L’iconografia di Domenichino a Sant’Andrea della Valle, un ‘messaggio’ di vocazione tra Caravaggio e Michelangelo.

di Rita RANDOLFI

La mano di Adamo: Michelangelo e Caravaggio secondo Domenichino.

Quando si studia un artista si tende alla ricostruzione scientifica della sua biografia sulla base di documenti che ne certificano la nascita, la formazione, le committenze, la morte, gli inventari delle opere tenute nello studio, infine si passa ad analizzare la tecnica utilizzata, le novità stilistiche, più raramente si tenta di capire il messaggio che sottende alle sue opere, contestualizzandole nel tempo in cui egli vive e lavora. Eppure la maggior parte degli artisti del passato tratta soggetti biblici ed evangelici e non solo per soddisfare una clientela legata al mondo ecclesiastico, ma anche per trasmettere la propria fede. Sono gli artisti che hanno regalato un volto, uno sguardo, dei gesti a Dio, a Gesù, a Maria, ai santi, e sono sempre gli artisti che hanno conferito più rilievo ad un brano, o al particolare di un brano piuttosto che ad un altro, che hanno rivestito di realtà ciò che noi, lettori o ascoltatori, possiamo solo immaginare.

Desidero soffermarmi, in questa sede, sul messaggio che Domenichino lascia negli affreschi della calotta absidale di S. Andrea della Valle a Roma.

Il pittore ottiene l’incarico di dipingere i pennacchi e il coro della basilica nel 1622 e, qualche anno più tardi, riceve anche  la commissione per le storie della vita del santo nell’abside. Qui il bolognese forza il suo linguaggio classico verso una composizione più ariosa e  un recupero della resa atmosferica del maestro Ludovico Carracci, in aperta competizione con Giovanni Lanfranco a cui, dopo la morte del cardinale Alessandro Peretti Montalto e del papa Gregorio XV,  grandi estimatori dello Zampieri, viene affidata la decorazione della cupola.

Nell’arcone di ingresso Domenichino dipinge il primo incontro dei due fratelli pescatori con Gesù.

Come narrano i vangeli, Andrea si era già posto alla sequela di Giovanni il Battista. Un giorno a Betania, al di là del fiume Giordano, egli presenta il fratello Simone a Gesù, il quale «Fissando lo sguardo dentro di lui» gli disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Pietro». In un attimo la futura guida della Chiesa si sente dire ciò che era, ciò che è e ciò che sarà.

Straordinaria è l’immagine che Domenichino ci restituisce di questo evento.

La scena è ambientata in un paesaggio roccioso, che lascia spazio alla visione del fiume Giordano, dove Giovanni battezzava. Il cielo solcato da nuvole diventa un’evidente metafora del turbamento interiore dei personaggi, in particolar modo di Pietro. Alla domanda «Chi dobbiamo seguire?» Giovanni il Battista con la mano sul petto pare dire «Non sono io!», mentre  con il braccio teso mostra Gesù, che cammina in secondo piano, in disparte.

È interessante notare come il pittore bolognese recuperi il gesto del S. Matteo della pala di S. Luigi dei Francesi di Caravaggio, per Giovanni Battista che nega di essere lui la persona da seguire, e quello del Padre Eterno della scena della Creazione nella cappella Sistina di Michelangelo, per indicare Gesù.

L’omaggio ai due colleghi non è casuale. Dio, nella celebre scena della Creazione dona la vita ad Adamo, ed è esattamente quello che fa anche Giovanni, indicando la via che è Cristo, restituendo in tal modo la vita spirituale, e dunque una sorta di resurrezione, ai due fratelli pescatori.

E mentre il Merisi voleva con la mano di Matteo suggerire la domanda «Vuoi proprio me, stai dicendo a me, Signore?» qui Giovanni ribadisce con forza che non è lui il Salvatore, il Messia che tutti aspettavano. (Per inciso tale gesto conferma, a mio avviso, che Matteo nella tela Contarelli è il personaggio che indica se stesso, e rinvio agli articoli ospitati proprio in questo giornale on-line sull’argomento).

(Il dibattito sull’argomento è tuttora aperto dopo la pubblicazione del volume di Sara Magister, Caravaggio. Il vero Matteo, editore Campisano, Roma, 2018, NdR; cfr https://www.aboutartonline.com/2018/05/27/il-vero-matteo-di-caravaggio-non-puo-che-essere-il-giovane-chino-a-contare-i-soldi-un-libro-di-sara-magister-ripropone-un-quesito-caravaggesco-giovedi-31-maggio-alle-1830-allinstitut-franca/).

Eloquente la contrapposizione tra i due pescatori: Andrea, al quale la chiesa è dedicata, è deciso a cambiare vita, e con le braccia aperte costituisce un ideale ponte tra Simone, ancora titubante e con il passo incerto, e Gesù. Pietro, al contrario, quasi allontana il fratello, come per chiedere altro tempo da dedicare ad una riflessione più accurata, che nasconde, tuttavia, un timore di fondo.

Infine Gesù rivolge loro soltanto uno sguardo, ma uno sguardo pieno di tenerezza.

In alto si vede un angioletto, unica concessione ad una visione più idillica e meno realistica del momento narrato, che sembra dissipare le nubi interiori di Simone.

La storia prosegue nell’arcone absidale, con la scena della chiamata dei due apostoli.

In primo piano il lago di Tiberiade  è attorniato da rocce ed alberi, le cui ricche fronde si stagliano contro un cielo limpido e terso. La luce fa vibrare le foglie, che pare si muovano per la lieve brezza del mattino. Sullo sfondo si intravedono le montagne e una sorta di castello, simile a Castel Sant’Angelo, simbolo di Cafarnao.  Gesù un mattino vede Andrea e Simone, chiede di poter salire sulla loro barca e di allontanarsi un poco dalla sponda del lago,  in modo che la folla che lo seguiva potesse ascoltarlo più agevolmente. A predicazione conclusa, suggerisce ai due una proposta che, in forza della loro esperienza, appare del tutto irrazionale: gettare le reti in pieno giorno benché, in condizioni decisamente più favorevoli, cioè nella notte, i fratelli non fossero riusciti a prendere nulla. La pesca miracolosa, che avviene a quel punto, è la vera svolta nella loro esistenza. Il vangelo di Matteo (4, 18-22) scrive sinteticamente che «Tirate le barche a riva, lasciarono tutto e lo seguirono». Ma anche qui Andrea, del resto titolare della chiesa, sembra correre verso Gesù, aprendo le braccia, come poi farà sulla croce, in segno di accoglienza del messaggio e di offerta della propria vita,  Pietro, invece, è ancora affaccendato con le reti.

Di nuovo Pietro ripete il gesto di Matteo di Caravaggio, qui però a indicare la stessa domanda «Stai chiamando proprio me?» e le reti diventano l’allegoria della schiavitù della tentazione del futuro apostolo, che in quel preciso istante è ancora vittima della paura e della sfiducia che lo porterà a dire: «Allontanati da me che sono peccatore!» (Lc 5, 4-9).

Colpisce l’atteggiamento di Gesù, lo stesso che il Merisi conferisce al suo Cristo della Chiamata di san Matteo: Gesù non obbliga, chiama, esorta l’altro ad avvicinarsi, senza forzarlo. Sia Domenichino che Caravaggio prima di lui citano la mano di Adamo e non quella del Padre Eterno, come si è detto più volte senza osservare con attenzione, della Creazione della Sistina, perché Cristo è il nuovo Adamo, il nuovo uomo che porta la salvezza.

Se la mano di Adamo sta a significare lo stupore del risveglio alla vita e la gratitudine verso il Padre Creatore, quella di Gesù in Caravaggio e in Domenichino diventa l’esternazione di un invito in piena libertà. Il volto del Nazareno, infatti, non è sorridente, tradisce, piuttosto, la preoccupazione di chi non è certo di una risposta affermativa. In S. Andrea della Valle, la sua posizione defilata, in secondo piano, catapulta l’attenzione dello spettatore sulle reazioni di Andrea e di Simone, e rende chiaramente l’idea del rispetto di Dio nei confronti della libertà dell’uomo.

Quale, dunque, il messaggio che Domenichino vuole trasmettere?

Il pittore, che affida sempre il suo pensiero ad una mimica marcata, seguace della cosiddetta “poetica degli affetti”, vuole proporre una riflessione importante: Dio lascia l’uomo libero di scegliere, è piuttosto l’uomo-Giovanni, che avendo capito la profondità dell’annuncio di Cristo, indica perentoriamente la strada da percorrere, come unica possibile fonte di gioia, ripetendo il gesto di Dio creatore di Michelangelo.

Mediante una gestualità già codificata, ideata da due grandi artisti come Michelangelo e Caravaggio, lo Zampieri propone una lettura quanto mai attuale del vangelo, incentrata sui grandi temi del libero arbitrio e della missione affidata ad uomini imperfetti, ma desiderosi di seguire le orme di Cristo per portare i frutti dell’amore di Dio Padre sulla terra.

Rita RANDOLFI     Roma novembre 2018