Le magie di Virgilio. La trasformazione medievale del poeta in mago, profeta e amante schernito

di Nica FIORI

Forse nessun autore classico ha avuto nel Medioevo la notorietà di Virgilio.

Virgilio e Dante, olio di R. Manetti,1630 ca. Siena Pinacoteca

Se per gli antichi romani il supremo ideale della poesia epica era quella omerica, per gli uomini del Medioevo, che non conoscevano il greco, era Virgilio il sommo poeta per eccellenza. Celebrato soprattutto per la sua Eneide, e in parte per le Bucoliche e le Georgiche, è stato scelto da Dante come guida nella Divina Commedia e ha affascinato in ugual misura anche Petrarca e Boccaccio. Ma, in ambito popolare, grazie alla diffusione di una serie di leggende, i cui echi si ritrovano nella favolistica occidentale e orientale, la sua figura venne trasformata in quella di un potente mago e indovino, in grado di compiere le più fantasiose diavolerie. La sua fama come stregone era tale che Wolfram von Eschenbach nel suo poema Parzival (inizi del XIII secolo) fa discendere da Virgilio il mago Klingsor, e altri poeti tedeschi e francesi parlano di Virgilio negli stessi termini.

Virgilio con la siringa, Affresco staccato, 1540 Mantova Museo della città

La leggenda di Virgilio mago era nata a Napoli, la città dove aveva vissuto negli ultimi anni della sua vita e dove era stato sepolto, nella zona di Piedigrotta, dopo la morte avvenuta nel 19 a.C. a Brindisi, al ritorno da un viaggio in Grecia, durante il quale era stato colto da un malore. Da uno scritto di Corrado di Querfurt (1160-1202), cancelliere di Arrigo VI e suo rappresentante a Napoli e in Sicilia (e in seguito vescovo di Hildesheim e di Würzburg), apprendiamo che Virgilio aveva costruito, secondo quanto sostenevano i napoletani, speciali talismani per proteggere la città: nelle mura di cinta aveva racchiuso una bottiglia dal collo strettissimo con all’interno un modellino della città che funzionava come palladio, ovvero doveva preservare Napoli da ogni attentato nemico, e se questo palladio non aveva funzionato, quando era stata presa dagli imperiali, ciò era dovuto a una screpolatura nel cristallo.

Aveva pure fabbricato una mosca di bronzo, posta su una porta fortificata, che aveva il potere di allontanare le mosche dalla città, un cavallo di bronzo che manteneva sani i cavalli, un macello dove la carne poteva mantenersi fresca per sei settimane. Inoltre, poiché Napoli era infestata da molti serpenti che si aggiravano nelle sue numerose cripte e grotte, egli li relegò tutti sotto una porta detta Ferrea.

Napoli, Castel dell’Ovo

Per preservare dalla minaccia del Vesuvio la città, aveva posto una statua di bronzo raffigurante un arciere con la freccia in direzione del monte, ma pare che un giorno un contadino fece scoccare quella freccia riportando il vulcano in attività. Ancora più noto è il suo legame con Castel dell’Ovo, il cui nome deriva dalla leggenda dell’uovo celato al suo interno, che doveva mantenere in piedi l’intera fortezza.

Questa funzione protettiva dei manufatti di Virgilio la ritroviamo anche a Roma, perché non era ammissibile che la fama di benefico mago, di cui godeva a Napoli, rimanesse a lungo segregata dall’Urbe, le cui origini leggendarie erano state da lui immortalate, come fa notare Domenico Comparetti nel suo trattato “Virgilio nel Medioevo” (1896), un’imponente opera in due volumi, che affronta filologicamente la figura del poeta nelle letterature medievali.

L’abate inglese Alessandro Neckam, nel De naturis rerum (fine XII secolo), riporta la storia secondo cui Virgilio avrebbe costruito a Roma un palazzo nel quale aveva collocato le statue dei vari paesi soggetti al popolo romano, ognuna con un campanello. Appena una di queste province pensava a tendere insidie all’impero, ecco che la statua che la rappresentava faceva tintinnare il campanello. Subito un guerriero di bronzo posto sulla sommità del palazzo avvertiva i romani con una lancia fatta scoccare nella direzione della provincia ribelle e così si poteva prontamente reprimere la sommossa mandando sul posto delle truppe. In questa credenza, nota nel Medioevo come Salvatio Romae, e conosciuta in diverse varianti, si trova uno strano miscuglio di reminiscenze di edifici monumentali e delle statue delle varie province che adornavano il teatro di Pompeo, dalle quali pare che nei momenti di rimorso Nerone credeva di essere aggredito; il tutto intrecciato con un’idea superstiziosa di come fosse impossibile esercitare, se non con la magia, la vigilanza necessaria a tenere unito un così vasto impero.

Questa leggenda veniva riferita all’inizio al Campidoglio e in questo si può ravvisare forse il ricordo delle oche che durante l’assedio gallico (390 a.C. circa) avevano dato l’allarme salvando così la città. Più tardi venne riferita al Colosseo o al Pantheon, come si legge in questi versi dell’erudito veneziano Ludovico Dolce (1508-1568):

Non la Ritonda or sacra, e già profana, / Là dove tante statue erano poste /Che avean legata al collo una campana.”

Ne parlano anche quelle guide di pellegrini note col titolo di Mirabilia Urbis, che cominciano ad apparire già dal XII secolo, come pure Iacopo da Varazze nella sua Legenda Aurea. L’idea della Salvatio Romae fu accostata a una vecchia credenza, diffusa anche fra gli orientali, che cioè si potessero costruire degli specchi in grado di riflettere tutto quello che avveniva a grande distanza. Si diceva, ad esempio, che uno di questi specchi fosse stato posto da Alessandro Magno sul Faro di Alessandria. Secondo una versione medievale anche il famoso Palladion di Troia consisteva in uno specchio di questo genere.

Anche Virgilio avrebbe costruito nel Colosseo uno specchio gigantesco con gli stessi poteri che però sarebbe stato poi distrutto da un re straniero, che non sopportava l’idea di essere tenuto così in soggezione. In un’altra raccolta di leggende si parla invece di un piccolo specchio, grazie al quale Virgilio avrebbe svelato a un marito lontano l’infedeltà della moglie e le trame ordite dall’amante per ucciderlo. Di questi specchi magici si favoleggerà a lungo (e si ritrovano pure nel mondo delle fiabe: celebre quello della matrigna di Biancaneve) e Giambattista Della Porta nella sua Magia naturalis arriva a dichiarare di averne scoperta la tecnica segreta di costruzione.

Nel testo anonimo Image du monde è attribuita a Virgilio l’invenzione di due ceri e di una lampada inestinguibili. In altre versioni si parla pure di un fuoco sempre ardente dinanzi al quale era posta la statua di un arciere pronto a scoccare la freccia contro di esso, con una scritta in ebraico che diceva: “Se alcun mi tocca io ferirò”. Qualcosa di simile si ritrova in un racconto delle Mille e una notte e in una leggenda relativa a papa Silvestro II (999-1003), al secolo Gerberto di Aurillac. Inoltre, proprio come a quel pontefice venne attribuita l’invenzione di una testa magica, che gli avrebbe predetto il momento della morte, da lui non ben compreso, anche Virgilio avrebbe consultato un analogo automa profetico che lo avrebbe tratto in inganno. Si racconta infatti che, avendolo consultato prima di un viaggio, esso gli rispose che se avesse custodito bene la sua “testa” gli sarebbe derivato soltanto del bene. Egli pensò che si riferisse proprio alla testa profetica, quando invece si parlava di quella sua. In conclusione, non essendosi riparato dai raggi cocenti del sole, ebbe un malore che lo condusse alla morte.

Girolamo Mocetto, Metamorfosi di Amymone, Galleria Disegni e Stampe Firenze

Proprio la testa di Virgilio, intesa come allegoria di Mantova (la patria del poeta), è protagonista di alcune bizzarre composizioni dove appare in una vasca, il cui esemplare più antico potrebbe essere il disegno (bottega di Andrea Mantegna) con la cosiddetta “Metamorfosi di Amymone”, del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, ripresa in un’incisione del 1500 ca. di Girolamo Mocetto.

Giulio Romano, Augusto e la Sibilla, 1540, Monaco Staatliche Graphische Sammlung

All’epoca in cui furono redatti i racconti magici su Virgilio, era diffusa l’idea che la Sibilla Cumana avesse profetizzato la venuta di Cristo. Secondo una leggenda Ottaviano Augusto un giorno fece venire sul Campidoglio la Sibilla per interrogarla sui futuri onori che gli sarebbero venuti dal cielo. Ma quella rispose che dal cielo sarebbe venuto un re che avrebbe regnato in eterno. A quel punto il cielo si aprì e Augusto ebbe la visione di una vergine di meravigliosa bellezza seduta su un altare con un bambino in braccio.

 

Sul luogo fu poi edificata la chiesa di Santa Maria dell’Ara Coeli, con una chiara allusione all’altare della visione. La terza colonna a sinistra segnerebbe il posto del vaticinio. A poco a poco la figura della Sibilla, uscita dall’ambito puramente religioso o letterario, divenne familiare a tutti, tanto che la troviamo raffigurata con una certa frequenza fino al XVI secolo.

B. Tisi, il Garofalo, Apparizione della Vergine ad Augusto e alla Sibilla, 1544, Musei Vaticani

Il nome di Virgilio nell’immaginario collettivo era spesso associato a quello della Sibilla. Lo stesso poeta che nell’Eneide aveva cantato la profetessa, si era fatto come lei profeta annunciando la nascita di Cristo. Questa profezia veniva individuata nella IV egloga delle Bucoliche, quella del ritorno dell’Età dell’oro, annunciato dalla nascita di un fanciullo divino:

Giunge ormai l’ultima età della profezia cumana, / riprende dall’inizio il ciclo dei grandi secoli, / torna persino la Vergine, tornano i regni di Saturno, / una nuova razza ci viene inviata dall’alto dei cieli. / Tu sii benevola, casta Lucina, al fanciullo che ora nasce, / la cui venuta porrà finalmente fine alla razza del ferro / per fare sorgere in tutto il mondo quella dell’oro …”
Virgilio tra due Muse, inizi III sec., Tunisi, Museo del Bardo

Parole come puer (bambino) e Virgo (vergine) furono riferite a Gesù e alla Madonna, anche se il puer di Virgilio era con tutta probabilità il figlio di Asinio Pollione, suo protettore, e la Virgo era Astrea, ovvero la Giustizia, quanto mai necessaria perché si realizzasse a Roma un’utopistica età di pace e gloria. Il nome della Sibilla e di Virgilio erano congiunti soprattutto nei Misteri sacri della Natività, insieme a quelli dei profeti biblici.

Virgilio venne pure legato al nome di San Paolo, il quale presumibilmente conosceva i versi profetici del poeta.

Raffaello, affresco con la Sibilla Cumana in Santa Maria della Pace,Roma

Nell’Image du monde si racconta che San Paolo, arrivato a Roma, si rammaricò alla notizia che Virgilio era morto perché in cuor suo sperava di convertirlo al cristianesimo: “Ah! se ge t’eusse trouvé/Que ge t’eusse a Dieu donné!” (ah, se ti avessi trovato, t’avrei dato a Dio). Tanto fece che riuscì a scoprire un luogo sotterraneo, dove pensava di trovare il poeta. La via per giungervi era spaventosa, spazzata da un vento impetuoso e tuoni terribili. L’apostolo vide alla fine Virgilio, seduto tra due ceri ardenti e tutto circondato da libri gettati in terra. L’ambiente era illuminato da una lampada presa di mira da un arciere, mentre due uomini di bronzo, che facevano un fracasso insostenibile con due martelli di acciaio, impedivano l’ingresso a chi tentava di varcarne la soglia. Il santo riuscì a far cessare il martellare dei due, ma l’arciere scoccò la freccia e il luogo cadde tutto in polvere. San Paolo voleva evidentemente impossessarsi dei libri del poeta, quelli dell’Ars notoria (attribuita a Salomone), che dovevano fornire un sapere iniziatico, un’altra conoscenza. Ma, evidentemente, si trattava di una conoscenza illusoria, nient’altro che un miraggio. Virgilio aveva avuto questi libri, secondo quanto narra l’ennesima leggenda, in modo assai singolare.

Roberto Bompiani, Dante e Virgilio portati in volo da Gerione 1893 Accademia di San Luca

Pare che sulla Montagna della Calamita (un mitico monte citato anche nelle Mille e una notte, in grado di attrarre irresistibilmente le navi), vi era un gran negromante chiamato Zabulon (nome che richiama il Diavolo), il quale aveva letto nelle stelle la venuta di Cristo 1200 anni prima che avesse luogo e cercava con ogni mezzo di impedirla. Virgilio, avendo appreso dell’esistenza di questo mago, e volendo contrastarlo, si mise in viaggio e giunse alla montagna. Grazie all’aiuto datogli da uno spirito imprigionato entro un rubino, Virgilio arrivò a impadronirsi dei libri del mago, rendendo possibile la profezia della nascita di Gesù Cristo e acquisendo al tempo stesso enormi poteri occulti. La sua, quindi, sarebbe stata un’arte diabolica. Se Dante avesse conosciuto questa leggenda, forse non lo avrebbe utilizzato come guida nella sua Commedia.

Secondo un’altra diceria, egli aveva acquisito i suoi poteri dopo aver scoperto una bottiglia che racchiudeva nel suo interno dodici diavoli. Li avrebbe liberati solo dopo che quelli gli insegnarono le arti segrete.

Obelisco Vaticano in Piazza S. Pietro

Un monumento romano che ha a che fare col poeta è l’obelisco di piazza San Pietro. Pur trattandosi di un monolito egizio proveniente da Eliopolis, una leggenda medievale lo fa provenire da Gerusalemme. Poiché Augusto voleva erigere una tomba per Giulio Cesare in tutto degna della sua grandezza, avrebbe mandato Virgilio a Gerusalemme, dove sorgeva un obelisco contenente le ossa di Salomone. Queste erano collocate sulla cima entro un globo d’oro. I capi ebraici per cedere il monumento chiedevano in compenso una somma ingente, e cioè 1000 denari per ogni giorno di viaggio fino a Roma. Allora il nostro mago avrebbe evocato con formule magiche dei potentissimi venti, che sollevarono l’obelisco e lo trasportarono in un solo giorno a Roma.

Province romane, Musei Capitolini
Roma, Bocca della Verità

Tra i monumenti legati a Virgilio a Roma vi è anche la Bocca della Verità, un notissimo mascherone che aveva probabilmente la funzione di chiusino di fogna, collocato nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin già dal 1632. Secondo una diffusa credenza, la misteriosa maschera sarebbe stata in grado di giudicare sulla verità delle parole di un imputato, che doveva a questo scopo introdurre una mano nella bocca. Se la mano gli veniva mozzata, la sua colpevolezza era data per certa. L’ingegnere del magico congegno sarebbe stato, come al solito, il sapiente Virgilio. In quest’ideazione viene riconosciuta al poeta una buona dose di misoginia, in quanto nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essenzialmente rivelare ai mariti le infedeltà delle loro mogli. Ma si racconta che un giorno una fedifraga, avviata al giudizio su consiglio di Virgilio, riuscì a cavarsela grazie alla sua astuzia. La donna, infatti, indusse il suo amante a fingersi pazzo e ad aggredirla e baciarla davanti a tutti, nei pressi del Mascherone. A quel punto poté giurare di non essere mai stata tra le braccia di un uomo che non fosse il marito a parte, ovviamente, quel pazzo capitato poco prima sulla sua strada.

Avorio della metà del XIV sec. con Virgilio nella cesta, Baltimora Walters Art Museum

Un altro leggendario episodio legato a una donna vede, invece, il poeta prima ridicolizzato e poi come vendicativo mago. Si racconta che egli corteggiasse assiduamente una fanciulla, che secondo una versione era figlia dell’imperatore. Per prendersi gioco di lui, la giovane invitò il poeta a trascorrere una notte a casa sua. La bella abitava in una torre nei pressi del Colosseo (che però all’epoca ancora non era stato eretto) e chiese al poeta di entrare in una cesta così da essere issato su, ma a metà percorso la cesta si fermò. Virgilio rimase bloccato tutta la notte e il mattino seguente fu oggetto di scherno da parte dei passanti. Purtroppo Virgilio non era in grado di sfuggire a questa situazione perché, non avendo più il contatto con la terra, non poteva esercitare la sua magia.

La vendetta, però, fu estremamente crudele. Grazie alle sue arti, il giorno seguente il poeta spense magicamente tutti i fuochi della città e mandò a dire in giro che potevano essere riaccesi solo attingendo con una torcia alle parti più intime della fanciulla, il tutto nella pubblica piazza. Toccò quindi alla sfortunata sottomettersi nuda a quel lungo supplizio.

Roma, Torre degli Annibaldi

La storiella consta, come si vede, di due parti ben definite: la beffa e la vendetta. Entrambe si ritrovano nella novellistica più antica riferite a personaggi diversi, ma a partire dal XIII secolo anche quest’avventura venne attribuita al poeta mago. La conoscenza dell’episodio della cesta era talmente diffusa che si finì col chiamare “torre di Virgilio” quella medievale dei Frangipani, data la sua vicinanza al Colosseo da identificare forse con quella degli Annibaldi. E la torre viene annoverata tra i monumenti antichi che i pellegrini andavano a vedere a Roma, come ricorda in una sua rima Francesco Berni (1497-1535):

E la torre ove stette in due cestoni/ Vergilio spenzolato da colei”.

La storiella era citata come esempio del fatto che anche la più grande sapienza umana è insufficiente contro le astuzie femminili. Il tema ebbe grande successo nelle arti grafiche dell’Europa settentrionale almeno fino al secolo XVI. Ma già dal XIV secolo Petrarca si era scagliato contro le tradizioni leggendarie che deformavano l’immagine del poeta antico; tuttavia, per ironia della sorte, anche nelle illustrazioni dei suoi Trionfi vi appare in chiave tutt’altro che aulica, come si legge nella voce “Publio Virgilio Marone” dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale Treccani:

Nel Trionfo dell’amore Petrarca aveva elencato una numerosa schiera di illustri vittime dell’amore: la scelta degli artisti che dovevano raggrupparne molti intorno al carro di Cupido include talvolta Virgilio, sospeso nella sua cesta (Firenze, Bibl. Riccardiana, 1129, c. 1v; Firenze, Laur., Stroz. 174, c. 1). Tale immagine deformata del venerato autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide era stata così potentemente costruita dal Medioevo che solo lentamente i tempi moderni riuscirono a recuperare l’immagine dell’antico poeta latino”.
Illustrazione del Volume Publii Virgili Maronis Opera, 1502, Mantova coll. M.Alloro

In seguito a questa storia della beffa e della successiva odiosa vendetta, il poeta sarebbe stato punito dall’imperatore con l’incarcerazione, ma ottenne la liberazione sempre grazie alla magia, disegnando sulle pareti della cella un veliero che, animato dai suoi poteri, si alzò in cielo e veleggiò poi sul mare fino a Napoli. In procinto di partire, il poeta avrebbe detto ai compagni di carcere: “Vado a Napoli”. E la frase avrebbe dato origine al toponimo Magnanapoli, che ancora designa la piazza tra via Nazionale e via XXIV Maggio, dove si sarebbe trovata la sua cella.

Nica FIORI  Roma 7 giugno 2020