Annibale Carracci e gli affreschi della cappella Herrera; ricostruita la storia e la sequenza originaria del ciclo di capolavori carracceschi.

di Silvia DANESI SQUARZINA

Si è aperta il 16 novembre 2022 (e si chiuderà il 5 febbraio), presso le Gallerie Nazionali di Arte Antica, di cui è direttore Flaminia Gennari Santori, una importante mostra sulla Cappella Herrera, un tempo sul lato sinistro nella rimaneggiata chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, in piazza Navona. Il titolo “Annibale Carracci. Gli affreschi della cappella Herrera” non può per inevitabile, necessaria brevità, riassumere il complesso intreccio storico artistico che fa da sfondo al tema (1).

Il tema centrale è la figura di Annibale Carracci, il suo rapporto con la natura e la storia.

Gli aspetti interessanti trattati nel catalogo sono molti: i rapporti tra Roma e Spagna nel 1600 (Patrizia Cavazzini), un saggio molto ricco e ben argomentato dove si comprende la conflittualità tra i fautori della Corona di Spagna e gli alleati del Re di Francia e dove sono sottese intricate questioni religiose e sociali, in una città non ancora molto popolosa.
Il banchiere spagnolo Juan Enriquez de Herrera, fondatore della Cappella che ne porta il nome, il suo rapporto con i banchieri Costa e il suo documentato e giustamente ben analizzato interesse per Caravaggio, a partire dal noto articolo di Luigi Spezzaferro (2), è il tema trattato con ampiezza da Cristina Terzaghi.

Poi segue Annibale Carracci e i bolognesi a Roma (Daniele Benati), un saggio gustoso e molto personale da cui emergono aspetti nascosti e drammatici circa Annibale e il cardinale Odoardo Farnese, committente dei lavori che, inclemente, lo tiene in una miserabile stanzetta sottotetto, ignaro dei futuri successi della Galleria. La fatica fu immensa, fino al tragico epilogo, 1609, dopo il viaggio a Napoli con il suo caro Baldassarre Aolisi, meglio noto come il Galanino (tenero il disegno in cui lo ritraeva fanciullo) quando muore a 49 anni, attorniato dall’affetto indicibile dei suoi allievi. Anche se Annibale aveva una sua vena incline al “naturale” (Malvasia scrive della sua inclinazione per la gente “bassa”) l’astro, in linea con i tempi, e poi apprezzato da Giovanni Pietro Bellori, viene indicato in Raffaello e l’Antico. Convincente la conferma di Benati a Annibale del ritratto di Giovan Battista Agucchi (York Art Gallery, York).

Lo studioso sottolinea la difficoltà di distinguere le mani dei vari collaboratori nella Cappella. Dello stesso parere anche Aidan Weston-Lewis in merito ai 25 disegni pervenuti, più alcune copie.

Giulio Mancini parla di “minimi schizzi”, termine adatto per alcuni fogli fra cui quelli di carta vergata grigio azzurra conservati a Windsor Castle, disegni di mano di Annibale, tracciati a matita nera con lumeggiature in bianco, veloci, stenografici, carichi dell’intenzione di trasmettere idee e soluzioni ai discepoli. Vedi ad esempio il San Lorenzo, che in un primo abbozzo emerge da un cartoccio di pieghe con intensa drammaticità, poi sfocia, nello studio successivo, in una figura costruita con maggiore chiarezza, completa della griglia del suo martirio, che prelude alla splendida pittura murale in cui il Santo indossa un meraviglioso abito damascato il cui biancore è racchiuso dalle bordure giallo dorate.

Si tratta di uno dei vari distacchi di dipinto dal muro (con un piccolo strato di intonaco) della Cappella Herrera, meglio riusciti come conservazione; è considerato opera di Annibale ed è conservato al Prado. Giustamente gli viene dedicata la copertina del catalogo della mostra.

Weston-Lewis vede con certezza la mano di Annibale nel gruppo dei disegni di Windsor e in effetti il suo parere è condiviso e da condividere; attribuisce invece a un collaboratore minore, oppure un imitatore, alcuni disegni di Stoccolma che tracciano le scenette della vita di San Diego contenute nei riquadri a forma di trapezio, parte fondamentale di tutta la composizione della Cappella in quanto è lì la chiave principale della narrazione agiografica. Indubbiamente Annibale, oppure Francesco Albani, avevano un fedele collaboratore di livello minore, con mansioni di esecutore ovvero di preparazione in pulito nelle giuste dimensioni di un progetto, seguendo una traccia dei due maestri.

Il penultimo saggio del catalogo è di Ilaria Miarelli Mariani e offre una preziosa lettera di Francesco Albani, datata 31 luglio 1658, in cui fra varie importanti notizie sottolinea che venne chiamato da Annibale Carracci per eseguire gli affreschi della cappella Herrera, derivandoli dai suoi cartoni

Nel quadro degli aspetti attributivi e soprattutto delle relazioni che sono a monte della vicenda della cappella Herrera, e prima di riferire al lettore i contenuti dell’importante saggio del Curatore, Andrés Úbeda de los Cobos, mi permetto di inserire qui un mio breve excursus su due punti fondamentali:

Francesco Albani ci appare la persona di cui Annibale si fida (anche se da lui molto diverso) e a cui affida un compito “generalistico”.

A sua volta Albani apprezzava e si fidava di Domenichino: entrambi erano allievi di Denijs Calvaert, ed erano estremamente affiatati, e disponibili alla concreta collaborazione quotidiana.

Li vediamo insieme nuovamente con significativi, distinti incarichi, nel palazzo di Bassano Romano al servizio di Benedetto e Vincenzo Giustiniani e li vediamo ancor prima insieme in palazzo Mattei di Giove, al servizio della importante, religiosissima famiglia, strettamente legata ai Giustiniani. Il metodo narrativo (quanto mai raffaellesco, cfr. le Logge Vaticane) inaugurato nei riquadri trapezi della cappella Herrera prosegue in 2 + 1 soffitti delle sale del palazzo Mattei di Giove.

Benedetto Giustiniani è Cardinale Legato a Bologna dal 1606 al 1610, ma il suo interesse per la scuola dei Carracci è anteriore, infatti lo vediamo dalla piccola tavola di Annibale che il Cardinale teneva in camera da letto. Amava Calvaert e i suoi allievi. Lo vediamo pagare personalmente uno dei vari viaggi di Albani da Bologna a Bassano per la Galleria con la Caduta di Fetonte. Si noti poi che è presente nel 1588 alla cerimonia di canonizzazione di san Diego di Alcalà.

E non dimentichiamo che nel palazzo di Bassano (cuore di un feudo con terreni coltivati a noccioleti e una chiesa di famiglia in aperta campagna che ospita un grande Cristo incompiuto di Michelangelo) è presente Domenichino e la sua bellissima stanza di Diana.

Ci sono poi altre importanti connessioni da ricordare di cui parlerò meglio più avanti. Il palazzo in Canale di Ponte ossia in Banchi, dove aveva sede il Banco Herrera era in buona parte proprietà di Benedetto Giustiniani, il quale aveva salvato dalla bancarotta i precedenti proprietari del palazzo ossia i banchieri Bandini: una sorella di Benedetto aveva sposato un Bandini.

Benedetto Giustiniani muore nel 1621, e nel suo testamento appare la prima traccia della proprietà del palazzo in Banchi, “un palazzo posto in Banchi dove abitava ultimamente Marchese Herrera” (3). Le vicende della locazione, che cominciano in atti del 1590, mi portarono a ritrovamenti che sono a monte della Cappella. Grazie al ritrovamento del contratto di locazione fra Benedetto Giustiniani e gli Herrera (la locazione era iniziata il 14 agosto 1590) ebbi la fortuna di reperire l’inventario del Banco Herrera, unico inventario noto di un Banco finanziario, con armadi e scrigni per il denaro contante e grande ricchezza di arredi. Lo pubblicai in nota in un catalogo di mostra su Caravaggio presso il museo del Prado nel 1999 (4) e mi permetto, per la sua rarità e pertinenza, di riportarlo qui in Appendice; l’ubicazione era strategica per le attività bancarie e infatti il palazzo in precedenza era degli Strozzi, prestigiosi banchieri amici di Michelangelo, che proprio lì ospitarono il grande scultore quando era malato. Vedi le precisazioni che aggiunsi nel 2003, circa il corretto indirizzo in Roma del Banco Herrera (senza dimenticare i Costa): Canale di Ponte, ossia via dei Banchi, il cui nome moderno è oggi via del Banco di Santo Spirito, numero civico 41, Parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini (5).

Talvolta il palazzo, che ha una gloriosa vicenda di varie locazioni (la pertinenza più significativa, ai fini dei presenti studi, è quella già citata dei Bandini – Giustiniani), è menzionato come Gaddi Nicolini. Nel 2007 il mio ritrovamento fu oggetto di attenzione da parte di Cristina Terzaghi nel volume citatissimo e premiato che accoglie e amplia la sua Tesi di Dottorato, redatta per il Dottorato presso la Sapienza, da me coordinato (6).

Ultima postilla sull’amore per Raffaello non tanto da parte di Annibale quanto da parte della sua cerchia: la vera copia stupenda che Guido Reni trasse dalla Santa Cecilia dell’urbinate, rinvenuta in collezione Sfondrato da Francesca Profili, mia allieva, che ha messo in disparte la copia bruttina presente in San Luigi dei Francesi (7).

Non dimentichiamo infine le incisioni tratte dalle logge di Raffaello eseguite da Sisto Badalocchio e da Giovanni Lanfranco (1607). A cui si aggiunga un interessante album inedito di disegni tratti dalle Logge di Raffaello; molti fogli sono siglati G. C. fecit, ossia Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, e sicuramente era strumento di lavoro, come repertorio della bottega. Per inciso ricordiamo che Juan Herrera (prima di trasferirsi in Canale di Ponte) aveva abitato nel palazzetto dei Piceni, decorato dal Cavaliere.

Al centro del catalogo il saggio del curatore della mostra Herrera, Andrés Úbeda de los Cobos, direttore aggiunto del Museo del Prado. Intensamente da lui voluta e frutto del lavoro di molti anni, l’esposizione ha avuto due prime tappe a Madrid, Museo Nacional del Prado, poi Barcellona, Museu Nacional d’Art de Catalunya, l’ultima, appena inaugurata a Roma, ha il pregio di avere una ricostruzione tridimensionale di grandezza uguale al vero che ci mostra meravigliosamente nella sua interezza la Cappella prima della sua distruzione e dispersione.

Nell’architettura effimera, ricostruita per la Mostra, sono inserite tutte le parti della decorazione che nell’Ottocento furono oggetto di complesse operazioni di distacco con uno spessore del muro di supporto. Furono difficili le trattative fra Spagna e Vaticano, ma infine fu ottenuto l’asporto. Destinate a Madrid, pervennero in fase successiva al Prado, mentre, per motivi non chiari, alcuni affreschi rimasero a Barcellona, primo attracco del viaggio, e sono tuttora presso il Museu Nacional d’Art de Catalunya. A queste due sedi si aggiunga la chiesa di Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli, dove é conservata la pala a olio su tavola del 1606 circa (attribuita a Annibale e altri della sua cerchia) raffigurante San Diego di Alcalá che supplica Cristo per Diego Enríquez de Herrera bambino, il terzo figlio di Juan, nato a Roma, e malato.

In premessa, il curatore sottolinea la difficoltà di chiarire ogni cosa sia sul piano attributivo sia logistico-organizzativo. In realtà il visitatore può, per la durata della mostra, entrare nella cappella Herrera ricostruita e magicamente risorta, e capire la originaria disposizione degli affreschi, dispersi in due sedi e ora riportati a Roma.

Sotto alla figura del Padre Eterno dipinta nel lanternino alla sommità della cappella si susseguono le figure monumentali degli Apostoli, in piedi oppure accovacciati su dense nubi.

Al centro della parete di fondo della cappella ricostruita è ricollocata la tavola dipinta a olio eseguita da Annibale (prestata dalla chiesa romana, di appartenenza spagnola, di Santa Maria in Monserrato) e raffigurante San Diego in abito francescano che intercede per Diego Herrera fanciullo (sappiamo di una sua malattia) ponendogli la mano sul capo e volgendo il volto scarno e gli occhi supplici verso la figura del Cristo, fra angeli e cherubini, che sovrasta la tavola. Il resto della decorazione in campiture a forma di trapezio e lunette affronta il racconto della vita e delle gesta del Santo e dei suoi miracoli.

Secondo il curatore Úbeda la scelta che fa Annibale di avere Francesco Albani come principale collaboratore e esecutore dei suoi desideri e delle sue intuizioni è dovuta all’intenzione di rivisitare attraverso Albani (allievo di Calvaert e poi allievo di Annibale) la eredità di Raffaello. Sono assolutamente d’accordo e anzi vorrei cercare di ampliare questo aspetto estremamente rilevante e significativo del momento storico della cultura artistica a Roma, dopo Il completamento della Galleria Farnese.

Dato il desiderio del committente Herrera di illustrare la vita miracolosa di un santo francescano e pauperista, caro al re di Spagna e simbolo di possibili alleanze trasversali fra la sua Corona e Roma, era necessario trovare una chiave di racconto di larga lettura popolare e di religiosità umile e profonda. Quindi il modello non è il linguaggio grandioso e trionfalistico del Raffaello delle Stanze, bensì la capacità di narrazione (e questo Úbeda lo dice) del Raffaello delle Logge. Anche la struttura gerarchica del rapporto con gli allievi viene capita e perpetuata.

La conferma della precisa scelta di un linguaggio piano e comprensibile culturalmente e aneddoticamente denso la troviamo in un lavoro (ricordato sopra) che Francesco Albani esegue per i Mattei in due sale del piano nobile del palazzo Mattei di Giove. Ad esempio il Sogno di Giacobbe è fedelmente tratto dal Raffaello delle Logge.

Nella cappella Herrera gli episodi prescelti per la sequenza del racconto sono quelli dei miracoli e della vita quotidiana del santo. Protagonista il dito indice della mano destra di San Diego che ogni volta indica il punto preciso del miracolo che sta avvenendo: gli occhi del cieco guarito, il fanciullo salvato dal forno, il ristoro miracoloso: il dito indice di San Diego era una reliquia preziosissima custodita in una stupenda opera di oreficeria che Cristina Terzaghi pubblica nel suo contributo. La macabra reliquia trova rispondenza nella gestualità del Santo evocata nei riquadri in forma di trapezio e nelle lunette.

Impossibile riassumere il lavoro analitico del Curatore circa la datazione e le attribuzioni: i suoi dubbi sono molti. Le cornici in stucco di Stefano Fuccari, delle quali abbiamo pagamenti e date, vennero eseguite prima o dopo i dipinti? Nella Galleria Farnese il Curatore ricorda che vennero eseguite dopo; le date precoci e le fasi proposte (2007) da Cristina Terzaghi si possono accettare? Úbeda è favorevole a date di esecuzione degli affreschi intorno al 1604-1607; l’intonachino, ultimo strato sottile prima del dipingere, veniva eseguito a breve distanza temporale da arriccio e intonaco? La malattia di Annibale, con alti e bassi, fa da struttura cronologica? Le mani al lavoro sono solo di Albani e Annibale? Per San Diego che riceve l’elemosina e per Il ristoro miracoloso e numerose altre situazioni il Curatore vede le mani di entrambi; della cerchia di Annibale quali collaboratori? La lunetta con la Predica di San Diego, 1604-5, viene data a Sisto Badalocchio (con varie traversie per la tecnica ad affresco che Badalocchio non domina), quella con l’Apparizione di San Diego presso il suo sepolcro, stesse date, viene attribuita a Giovanni Lanfranco, ma viene ricordata l’opinione dubbiosa di Erich Schleier, massimo esperto di Lanfranco.

Úbeda fa i conti con le stratificate attribuzioni dei precedenti studiosi e non dimentica nessuno. Certo per Francesco Albani tiene conto di Catherine Puglisi. Un elemento che inevitabilmente avvalora il ruolo complessivo di Albani è il ritrovamento di un suo vasto ciclo con quindici tele di cui alcune strettamente connesse alla cappella Herrera, comprovate dagli inventari del cardinale Benedetto Giustiniani e in quelli del fratello minore marchese Vincenzo, una prova che Albani aveva un ruolo primario, sia nella Cappella, sia grazie alla amicizia fra i facoltosi banchieri genovesi (insediati a Roma) e spagnoli (8)  il ciclo, acquistato dal re di Prussia (insieme a buona parte della collezione Giustiniani) andò a finire a Naumburg, a causa di uno scambio di opere fra il direttore Wilhelm von Bode e la Moritzkirche. Ancora ringrazio Erich Schleier che si recò a Naumburg per me, e naturalmente andai anch’io. Il San Giacomo Maggiore dipinto per la Herrera da Albani e molto rovinato dal distacco, ha il gemello Giustiniani in perfette condizioni. Un giovane studioso tedesco mi ha annunciato che vuole organizzare una giornata di studio a Naumburg.

Infine va ricordato il saggio conclusivo del Curatore circa la spedizione in Spagna nel 1850 degli affreschi staccati. Preziose le relazioni dei restauratori. Apprendiamo che il distacco degli affreschi venne effettuato da Pellegrino Succi, con la supervisione di Antonio Solà.

Molto belli i due affreschi di Annibale e di Albani che stavano nella parete esterna della cappella. La Madonna viene raffigurata assunta in cielo e gli apostoli stanno intorno al sepolcro vuoto, e non viene raffigurato il cadavere di Maria, che provocò il famoso rifiuto del magnifico dipinto di Caravaggio.

Silvia DANESI SQUARZINA  Roma 18 Dicembre 2022

NOTE

1) Annibale Carracci. Gli affreschi della Cappella Herrera. Catalogo della Mostra, a cura di Andrés Úbeda de los Cobos, Gallerie Nazionali di Arte Antica, palazzo Barberini, Roma 2022.
2) Cfr. “The Burlington Magazine”, 116, 859, 1974, pp. 579-586)
3) S. Danesi Squarzina, The collections of Cardinal Benedetto Giustiniani, part II, “The Burlington Magazine”, 1139, February 1997, p. 790).
4) S. Danesi Squarzina, Pintura y representacion, “Caravaggio valiente imitador del natural”, in C. Strinati e R. Vodret, a cura di, Caravaggio, catalogo della mostra Museo del Prado, Electa, Madrid 1999, pp. 19-28, poi trasferita a Bilbao, Museo de Bellas Artes, e infine a Bergamo, Accademia Carrara).
5) S. Danesi Squarzina, La collezione Giustiniani, 3 voll. Volume terzo, Documenti, Torino 2003, pp. XXVI, 163-168).
6) Maria Cristina Terzaghi, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni, tra le ricevute del banco Herrera & Costa, Roma 2007).
7) Francesca Profili, Alcune considerazioni su due dipinti della collezione Sfondrato: il San Francesco in estasi del Cavalier d’Arpino e l’estasi di santa Cecilia di Guido Reni, in Maria Giulia Aurigemma, a cura di, Dal Razionalismo al Rinascimento, per i quaranta anni di studi di Silvia Danesi Squarzina, Roma 2011, pp. 136-143.)
8) S. Danesi Squarzina, The collections of Cardinal Benedetto Giustiniani, Part II, The Burlington Magazine, 1139, February 1998, pp. 102-118; Ead. Dipinti inediti di Francesco Albani, Ars, 6 (7), Giugno 1998, pp. 78-87.)

 

Ricostruzione della disposizione degli affreschi della cappella Herrera di San Giacomo degli Spagnoli

 

 

APPENDICE 1

Inventario del Banco Herrera e notizie dagli Stati delle Anime

Della locazione del Banco Herrera avevo ritrovato i contratti, con la descrizione di quanto contenuto nel palazzo nonché nel Banco; il 10 dicembre 1612  il Cardinale Benedetto costituì suo procuratore il canonico della Chiesa cagliaritana Salvatore Isquierdo al fine di affittare Palatium… quod ad presens inhabitant  heredes bonae memoriae illustrissimi Domini Ioannis Henriquez de Herrera, et Illustrissimus Dominus  Octavius Costa […] situm Romae in via Bancorum […] affictandum Illustrissimo Domino Petro Henriquez de Herrera […] pro annua pensione scutorum nonigentorum monetae […]. Il Palazzo era stato precedentemente affittato da Benedetto e Caterina Giustiniani e da Pietro Antonio Bandini a Giovanni Enriquez de Herrera e Ottavio Costa, ASR, Segretari e Cancellieri RCA, D.Ferrini, prot. 711, a. 1612 f.605 r.ss., documento in cui si fa anche riferimento ad atti contrattuali del 14 agosto 1590, 6 febbraio 1591 e 22 dicembre 1605. ASC, Archivio Urbano, sez.I, prot. 327, notaio Demofonte Ferrini a. 1613-1614 f.477 r. Inventarium bonorum relictorum in palatio per Illustrissimos dominos Benedictum Cardinalem et Catherinam de Iustinianis locato Illustrissimo Petro Enriquez Die 16 septembris 1613. Inventarium rerum, et bonorum relictorum in possessione Illustrissimi Petri Henriquez de Herrera […] il palazzo era stato affittato attraverso il procuratore Salvatore Isquerdo, canonico cagliaritano, dal Card. Benedetto e dalla sorella defunta Caterina Giustiniani Bandini per gli atti del notaio della Camera Apostolica Pirro Pallutio.
“Nella Cantina sotto il banco […] A pie’ della scala che scende nel primo piano […] Nella stanza sopra detta scala […] Sopra la porta grande de banchi un’arme di papa Urbano con il suo festone […] Dentro nel andito il Cancello Con le sue serrature, et chiave.
Nel banco vi sono doi armarij di noce con le sue serrature, et chiave per lun [f.477v] ghezza con le loro spalliere, et cornice pur di noce. […] Nella loggia al principio della scala sopra la porta che va alla Cantina una statua d’un marforio, et una testa con il suo busto di terra cotta et il suo busto colorito di torchino piccola.
Nel primo Cortile verso banchi sono quattro nicchie dove sono quattro mascheroni di marmo antichi, et sopra le due porte che sono in mezo di detto Cortile dui teste con il lor busto e posame di marmo di ***[1]
Nel secondo Cortile le due statue di marmo con le loro braccia tutte intiere [f.478r] moderne sopra un’rocchio di Colonna che vi sono in piedi doi draghi che gettano l’acqua della fontana.
Nelle stalle […] Nella Camera della suddetta loggia del primo Cortile […]
Nella dispenza […] [f.478v] […] In piedi della scala grande principale in terra una testa di marmo con il suo busto, et posame senza naso di ***
A metà scala avanti si arrivi al Cancello due statue di marmo nelle due nicchie senza bracci
Al fin della scala vi è il Cancello di noce con le sue serrature doppie, et due teste nere con le barbe di legno attaccate insieme
A ricetto di Capo di scala vi e una porta Con la sua cornice che vi è sopra un’nicchio una testa di marmo di *** con il suo busto, et posare la quale è messa in mezzo da doi medaglioni assai grande di stuccho fatte per l’impronta di ***
In detto annito da una banda, et l’altra di detta porta doi busti di statue di marmo senza testa con doi Capitelli sotto di marmo che li reggono e nel cantone di detta loggia verso il Cortile due statue di marmo una senza testa, et l’altra con la testa di ***
In detto annito al incontro di detta porta un’orfeo Con la lira che si crede che sia di Mano di Michel’angelo Bonarota. [f.479r] In detto andito sopra la porta della sala minore una testa di marmo con il suo busto, et piede di ***
In detto andito che và alla porta della sala grande sopra essa testa di marmo con il suo busto et posare di ***
Et detto dentro un’altra testa con il suo busto et posare di marmo.
Et sopra il Camino di detta Sala un’quadro antico di marmo, et sopra le tre porte della Camera tre altri quadri murati fra quali un’tondo di marmo con le lor cornici di stucco tutti di mezzo di ***
Sopra il Camino due statuette di marmo di ***
Due palle grande di porfido con il lor posare di legno tutto sopra la cornice di detto Camino, et nel mezzo delle dette due palle e una testa di marmo Con il suo piede, et busto di ***
A piano di detta sala due teste grande di marmo di *** Con li lor busti et posare una di quà et l’altra di la dal Camino. […] [f.479v] […] Nella Sala minore verso il vicolo accanto al Camino in terra due teste di marmo con il lor busto, et piedi che mettono in mezo al Camino
Sopra le cornice del Camino di detta sala due statuette intiere una de quali senza un’braccio con un’cagnolo alli piedi pur di marmo.
Due palle grosse di porfido con il lor posare di legno.
Un’altra testa in mezo a detto Camino di marmo Con il suo posare et busto.
Sopra la porta di detta sala che va in saletta un’altra testa di marmo con il suo busto, et piedi ch’è d’un’Consolo.
Sopra l’altra porta in testa della sala che và nella Camera sopra il vicolo un’altra testa di marmo con suo busto et piedi di ***
Nel Cantone fra le sopradette due porte in detta sala una colonna di marmo nero con il suo piede et capitello di marmo bianco con l’arme de Bandini sopra la quale vi è un’ragazzo di marmo che si leva una spina dal piede (copia dello Spinario capitolino).
In la saletta seguente sopra la porta in testa che entra nel altra Camera una testa di marmo con il suo busto, et posare di ***
Nella Camera seguente del Cantone di dentro sopra le due porte vi [f. 495r] sono per ciaschuna una testa di marmo con il lor busto. […] Nella Cappella il suo altare d’Albuccio à credenza che s’apre con la sua serratura con la predella per sotto alli piedi al prete, quando dice la messa, con la sua ferrata et finestra di vetro con un’pettorale di rete all’imagine della madonna con l’ornamento di pietra di porta santa. […] [f.495v] Nella loggia più alta verso il cortile de Ghisi […] nell’uccelliera, nella quale vi sono le bacchette di legno con le cassette da dar mangiare all’uccelli la sua porticella serratura et chiave et la rete di ferro in faccia con una poi sopra nel scoperto à uso di tempietto dove è un’vaso di marmo da lavar panni che con l’acqua piovana si può empire con le sue chiavi che pigliano l’acqua dal tetto.
In detta loggia coperta vi è una tavola in’ottangulo di pietra di Genova di lavagna con li suoi piedi di legno.
Nella Cucina grande […] [f.496r] […] [Pietro si impegna a conservare diligentemente i soprascritti beni nel periodo della sua locazione e poi a restituirli al Cardinale Benedetto ed agli eredi di Caterina Giustiniani Bandini].”

L’inventario qui riportato è stato rinvenuto nel 1999 nel corso della ricerca sui documenti Giustiniani che stava per essere pubblicata in volume a cura di chi scrive. Ringrazio Luisa Capoduro delle trascrizioni e della collaborazione.
Da notare l’omissione del cognome Herrera.  Certo va detto che gli Herrera erano di Valenza e non si ha notizia di un ritorno in Spagna. Nei registri degli Stati delle Anime della parrocchia di S. Giovanni dei Fiorentini, 1602-1603, f.32 anno 1602 (Archivio Storico del Vicariato, Roma), troviamo descritta la famiglia di Giovanni Enriquez de Herrera:” Appresso vi è la casa de Bandini dove adesso abita il Sig. Giovanni Errinques de Herrera spagnolo mercante di anni 60 incirca con la moglie Paula Ferrera savonese di anni 42 incirca. Hanno 4 figliuoli; l’uno si chiama Francesco Gesuita l’altro Pietro di anni 16 incirca; il 3° Nicolo di anni 15; il 4° Diego di anni 5. Hanno con esso loro il Sig.r Diego Erriques canonico di Palenza di anni 30 incirca. (partito)
La lor gente di casa è
Giacomo Sella spenditore di Piamonte di anni 40 incirca.
Marco Antonio Prucca di anni 26 incirca. (partito)
Stefano Vinazza Piamontese di anni 30 incirca (partito)
Giovanni coco Francese di anni 40 incirca.
Giacomino guattaro di anni 30 incirca.
Giulio Fiongo da Camerino cocchiero di 50 anni incirca. (partito)
Maurizio Mainiero Genovese cassiere di anni 56 incirca.
Gio: Antonio Verde Genovese di anni 23 incirca.
Serve.
Isabella Merega savonese di anni 40 incirca.
Caterina di Arezzo di Toscana di anni 50 incirca”

Anche la famiglia Costa figura nei medesimi registri degli Stati delle Anime della parrocchia di S. Giovanni dei Fiorentini, al f.33, anno 1602-1603 “Ottavio Costa di Albenga di anni 47 incirca con la moglie Laura Spinola genovesa” e con i 9 figliuoli “nella retroscritta casa dei Bandini”, registri  citati in M. Gallo, Orazio Borgianni pittore romano (1574 – 1616) e Francisco De Castro Conte di Castro, Roma 1998, p. 181. I registri degli Stati D’Anime di S. Giovanni dei Fiorentini sono lacunosi e mancano gli anni dal 1590 al 1601 e dal 1604 al 1633; grazie ai contratti d’affitto da me rinvenuti e sopra citati possiamo ora retrodatare al 1590 la presenza nella parrocchia di Giovanni dei Fiorentini di Enriquez de Herrera nonché di Ottavio Costa, strettamente legato agli Herrera, sia attraverso il Banco, sia attraverso matrimoni tra i figli; nel 1615 Luigia Costa sposerà Pietro Enriquez Herrera, per le cerimonie nuziali vedi M. Gallo, cit. p. 180.
Dal registro degli Stati delle Anime di S. Giovanni dei Fiorentini, f.33, ricaviamo la composizione della famiglia; esso ci consente di calcolare che Luigia, al momento delle nozze aveva 16 anni: “Nella retroscritta casa de Bandini vi sta Il Sig. Ottavio Costa di Albenga di anni 47 incirca com[unicato] par[tito 1603] con la moglie Sig.ra Laura Spinola Genovesa di anni 29 incirca com[unicata]. Hanno 9 figliuoli.
La prima si domanda Violante di anni 10 incirca par[tita 1603]
Il 2o Giovanni Antonio di anni 9 chr[esimato]
Il 3o Pietro Francesco di anni 8
La 4a Bianca di anni 7
Il 5o Alessandro di anni 6
Il 6o Valerio di anni 5
La 7a Luiggia di anni 3
La 8a Aurelia di 20 mesi
Il 9o Silvestro di 3 mesi
Il Mastro de putti si domanda Bernardo Buttafoco di Montefalco prete da Messa
Servitori
par[tito] Nicolo Capponi spenditore da Cramagnola di Piemonte di anni 60 incirca
Giovanni Coco francese di anni 42 incirca
Nicolo Borgognone di anni 28 incirca p[]
Carlo Perticone di Spoleti di anni 36 (?) incirca
Giulio Cocchiere Sanese di anni 34 incirca
Salvatore Guattaro di Cocina di anni 20 incirca
Giovani del banco
Giovanni Battista Ranieri Fiorentino di anni 45 incirca
Francesco de Ventimiglia di anni 25 incirca [seguono i nomi delle serve e delle balie]

Nel 1589 il banchiere Pietro Antonio Bandini risulta risiedere ancora nella casa “in Banchi”, che poi locherà, nel 1590, a Giovanni Enriquez de Herrera e a Ottavio Costa, trasferendosi nella zona di Montecavallo. Sono registrati insieme a lui (f. 73 del Registro degli Stati delle Anime di S. Giovanni dei Fiorentini) sua moglie Cassandra, suo figlio Orazio con la moglie Caterina Giustiniani, sua figlia Cassandra, il Sig. Cesare Benetti e tre giovani del Banco.
Nel libro dei battesimi (f. 60 v) della stessa parrocchia troviamo la data del battesimo, 4 Dicembre 1596, di Didacus, ossia Diego, il figlio di Giovanni Enriquez de Herrera, ritratto bambino nella pala carraccesca della Cappella Herrera già in S. Giacomo degli Spagnoli, ora in Santa Maria in Monserrato. Cfr. D. Baldascini, Stati D’Anime: artisti italiani e stranieri a Roma dal 1600 al 1650 censiti attraverso lo spoglio dei documenti delle parrocchie del rione Ponte, Tesi di Laurea, marzo 2000, Università La Sapienza, rel. S. Danesi Squarzina, correl. L. Capoduro.

Appendice 2

Biblioteca Apostolica Vaticana, Cod. Vat. Lat. 10740, relatore è il Cardinale Marcantonio Colonna. Il codice contiene: Orazio Gervasio Venosino, Vita, morte, miracoli et canonizatione di S.Diego, poema in ottave dedicato a Papa Sisto V. Dopo aver narrato la vita ed alcuni miracoli di Diego di Alcalá, parla della guarigione di Carlo, figlio di Filippo II, che poi, per gratitudine, chiese al Papa di canonizzare Diego. Descrive la cerimonia con gli apparati della festa. BAV, Racc. I: IV. 1257 (int.4):
Relatione della canonizatione di San Diego di Alcala di Henares. Del Ordine di S.Francesco della Osservanza, che fece la Santità di N.S. Papa Sisto V alli 2.di Luglio 1588. Con la Relatione dell’Illustrissimo & Reverendissimo Sig. Card. Marco Antonio Colonna sopra di ciò fatta avanti a Sua Santità nel Concistoro celebrato alli 20 di Giugno 1588. Et Oratione di Pompeo Arigone Avvocato Concistoriale publico alli 25. Del istesso mese, con la risposta di Antonio Boccapadule Secretario di Sua Santità.  In Roma, per Francesco Zannetti, in Piazza di Pietra. 1588, p.5: “in vita & in morte Dio onnipotente per la intercessione di questo Santo operò in molte persone oppresse da diverse infermità infiniti e nobilissimi miracoli, & tuttavia ne và facendo, rendendoci certi che il Santo Diego gode in cielo la beata visione, fra li quali uno delli molto meravigliosi è stato quello del Serenissimo Don Carlo alhora Principe di Spagna, il quale trovandosi in Alcala di Henares l’anno 1562 amalato à morte, & abandonato dalli medici per una gravissima percossa che ebbe nella  testa, essendosi per ultimo rimedio condotto il corpo del Santo Diego, in poco spatio di tempo per sua intercessione recuperò intiera sanità. Onde mossa la Maestà del Catholico Re Philippo, & il principe suo figliuolo, & rendendosi gratissimi à così gran benefitio che haveano ricevuto da Dio per intercessione di questo Santo, con lettere particolari del 28 di Febraro del 1563 ne certificorno  la santa memoria di Pio IIII. & insieme humilmente supplicorno sua Beatitudine, che per glori della Maestà divina & di questo Santo lo Canonizzasse.” Segue la narrazione di tutto l’iter intrapreso dal re per ottenere la canonizzazione, la commissione cardinalizia e la sua relazione, il voto del Concistoro, e preparativi per la cerimonia;
a p.27, tra i 40 cardinali presenti alla cerimonia, è citato il Giustiniani: “Diaconi Cardinali… Benedetto Giustiniani Genovese”.  Seguono le relazioni del Card. Marc’Antonio Colonna e di Pompeo Arigonio, avvocato concistoriale e del re cattolico; il responso di Antonio Boccapaduli, Segretario apostolico; una Cancion A San Diego d’Alcalá.