal caos al cosmo, l’artista è un demiurgo che dà forma alla materia.
Vorrei essere come Zeus e cambiare forma continuamente”, afferma Santacroce.
In effetti, osservando insieme molti dei suoi dipinti, notiamo come tutte le figure umane appaiano evanescenti, dinamiche ma quasi prive di spessore tridimensionale.
Talvolta si tratta di opere corali dove le tante sagome umane sembrano relegate al ruolo di semplici comparse che dividono la scena e non possono staccarsi dalla bidimensionalità.
E’ un tutto che si tiene grazie al colore e ai suoi infiniti accordi, è una pittura sostenuta più dai muscoli che dalle ossa.

Ogni personaggio sembra un’aura di pura energia, colore aperto per lo più senza alcuna linea di contorno, dove ritroviamo ancora una volta quelle linee-forza centrifughe, che qui sembrano fare da cornice alle figure, in maniera singola o collettiva.
L’indubbia maestria cromatica, costante cifra stilistica dell’artista, permette di annoverare Santacroce a buon diritto sulla scia della tradizione dei grandi coloristi, da Giorgione a Delacroix, da Seurat a Matisse, da Klee a Kandinsky e Münter.
Forse la vetta più alta della sua ricerca coloristica e della sua assoluta libertà creatrice la troviamo nella serie delle opere dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Fra le quattro figure, tutte con titoli molto generici (Soldato, Signora, Zingara) ne spicca una, che invece ha un nome piuttosto preciso e contestualizzato: Abacuc (“colui che lotta” o “abbraccia “).
Abacuc è uno dei dodici profeti minori dell’Antico Testamento e pone domande dirette a Dio, esprimendo dubbi e proteste. Il profeta si interroga e lo interroga sulla sofferenza umana e l’apparente impunità dei malvagi ma, nonostante lo sgomento iniziale per la tragica situazione attuale, sceglie di avere fede.

«Non bisogna stare fermi…Perfino la morte non è ferma!», afferma Santacroce.

Le sue figure, del resto, rappresentate allo stadio di vitalità embrionale, sembrano forme primigenie che dinamicamente possono ancora essere tutto e svilupparsi in ognuna delle infinite possibilità.

Antonio Santacroce, “Abacuc”, 1990, Multipli su tela- stampa UV-Gel su tela, cm. 100×70

L’artista è dunque una sorta di alchimista che sa plasmare e trasformare la materia alla ricerca dell’armonia recondita e sfuggente.
Non senza fatica, come Prometeo, si nutre e ci nutre di energia.

Anche in ambito plastico, la scelta della ceramica invetriata è una scelta di luce e pure in questo caso notiamo la presenza di linee forza centrifughe e figure radianti, dove una sorta di aura solare accentua il contrasto e sembra innescare un processo di metamorfosi.
«…Non posso essere schiavo nemmeno di me stesso», conclude il maestro, poco prima di congedarci.
Andiamo via, ritornando al piano terra e rimettendoci sulla strada ordinaria.
Ripensiamo all’ “energia della forma”, a tutta la potenzialità sprigionata da quell’aurea a raggiera segnata attorno alle figure e in un attimo ci torna alla mente Keith Haring e il suo celebre “Radiant Baby”, simbolo di speranza, vita, energia e purezza, realizzato dal 1980, negli stessi anni così tanto influenzati dalla POP ART americana in cui Santacroce ha realizzato la Signora che sogna (1986).

Non ci aspettavamo di poter dare una “lettura” POP dell’opera di Antonio Santacroce, ma in fondo questa nuova chiave interpretativa non fa che confermare la sua partecipazione attiva alla temperie culturale internazionale del suo tempo.
A casa, davanti al computer, qualche ricerca in rete ci fa imbattere in un’ultima sorpresa: una striscia originale, risalente al lontano 1951, pubblicata dalle Edizioni Dardo (i cui tre autori si firmavano con la sigla EsseGesse, formata dalle iniziali dei loro cognomi) e proposta per la vendita al costo di venti lire, come si vede nella foto in alto a destra.

Sono forse questi alcuni dei disegni che Antonio Santacroce da bambino ha provato a ricreare, guidato dall’amorevole mano di suo padre.
Guardiamo meglio… Eccole!

Eccole: le linee grafiche di inchiostro nero si irradiano attorno alla torcia di fuoco.

Del resto l’uso di linee nere a raggiera (o linee cinetiche d’azione) sullo sfondo dei fumetti di quegli anni era un espediente grafico molto comune per “staccare” il personaggio principale dallo sfondo, dare all’albo un forte impatto visivo e, soprattutto, per enfatizzare la sorpresa, il dinamismo o il pericolo.
Forse l’energia della forma e con essa la vocazione stessa di artista di Antonio Santacroce è iniziata proprio a partire da queste immagini POP, così cariche per lui di sentimenti, significati e implicazioni al contempo del suo passato e del suo e nostro futuro.

Tiziana NICOLOSI, Catania, 6 Settembre 2026,