Viaggiare leggeri con l’arte addosso; Marco Manzo, il Manifesto del tatuaggio Orna-mentale

di Carla GUIDI

Ho conosciuto Marco Manzo quando già mi interessavo del fenomeno tatuaggio partecipando come giornalista ad affollatissime Tattoo Convention in varie città d’Italia ed il mio primo articolo sul tema è stato pubblicato il 20 maggio del 2015 con il titolo significativo Virtuale o corporeo? https://www.artapartofculture.net/2015/05/20/virtuale-o-corporeo-tattoo/.

Poi il 25 maggio del 2016 avevo organizzato una conferenza alla Biblioteca Vaccheria Nardi in via di Grotta di Gregna 37 a Roma Colli Aniene dal titolo Epidemia/Epidermia. L’Arte, il Tattoo, il Corpo – https://abitarearoma.it/epidemiaepidermia-larte-tattoo-corpo/ e con mia grande sorpresa qualche giorno dopo ho saputo che si sarebbe inaugurata una grande mostra del Tattoo al Macro Testaccio dal titolo Tattoo Forever (dal 2 giugno al 24 luglio 2016). Il curatore artistico nonché l’ideatore era proprio l’artista Marco Manzo, che avevo conosciuto in una Convention a Roma, il quale con quell’organizzazione, intendeva creare un ideale collegamento alla precedente, la prima in Italia realizzata nell’aprile del 1985 ai Mercati Traianei da Renato Nicolini.

Marco Manzo

Anche in quell’occasione ho scritto un articolo dal titolo significativo Salvarsi la pelle con l’arte dove si possono trovare i particolari della manifestazione https://abitarearoma.it/salvarsi-la-pelle-larte/ e questo è stato poi il titolo di una tavola rotonda all’interno di una rassegna, sempre curata da Marco Manzo, dal titolo TATU-ART (I), che nei giorni 16 e 17 novembre 2018 è stata ospitata nel dispositivo MACRO ASILO Museo Macro | Museo d’Arte Contemporanea di Roma. Questa è stata anche l’occasione in cui Marco ha presentato il suo Manifesto Orna-mentale, uno stilema da lui adottato, ispirato alla tradizione ornamentale del merletto e del ricamo, ma anche all’arte aniconica orientale, mentre fin dal titolo l’artista affermava essere, il suo, un agire artistico che poneva come principio fondamentale il rispettare il corpo e la sua anatomia, ponendosi in relazione dialettica con esso e la persona.

Il tatuaggio quindi diviene, non imposizione dell’artista alla quale il corpo si deve adattare, ma abbellimento e “ornamento” che il corpo porta con sé. Non più corpo pelle/tela da dipingere, ma scultura da plasmare di un’opera in movimento, dove le forme possono assumere, in un contesto espressivo totale, una nuova armonia nella quale, anche un semplice gioiello permanente sulla pelle, contribuisce ad una nuova, audace forma di eleganza. Questo passaggio di status diventa testimone di un fondamentale, indelebile momento della vita di una persona. Così come ogni corpo è diverso dall’altro per cause naturali, ogni tatuaggio adattato ad esso può trasformarlo, per scelta questa volta, in una forma d’arte originale.

Performance Asia Argento tatuata da Marco Manzo_Mostra Tattoo Forever 2016

Ma parlando di tatuaggio è doveroso fare una piccola premessa. Sono sempre stata affascinata dai tatuaggi e negli anni cinquanta, da bambina, vedevo talvolta strani disegni dai tratti grossolani e azzurrini sulle braccia di anziani, ma erano persone che, per questo, erano guardate addirittura con sospetto. Si ritenevano state segnate indelebilmente su corpi che credevamo dover essere perfetti per presentarsi a Dio, ritenuto l’unico vero padrone a poterne disporre, prima e dopo la morte. Poi dagli anni sessanta tutto cambiò. In Italia avvenne quella mutazione epocale, spirituale e di civiltà che liberò il corpo dal monopolio della religione, così come dalla violenza della ragion di stato.

Con la ri-appropriazione del corpo proprio, partì anche l’attenzione alla psicosomatica ed alle terapie psico-corporee, nella fecondità dell’approccio mente-corpo come sistema. Infine questo corpo/pensante, non più diviso cartesianamente, ma rimasto connettivale tra il Sé ed il sociale, si mise alla ricerca di quella consapevolezza estetica che Yves Klein, precursore della Body Art indicò come – creare costantemente un solo unico capolavoro; se stesso. –

Busto di brionzo inciso Tattoo forever 2016

Però l’arte, catturata da un Sistema non sempre etico e responsabile, divenne sempre più erratica, per eludere i suoi persecutori. Sempre più necessaria però, per la sua capacità di simbolizzare l’indicibile, in un mondo dove le informazioni, in particolare le immagini, stavano diventando sempre più pervasive, soggette all’accelerazione temporale di un bombardamento estraniante, soprattutto attraverso i media digitali che andranno a modificare non solo la percezione, ma anche la capacità attentiva, indebolendo, frantumando il pensiero progettuale e la memoria.

C’è da dire inoltre che, partendo dal boom economico e dagli “anni di plastica”, ci stavamo avviando inesorabilmente anche verso un nuovo protagonismo autoreferenziale e trasgressivo. Attratto dalla promessa illusoria di eterna giovinezza il corpo/pensante si trovò totalmente immerso in una trappola anestetizzante di paure, fobie sociali, notizie false e contraddittorie, violenza gratuita, divenendo preda dell’aggressività invadente delle multinazionali dell’estetica, della chirurgia, della farmacologia, mentre il consumo di modificatori psichici diventava addirittura endemico. Non riconoscendosi più infatti in una determinata comunità, attraverso il fluidificarsi(1) dei legami identitari, territoriali e di riferimento, cominciava ad essere afflitto da solitudine, smarrimento e depressione, mentre l’ambiente (naturale ed artificiale) veniva lasciato all’incuria ed alla disaffezione predatoria(2). Il trionfo del risentimento allora, non solo prendeva le distanze nei confronti dell’altro/a, visto come avversario e concorrente, ma lo oggettificava infine, facendone strumento d’uso.

StegArti 2018 Premio Arco di Traiano Marco Manzo con la modella Melinda

La moda colse l’occasione per ridare un senso simbolico/identitario alla complessità del momento, immettendo nelle sue sfilate le plastiche trasparenti, il nudo, infine anche il tatuaggio che, anche in Italia, ebbe infine un successo in accelerata espansione in tutte le classi sociali; un po’ per il contagio con altre culture dove era non solo permesso, ma “dovuto”, un po’ per diversificare corpi sempre più esibiti nudi. Soprattutto andava a ritualizzare la pelle, il “confine” o ultimo baluardo di difesa dall’assalto dell’immaginario (tessuto questo capace di reagire allo stress e dotato di “percezione dermo-ottica(3) una scelta sentita finalmente personale per una permanenza identitaria, poetica o scaramantica di protezione e di seduzione. Purtroppo cominciarono ad andare forte anche i piercing, per sentire, soprattutto attraverso il dolore, un collegamento con il proprio corpo (liberato sì, ma già pesantemente anestetizzato) e contrastare magicamente l’ossessione dell’immagine del doppio non umano, sotto le spoglie dell’antico e funzionale Alter/ego, convertito nel moderno Robot o Androide o Cyborg.

Devo sottolineare che parlare di tatuaggio come arte, significa escludere quei fenomeni o pratiche auto lesive come il cutting o il piercing, ovvero trasformazioni autolesionistiche o di potenziamento illusorio.

David Le Breton(4) ha dedicato un libro a questa ricerca d’identità attraverso il dolore. Infine Aldo Carotenuto, nel catalogo della storica e prima mostra (sopra citata) del 1985 ai Mercati Traianei L’Asino e la zebra, origini e tendenze del tatuaggio contemporaneo, ha collegato l’attitudine ad illustrare il proprio corpo al “processo di individuazione”, distinguendo però i casi nei quali si trasforma la spiritualità del “corpo proprio” in una storia congelata.(5)

Foto Valter Sambucini; copertina Città reali città immaginarie; Robin ed 2019, tattoo M.Manzo, murale Gomez

Su queste e molte altre tematiche di approfondimento estetico e socio/antropologico ho scritto un libro, ma coinvolgendo artisti e scrittori a dare il loro contributo; non solo sul tatuaggio quindi, ma sull’attualità di alcune antiche forme d’arte rivisitate e divenute in qualche modo necessarie, specialmente nelle città dove, come rilevano molti studi sull’argomento, si è superato il limite del 50% della popolazione mondiale rispetto alle aree rurali. Si tratta di – Città reali, città immaginarie. Migrazioni e metamorfosi creative nelle società nell’Antropocene, tra informatizzazione ed iper/urbanizzazione (Robin editore 2019). Il libro, arricchito dalle foto di Valter Sambucini, ha una nota introduttiva del sociologo Franco Ferrarotti e del Presidente A.N.S Pietro Zocconali ed è valorizzato dei contributi dello storico dell’arte Giorgio Di Genova, dello scrittore Roberto Morassut, del Presidente dell’Ass. Etica Massimo De Simoni, dello scrittore Eliseo Giuseppin (sulla diffusione geografica del tatuaggio nella preistoria).

Il libro contiene anche un’intervista all’artista Marco Manzo ed una sua opera è rappresentata in copertina. Sullo sfondo un’opera dello street-artista Gomez (realizzata all’interno del progetto Muracci nostri – Roma Parco S. Maria della Pietà). Copertina scelta non a caso perché questo rapporto, tra tatuaggio e street art, è approfondito ampiamente nel libro.

Marco Manzo apre nel 1992 in zona Roma Nord uno dei primi studi di tatuaggi e piercing della capitale; il Tribal Tattoo Studio in via Cassia.

Complesso del Vittoriano dal 6 al 16 dicembre 2018 Marco Manzo Foto V Sambucini

Come racconta nella sua intervista nel libro citato, il pubblico di allora richiedeva lavori molto piccoli e posizionati in zone del corpo poco visibili, poiché ancora nell’immaginario comune, rimaneva il timore dello stigma di persona poco raccomandabile ed in qualche modo strana. C’era ovviamente molto pregiudizio anche nei confronti della figura del tatuatore, poiché in quel periodo, era soprattutto un’attività non regolamentata e non riconosciuta, quindi “non professionale”. La cosa affascinante, riporta Marco, era invece la consapevolezza di svolgere un’attività pionieristica, con un certo orgoglio nel riscoprire i modi di una tradizione antichissima della quale sentiva di fare parte.

All’epoca non c’erano nemmeno i rivenditori ed era soprattutto difficile reperire il materiale necessario per lavorare sulla pelle delle persone, così mi sono ingegnato a preparare gli aghi da solo, saldando aghi da imbalsamatore (…) Oggi Internet ci offre un vastissimo panorama di immagini, di ogni genere. Questo da una parte può facilitare la scelta, per noi tutti, ma il rischio è invece il possibile appiattimento del popolo web su motivi standard e considerati “di moda”, quindi viceversa la creatività del tatuatore diviene sempre più importante, anche se messa a dura prova nella ricerca di un percorso di originalità (…)

In seguito Marco Manzo partecipa come docente ai primi Corsi Professionali in materia di igiene sul lavoro e tecnica di tatuaggio di 90 e 400 ore sin dalla loro istituzione (come richiesto dalla Circolare del Ministero della Sanità del ’98) e da quel momento il suo studio è ritenuto uno dei più tecnologici ed all’avanguardia rispetto ai canoni di igiene e sicurezza. Successivamente è apparso in varie edizioni dei Tg nazionali e vanta numerose interviste con le più importanti riviste del settore. Ha partecipato negli ultimi anni a numerose Tattoo Convention, sia nazionali che internazionali ed in tali occasioni ha vinto più di 75 premi ed è stato anche designer ufficiale BMW per un pezzo unico da collezione.

Ala Brasini Complesso del Vittoriano espone dal 6 al 16 dicembre 2018 l’artista Marco Manzo Foto V. Sambucini

Tra i riconoscimenti ritenuti più importanti dall’artista, si annoverano quelli di Roma, la sua città (ai quali ha partecipato anche con una sua composizione eseguita sull’attrice e regista Asia Argento) e quelli di Berlino, Londra , Parigi e New York. Ad oggi Marco Manzo è considerato il precursore dello stile “ornamentale”, maestro del tribale e dello stile 3D. Le sue opere sono pezzi unici, adattati ad ogni singola persona, entrati a vario titolo in alcuni dei più importanti Musei di Arte Contemporanea, tra i quali MAXXI di Roma, Gagosian Gallery di New York. Per queste scelte, il suo raffinato lavoro di tatuatore oltreché instancabile organizzatore di eventi, gli ha permesso di distinguersi come artista e di coniugarsi egregiamente con il mondo dell’Alta moda.

Impossibile riassumere qui tutte le sue attività, rimandando al sito https://www.tribaltattootatuaggiroma.it/#gli-artisti, citiamo solo l’interessante ideazione di Back Music, installazione monumentale e interattiva realizzata assieme allo scultore Alessandro di Cola con la partecipazione ai suoni del cantautore Max Gazzè, artefice di un prezioso dialogo tra arte visiva e musica, nata come simbolo della manifestazione ‘’Lungo Tevere Roma 2017’’ e la partecipazione nel 2019 alla 58° Esposizione Internazionale d’Arte- La Biennale di Venezia – Padiglione Guatemala dal titolo Tattoo/Arte è donna.

Opera di Marco Manzo Padiglione del Guatemala, 58° Esposizione Internazionale d’Arte, Biennale di Venezia 2019

Carla GUIDI  Roma 24 gennaio 2021

NOTE

(1) – Zygmunt Bauman – Tr. It. Modernità liquida (Laterza, Roma-Bari 2002)
(2) – Marc Augé, Non-lieux, 1992, (trad. it. di Rolland D. Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2002)
(3) – Asley Montagu “Il linguaggio della pelle” (Ed it. Verdechiaro edizioni 2015)
(4) – David Le Breton “Signes d’identité”, edito Metailié 2002.
(5) – Aldo Carotenuto “Segno e sogno” pag 41-42 del catalogo “L’Asino e la zebra, origini e tendenze del tatuaggio contemporaneo” (De Luca editore1985)