“Unease/Uneasy” di Sergio Angilella allo studio DZ4 in via dei Zeno.

di Rita RANDOLFI

In occasione dell’evento openhouse, che ha visto  l’apertura al pubblico di numerosi spazi nei quali si fa o si espone arte, lo studio  DZ4 in via dei Zeno 4 ha ospitato la personale di Sergio Angilella.

Formatosi all’accademia di belle arti di Roma, dopo aver lavorato per anni come ritrattista, ha deciso di tornare al suo primo amore, la scultura. Con la mostra “UNEASE/UNEASY l’artista si è  voluto concentrare su quel sentimento  di disagio che accomuna gli esseri umani quando si trovano a vivere situazioni  difficili e disorientanti. Tale emozione scomoda viene declinata in diverse forme e con soggetti  differenti. Spesso i  personaggi di Angilella accostano le loro teste l’una all’altra (I Duellanti) ma non riescono a comunicare i loro pensieri. Talvolta si danno le spalle, talvolta gridano il loro dolore ma l’altro non è  in grado di ascoltare. Solo in Diversi un omino blu si inchina verso uno giallo, che da sdraiato prova ad andare incontro al suo compagno e sono di nuovo le teste e quindi i pensieri che si incontrano. I due universi maschile e femminile si incontrano, si compensano e lei poggia  il capo sulla spalla di lui  come si vede ne La tregua II in un reciproco scambio di consolazione.

Ma c’è anche chi sconfigge il disagio con l’arte, l’esile donna dal titolo Damina che, nell’atteggiamento e nell’abito rifinito con un orlo di foglia d’argento,  ricorda le raffinate signore ritratte da Boldini, sembra  danzare con disinvoltura  nello spazio. Un uomo, protagonista de L’Abbandono invece, si rannicchia su se stesso, evocando gli scheletri mummificati di Pompei, sorpresi nel sonno dall’eruzione del Vesuvio; una donna poi piega la testa in ascolto del figlio che ha in grembo, mamma accogliente che proteggerà suo figlio per tutta la vita. E lui, il bambino, anche da adulto  cercherà  quel calore,  quell’amore gratuito, perché  avrà sempre  bisogno di sentirsi custodito.

Fat Man, al contrario  guarda solo il suo ombelico,  troppo concentrato su se stesso, si autodistrugge  nel suo isolamento.

Angilella omaggia apertamente  Medardo Rosso, patinando le sue opere in terracotta di cera, talvolta colorandola, o viceversa, lasciandola grezza, ma fornendo l’idea della disgregazione della  materia,  che rinvia al concetto di auto annientamento, rinuncia alla vita.

Immagini forti quelle che rappresentano  il corpo umano ferito, sanguinante, trattato come un Arrosto umano, un moto di ribellione contro la violenza, che genera orrore e Angilella è  figlio del nostro tempo, un tempo contraddittorio dove c’è  chi macchina la guerra e chi prova a difendere la pace e la libertà, chi vede l’altro come un nemico, chi lo considera un dono.

Chi crea muri,chi ponti. E lo scultore  vuole solo far riflettere sul disagio che l’uomo contemporaneo, (come in Narciso che all’atto di specchiarsi è già morto), istruito,  prova di fronte a certe scelte imbarazzanti, proponendo l’arte come via d’uscita, strumento per sfogare la propria rabbia, ma anche medium per ricostruire relazioni, ricucire ferite, rinverdire la speranza.

Rita RANDOLFI  Roma, 28 aprile 2024