L’arte rinascimentale giapponese nei dipinti su paravento. Grande mostra agli Uffizi (fino al 7 gennaio)

di Marta ROSSETTI

Il rinascimento giapponese. La natura nei dipinti su paravento dal XV al XVII secolo

Firenze, Museo degli Uffizi, Aula Magliabechiana fino al 7 gennaio 2018

Tra le grandi mostre d’arte organizzate nel nostro paese nell’ambito del centocinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche bilaterali tra l’Italia e il Giappone (“Trattato di Amicizia e di Commercio”, 25 agosto 1866) –

– “Domon Ken. Il maestro del realismo giapponese” a cura di Rossella Menegazzo e Takeshi Fujimori (Roma, Museo dell’Ara Pacis, 27 maggio–18 settembre 2016), “En:art of nexus” per cura di Yoshiyuki Yamana (Venezia, Giardini di Castello, Padiglione Giappone, 15a Mostra Internazionale d’Architettura–La Biennale di Venezia, 28 maggio–27 novembre 2016), “Capolavori della scultura buddhista giapponese” curata da Takeo Oku (Roma, Scuderie del Quirinale, 29 luglio-4 settembre 2016), “Hokusai, Hiroshige, Utamaro” a cura di Rossella Menegazzo (Milano, Palazzo Reale, 22 settembre 2016-29 gennaio 2017), “The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi” per cura di Pippo Ciorra, Kenjiro Hosaka e Florence Ostende (Roma, MAXXI–Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, 9 novembre 2016–26 febbraio 2017; London, Barbican Centre, 23 marzo-25 giugno 2017), “Turned upside down, it’s a forest. Takahiro Iwasaki” curata da Meruro Washida (Venezia, Giardini di Castello, Padiglione Giappone, 57a Esposizione Internazionale d’Arte–La Biennale di Venezia, 13 maggio–26 novembre 2017), “Hokusai. Sulle orme del maestro” a cura di Rossella Menegazzo (Roma, Museo dell’Ara Pacis, 12 ottobre 2017-14 gennaio 2018) –

– questa allestita nell’Aula Magliabechiana al Museo degli Uffizi di Firenze (fino al 7 gennaio 2018), seppur contenuta nel numero dei pezzi esposti, risplende per la sua bellezza ed introduce, assieme a quella già ricordata sulla scultura buddhista, al Giappone più antico.

fig. 1 Fujii Ryōji, Paesaggio con sole, metà del XV secolo, Ōsaka, Amanosan Kongōji.

La mostra è curata da Rossella Menegazzo, professore del settore disciplinare “Archeologia, storia dell’arte e filosofie dell’Asia Orientale” presso il Dipartimento dei Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, ed espone a rotazione di 13 per volta 39 splendidi paraventi pieghevoli (byōbu) e porte scorrevoli (fusuma; shoji) dipinti in Giappone tra l’epoca Muromachi (1392-1573) e l’inizio dell’epoca Edo (1603-1867) conservati in musei, templi e presso il Bunkachō (Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone). Attraverso questi oggetti, da quelli con composizioni più sobrie caratterizzate da vuoti interrotti da linee essenziali con colori dimessi a quelli con elementi più numerosi e colori più vivaci su foglia d’oro, l’esposizione mostra il profondo rapporto esistente tra la cultura nipponica e la natura, nonché quella “sensibilità alle cose” (mono no aware) propria del popolo giapponese, connessa all’effimera ed impermanente esistenza delle cose stesse.

fig. 2. Fujii Ryōji, Paesaggio con luna, metà del XV secolo, Ōsaka, Amanosan Kongōji.

Tra le opere di maggiore raffinatezza, molte connesse, seppur implicitamente, alla rappresentazione del trascorrere delle stagioni (kisetsu), sento di segnalare due coppie di paraventi a sei ante con Paesaggio con sole e luna (figg. 1-2) di Fujii Ryōji (Ōsaka, Amanosan Kongōji; Tōkyō, Tōkyō Kokuritsu Hakubutsukan; metà del XV secolo) – pervase di un forte senso del mistero dato dagli stessi sole (taiyō) e luna (tsuki) realizzati in foglia d’oro e d’argento, imperturbabili ed immobili rispetto alla natura dinamica e mutevole che li circonda; Spighe di grano (fig. 3) di Kanō Shigenobu (Tōkyō, Idemitsu Bijutsukan;

fig. 3. Kanō Shigenobu, Spighe di grano, prima metà del XVII secolo, Tōkyō, Idemitsu Bijutsukan.

prima metà del XVII secolo) – con le piante di grano (komugi) che si ripetono ritmicamente a creare quasi un muro di fanti verdi su fondale d’oro (kisetsu: natsu-estate); Eulalia (fig. 4) di Hasegawa Tōhaku (Kyōto, Shōkokuji; tardo XVI secolo) – ove protagonista è l’eulalia (susuki) assieme al vento (kaze) che la piega delicatamente, che non è visibile, ma percepibile (kisetsu: aki-autunno); Bambù e glicine (fig. 5) di Hasegawa Tōji (Ōsaka Shiritsu Bijutsukan; inizio del XVII secolo) – con le due piante sottili (take; fuji) che segnano verticalmente il fondale d’oro mentre alcuni fiori spuntano dal terreno in basso (kisetsu: haru-primavera); Foresta di cipressi (fig. 6) della scuola Hasegawa (Kyotō, Zenrinji; tardo XVI secolo) – su cui campeggia l’iscrizione tracciata dal calligrafo Konoe Nobutada con la poesia del monaco Zenshō che descrive la solitudine provata ascoltando il vento d’autunno tra i cipressi (itosugi) di Sanrin dopo il tramonto, mentre cerca un riparo per la notte durante la traversata del Monte Hase innevato (kisetsu: aki/fuyu–autunno/inverno).

Di lirica bellezza La piana di Musashino (figg. 7-8) della Scuola di Sōtatsu (Tōkyō, Suntori Bijutsukan; inizio del XVII secolo) – ove il Monte Fuji svetta tra le nuvole d’oro nel registro superiore, mentre nel registro inferiore stanno eulalia (susuki), lespedeza (hagi), campanule cinesi (nejikikyō) e crisantemi (kiku) assieme alla luna (tsuki) che sorge dalla terra (e che sembrerebbe “poggiata” su di essa) dietro le stesse piante autunnali (kisetsu: aki-autunno).

figg. 7-8, Scuola di Sōtatsu, La piana di Musashino, inizio del XVII secolo, Tōkyō, Suntori Bijutsukan.
figg. 7-8, Scuola di Sōtatsu, La piana di Musashino, inizio del XVII secolo, Tōkyō, Suntori Bijutsukan.

La piana di Musashi, nei pressi di Tōkyō, un tempo caratterizzata da distese di eulalia (susuki), è celebrata anticamente dalla letteratura giapponese come luogo ideale per contemplare la luna nella stagione autunnale (tsukimi), attività elevata a festività in Giappone (15°-18° giorno dell’8° mese del calendario lunare) a testimonianza del profondo rapporto di comunione tra l’uomo e la natura e a ragione di quella malinconica “mono no aware” (sensibilità alle cose) propria del popolo giapponese:

Yukusue wa/sora mo hitotsu no/musashino ni/ kusa no hara yori/ izuru tsukikage.” (“Shin Kokin Wakashū”, IV, 422)

Its destination:/the skies, one with/Musashi Plain, where/ from among the fields of grass/ emerges moonlight.

Musashino wa/ tsuki no irubeki/ mine mo nashi/obana ga sue ni/ kakaru shirakumo.” (Minamoto no Michikata, 1189-1238)

The plains of Musashi/have no mountain peaks/into which the moon can slip,/as white clouds enshroud/spears of plume grasses.”.

Marta ROSSETTI    Dicembre 2018