“Sindone dipinta? O si è scientificamente incompetenti, o si è in malafede!”

di Emanuela MARINELLI

Emanuela Marinelli è laureata in Scienze Naturali e Geologiche. Ha tenuto lezioni sull’Iconografia Cristiana alla LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) e sulla Sindone e l’iconografia di Cristo all’APRA (Ateneo Pontificio Regina Apostolorum). Autrice di numerosi libri sulla Sindone, è Medaglia d’Oro al merito della Cultura Cattolica e Cavaliere della Repubblica Italiana.

Ancora un maldestro attacco alla Sindone

Da più di quarant’anni cerco di leggere tutto quello che viene pubblicato sulla Sindone, almeno nelle lingue che comprendo. E di tentativi di smantellare gli argomenti a favore dell’autenticità della reliquia ne ho visti parecchi. Ma stavolta ad attirare la mia attenzione è stato un attacco molto maldestro da parte di uno storico dell’arte, Tomaso Montanari[1].

Montanari presenta una definizione sconcertante della Sindone: «Un’opera d’arte sacra cristiana, sebbene di modesta qualità artistica». Poco dopo ribadisce: «Non è certo un capolavoro». Lasciando da parte la gratuita denigrazione delle qualità del presunto imbrattatele medievale che avrebbe realizzato una crosta, dal mio punto di vista mi meraviglio del ritorno di una teoria morta e sepolta quarant’anni fa. Sembra impossibile, ma c’è dunque ancora chi pensa che la Sindone sia un dipinto. E non lo pensa un qualsiasi povero sprovveduto, ma addirittura uno storico dell’arte. È pazzesco, e vi spiego perché.

La storia della Sindone dipinta è vecchia: risale addirittura a quarant’anni fa, quando la sostenne un chimico statunitense, Walter C. McCrone, sulla rivista scientifica The Microscope Journal[2].

McCrone ebbe la possibilità di esaminare al microscopio alcuni vetrini contenenti fibre tratte dalla Sindone e vi riscontrò la presenza di proteine, di ossido di ferro (che interpretò come ocra) e di solfuro di mercurio (cinabro). Ne trasse la conclusione che la Sindone è un dipinto, in cui l’artista avrebbe usato un collante formato da proteine animali sia per il pigmento di ossido di ferro con cui avrebbe realizzato l’immagine, sia per il miscuglio di cinabro e ossido di ferro con cui avrebbe dipinto il sangue. Il legante impiegato sarebbe poi ingiallito con il tempo.

Per stabilire la validità di un’ipotesi di pittura è necessaria l’identificazione di tali materiali, però non basta. Occorre anche dimostrare che essi sono presenti in quantità sufficiente e localizzati in zone tali da giustificare quanto appare all’occhio. Bisogna inoltre dimostrare che la loro presenza non si può spiegare più semplicemente con altri processi. E per di più, le conclusioni raggiunte devono essere in accordo con gli altri studi effettuati, specialmente, in questo caso, con le ricerche fisiche e l’analisi di immagine. Vediamo ora come queste condizioni non sussistano nel lavoro di McCrone.

Dall’esame degli stessi vetrini il biofisico John H. Heller e il biochimico Alan D. Adler hanno tratto conclusioni molto diverse che hanno pubblicato su un’altra  rivista scientifica, il Canadian Society of Forensic Sciences Journal[3].

Essi hanno puntualizzato che per individuare le proteine McCrone usò il nero d’amido, che è un reagente generale e colora intensamente anche la cellulosa pura. Le reazioni ottenute da McCrone non erano dunque dovute a tracce di impurità proteiche nel lino, ma alla cellulosa stessa della stoffa che accettava la tinta. I suoi risultati non erano quindi affidabili.

Heller e Adler usarono reagenti molto più specifici, come la fluoroscamina e il verde di bromocresolo. In base ai risultati di queste e altre complesse analisi, poterono affermare con certezza che le macchie rosse sono costituite da sangue intero coagulato, con attorno aloni di siero dovuti alla retrazione del coagulo. Ciò testimonia che il sangue si è coagulato sulla pelle di una persona ferita e successivamente ha macchiato la stoffa quando il corpo fu avvolto nel lenzuolo; impossibile per un artista ottenere macchie simili, anche applicando sangue fresco con un pennello.

Le proteine sono presenti solo nelle impronte sanguigne, mentre sono assolutamente assenti in tutte le altre zone, comprese quelle dell’immagine del corpo. Pertanto è impossibile sostenere che nell’immagine del corpo sia presente un legante proteico ingiallito.

Sulla Sindone esistono tre tipi di composti di ferro (ferro legato alla cellulosa, ferro legato all’emoglobina e ossido di ferro) che bisogna ben distinguere fra di loro. La maggior parte del ferro presente è nella forma legatasi alla cellulosa assieme al calcio durante il processo di macerazione del lino. Ovviamente il calcio e questo tipo di ferro si riscontrano uniformemente su tutto il lenzuolo.

Gli esami spettroscopici e ai raggi X hanno infatti mostrato una concentrazione uniforme del ferro nelle zone di immagine e di non-immagine; dunque non è il ferro che forma la figura del corpo. Una concentrazione di ferro più alta si osserva invece, come è logico, nelle aree delle impronte sanguigne, dove al ferro legato alla cellulosa, che è dappertutto, si somma quello legato all’emoglobina del sangue. Qui si riscontrano le particelle rosse non birifrangenti, costituite da materiale proteico (sangue), che contengono quindi il secondo tipo di ferro, quello legato all’emoglobina.

Il terzo tipo, infine, è l’ossido di ferro (Fe2O3) puro. Esso risulta dall’analisi delle particelle rosse birifrangenti, che hanno una duplice provenienza: derivano da sangue bruciato e si riscontrano nelle aree sanguigne strinate; provengono dall’accumulo dovuto alla migrazione di ferro ai margini delle macchie d’acqua. Questo ossido di ferro è una percentuale molto piccola ed è da sottolineare che non si trova ossido di ferro né sull’immagine né sulle macchie di sangue. Dunque non manca solo il legante di pittura, manca anche il pigmento! Come si può, allora, dopo analisi chimiche così accurate, continuare ad affermare che la Sindone fu dipinta? O si è scientificamente incompetenti, o si è in malafede.

Oltretutto, con una specifica analisi, si è osservato che l’ossido di ferro, in quei pochi punti dove è presente per le cause suddette, è estremamente puro e non contiene tracce di manganese, cobalto, nichel e alluminio al di sopra dell’1%. Queste tracce sono invece presenti nei pigmenti di pittura minerali.

È stato trovato solo un cristallino di cinabro, che è da considerarsi un reperto accidentale. L’esame di tutta la Sindone con la fluorescenza ai raggi X[4] non ha rilevato alcun pigmento di pittura, quindi nemmeno cinabro; questa sostanza non può essere responsabile della colorazione delle macchie rosse, peraltro certamente composte da sangue, semplicemente perché non è presente.

Bisogna considerare che molti artisti hanno copiato dal vero la Sindone, e quindi la presenza occasionale di pigmenti non è inaspettata; anche perché quasi sempre le copie venivano messe a contatto con l’originale per renderle più venerabili[5]. Tutto questo si sa da quarant’anni.

Per le vicissitudini subite dalla Sindone, non è ritenuta valida nemmeno la datazione eseguita con il metodo del radiocarbonio da parte di tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) nel 1988[6]. Questa datazione collocò l’origine della Sindone nel medioevo. La notizia fece all’epoca molto scalpore e suscitò parecchie perplessità per svariati motivi, anche relativi alle procedure adottate[7]. La scelta della zona da cui i campioni furono prelevati risultò errata: da un angolo molto inquinato[8], che è stato anche rammendato[9].

D’altronde un telo ha una superficie totale di interscambio con l’ambiente, non c’è la possibilità di un prelievo in una zona che non abbia avuto contatti con l’esterno. Per questo la Beta Analytic, leader mondiale dei test radiocarbonici, esegue datazioni di tessuti solo a determinate condizioni. Sul suo sito si legge:

«I campioni di tessuto ben conservati, con una buona struttura e non trattati con materiali conservanti generano risultati precisi. I campioni prelevati da un tessuto trattato con additivi o conservanti generano un’età radiocarbonica falsa. Per assicurarsi che il campione sia databile, si prega di inviare per email al laboratorio una descrizione del tessuto o una foto ad alta risoluzione che consenta una valutazione preliminare».

E precisano:

«Il laboratorio non esegue la datazione di tessuti o altri oggetti di valore elevato o inestimabile, a meno che il pagamento e l’invio del campione siano effettuati da un ente statale, da un museo o da un altro istituto riconosciuto che stia studiando i materiali all’interno di un processo di ricerca multidisciplinare. È possibile inviare il materiale tramite un archeologo professionista, che dichiari che il campione è adatto per la datazione al radiocarbonio»[10].

Non tutte le stoffe sono dunque databili senza condizioni, specialmente se hanno una storia travagliata e complessa come quella della Sindone. Le indagini sul prezioso lino, perciò, devono essere sempre condotte in un ambito multidisciplinare, proprio per la complessità di questo oggetto. La mancanza di multidisciplinarietà è stato uno dei motivi del fallimento della datazione radiocarbonica condotta sulla Sindone nel 1988.

Un importante articolo, che ho scritto insieme al ricercatore Tristan Casabianca, al data analyst Giuseppe Pernagallo e allo statistico Benedetto Torrisi, apparso su Archaeometry[11], esamina dal punto di vista statistico i dati grezzi dell’analisi radiocabonica del 1988, ovvero i dati derivati dalle singole misurazioni. I laboratori non hanno accettato, per quasi trent’anni, di rendere noti questi dati grezzi. Solo nel 2017 li hanno concessi a Casabianca, che ha intrapreso un’azione legale per ottenerli. L’analisi statistica dimostra che i campioni non erano omogenei, dunque non potevano ritenersi rappresentativi dell’intero lenzuolo. L’esito di quel test, perciò, non permette di ritenere la Sindone medievale, come fu affermato nel 1988. È notevole che la pubblicazione di questo nuovo articolo sia avvenuta proprio su Archaeometry, rivista dell’Università di Oxford, dove si trova uno dei tre laboratori che datò la Sindone nel 1988.

È dunque ora di nuovi test sulla Sindone?

Questo è l’interrogativo che si pone la giornalista Jane Stannus sul Catholic Herald[12] dopo aver letto l’articolo apparso su Archaeometry. La Stannus ha deciso allora di consultare vari esperti di analisi radiocarboniche per sentire il loro parere in merito. Interessante quanto sottolineato da William Kieser, direttore del laboratorio per le datazioni radiocarboniche dell’Università Ottawa, Canada:

«Per una reliquia come la Sindone, la decontaminazione del campione è fondamentale. È stata maneggiata da molte persone nel corso dei secoli. Ci si dovrebbe preoccupare dell’effetto del sudore delle mani. Inoltre è sopravvissuta a diversi incendi: mentre si può eliminare il danno dovuto al fumo, i vapori organici associati agli incendi possono anche essere assorbiti e incorporati in modo permanente»[13].

Presso l’Università di Catania si è tenuto un importante convegno[14] il 23 maggio 2019, dal titolo molto significativo: La datazione della Sacra Sindone: tutto da rifare. Vi hanno partecipato i quattro autori dell’articolo di Archaeometry e altri importanti studiosi della Sindone.

I laboratori che datarono la Sindone nel 1988 con il metodo del radiocarbonio hanno prodotto risultati differenti. Essi non menzionano la presenza di importante materiale eterogeneo, quale antico cotone o fili blu e rossi, di cui si è appresa l’esistenza sui campioni tramite altre fonti. La documentazione rilasciata dal British Museum nel 2017 a Casabianca dipinge un quadro molto più complesso di quanto presentato nell’articolo su Nature: per esempio, Tucson realizzò otto misurazioni e queste misurazioni grezze mostrano eterogeneità. Le procedure (selezionate dopo più di 10 anni di negoziazioni tra archeologi, esperti di tessuti e Santa Sede) sono state ben lontane dalla perfezione; sono queste le riflessioni introduttive tracciate da Torrisi durante l’incontro di Catania.

L’analisi statistica dei dati grezzi conferma in modo inequivocabile la disomogeneità dei conteggi del radiocarbonio usati per la datazione, probabilmente a causa di un contaminante non rimosso dalle operazioni di pulizia preliminari, un problema difficile da risolvere nella radiodatazione dei tessuti, oggi ben conosciuto e che non era considerato abbastanza importante nel 1988, come conferma anche Paolo Di Lazzaro, fisico dell’ENEA di Frascati. Il campione analizzato, scelto da un unico punto, molto inquinato e rammendato, a causa delle sue peculiari caratteristiche non rappresentava l’intero lenzuolo.

Torrisi e Pernagallo hanno sottolineato che le forti disomogeneità tra i tre laboratori e all’interno dei laboratori sono campanelli d’allarme che confermano la non rappresentatività statistica dei frammenti di tessuto utilizzati nella campionatura. Marco Riani, statistico dell’Università di Parma, ha affermato che i test statistici condotti nel 2012[15] rivelavano che le datazioni fornite dai tre diversi laboratori erano con variabilità omogenea, ma significativamente diverse. L’evidenza più forte deriva comunque dal notorio test di Ward and Wilson; questo e l’OxCal (un software statistico usato nelle analisi dai tecnici del radiocarbonio) confermano non solo che già sui dati ufficiali i dubbi sull’aggregabilità erano più che legittimi, ma rinforza tale tesi, apportando forte evidenza di disomogeneità per quanto riguarda i dati grezzi nonché per le datazioni fornite dal solo laboratorio di Tucson.

Casabianca ha affermato:

«La nuova documentazione rilasciata dal British Museum fornisce inoltre informazioni sull’elaborazione e l’accettazione dell’articolo del 1989, incluso il processo di revisione interno ed esterno. Per la prima volta spieghiamo il processo di revisione di Nature. La documentazione sostiene l’ipotesi di una crisi di riproducibilità – la difficoltà di replicare molti studi scientifici – in parte basata sulla pressione per pubblicare, confermando la confirmation bias (distorsione di conferma) e il data dredging (“scavare tra i dati”). Questa crisi potrebbe non solo influenzare la nostra attuale conoscenza della Sindone di Torino, ma anche validi protocolli futuri».

Anche Casabianca, dunque, rafforza i dubbi sulla correttezza dei risultati pubblicati su Nature, in quanto è venuto in possesso delle relazioni dei revisori, completi delle date, relativi all’articolo del 1989; queste relazioni evidenziando tempi di valutazione considerevolmente brevi, circa due mesi, per vagliare il valore scientifico di quel lavoro. Un fatto inusuale.

Bruno Barberis, matematico dell’Università di Torino, ha ricordato come, ad oggi, il processo che ha causato la formazione dell’immagine rimanga ancora non noto e necessiti di ulteriori studi, sia teorici sia sperimentali; quindi l’impronta sindonica deve ancora essere considerata un’immagine sostanzialmente irriproducibile.

Dal pubblico presente al convegno è sorta un’importante domanda: data la macroscopica evidenza di problemi già presenti nel 1988, come mai nessuno si accorse di ciò che stava accadendo? E comunque, oggi cosa si dovrebbe o potrebbe fare?

Barberis ha risposto che sembra impossibile da ricostruire cosa sia successo nel 1988, sarebbe interessante poter fare un’indagine, però si dovrebbe andare oltre i dati grezzi che sono stati ottenuti da Casabianca.

«Mi stupisce», ha affermato Di Lazzaro, «come l’esperta in statistica del British Museum che ha lavorato sui dati non si sia accorta che c’era qualcosa che non andava». Ma forse c’è una spiegazione plausibile. «Bisogna considerare», ha proseguito Di Lazzaro, «che nel 1988 la tecnica dello spettrometro di massa con acceleratore era la tecnica più nuova, era nella sua infanzia. Ancora si stava imparando come usarla». A questo punto i laboratori avevano due possibilità: o richiedere un altro campione, ammettendo a quel punto che la tecnica non era riuscita nell’intento e affermare l’insuccesso della tecnica stessa, oppure scegliere la strada più semplice, cioè pubblicare i dati sperando che nessuno si accorgesse delle incongruenze. Si può immaginare cosa sarebbe successo ad ammettere che quella tecnologia non era adatta.

Ormai, però, occorre guardare avanti e Di Lazzaro ha proposto una nuova possibilità. Nonostante l’analisi radiocarbonica oggi, dopo trent’anni, si sia evoluta, pur di preservare l’integrità della Sindone si potrebbe tentare una strada alternativa. Sotto il profilo chimico il contaminante recente, presente nel telo, sarebbe assente in quei fili carbonizzati a causa dell’incendio di Chambéry del 1532, prelevati nel 2002 in diversi punti della reliquia e conservati presso la Curia di Torino. Quindi si potrebbe tentare una datazione di quei reperti per valutarne i risultati, pur non avendo alcuna certezza che forniscano la reale data di origine della Sindone. Sarebbe comunque un confronto interessante che potrebbe anche orientare gli scienziati verso la ricerca di datazioni alternative a quella radiocarbonica.

Le conclusioni del convegno sono state riassunte da Torrisi:

«Non abbiamo più dubbi, la forte eterogeneità dei dati conduce ad affermare che la datazione espressa su Nature non sia quella corretta. Lo schema campionario non fornisce una rappresentatività statistica del telo. L’eterogeneità tra le misure fornite dai diversi laboratori dipende dal punto in cui i pezzetti di tessuto sono stati tagliati. I dati grezzi mostrano chiaramente le disomogeneità dei risultati tra i tre laboratori. Svariati test parametrici e non parametrici dimostrano che problemi di omogeneità dei dati permangono sia sui dati del 1988 che sui dati grezzi. Per poter incrementare e approfondire le conoscenze, sarebbe auspicabile una nuova campagna di studi multidisciplinari, che dovrebbe avere lo scopo di raccogliere il maggior numero di dati, in modo da costituire una mappa completa delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche dell’intera Sindone, da mettere a disposizione degli studiosi, in modo che possano lavorare e confrontarsi su dati certi ed attendibili. Una nuova datazione pertanto è necessaria».

Bisogna comunque tenere presente che l’esame di una stoffa – come già detto – è estremamente problematico dal punto di vista della contaminazione, perché un tessuto è interamente esposto all’ambiente in cui si trova. Per un osso o un pezzo di legno si può campionare una parte interna, ma questo non è possibile nel caso di un telo. Dunque non tutti i reperti sono adatti per la datazione radiocarbonica e la Sindone ha tutte le caratteristiche per essere proprio uno degli oggetti che non forniscono datazioni attendibili con questo metodo. Ma allora, perché rifare una datazione radiocarbonica della Sindone in altri punti della stoffa? Per comprovarlo una volta per sempre. È bastata l’analisi statistica di un campioncino di pochi centimetri a dimostrare che i suoi frammenti non erano omogenei. Cosa emergerebbe dal confronto di campioni prelevati a più di quattro metri di distanza l’uno dall’altro? Per dedurlo, comunque, se nuovi esami non si faranno, basterà il buonsenso.

Torniamo, però, all’articolo di Montanari. Ha commentato il prof. Torrisi:

«La Sindone una fake? Partiamo da un altro punto di vista! Se la Sindone fosse stata una fake perché i dati sulle analisi al carbonio 14, dopo le elaborazioni, avrebbero dovuto condurre i tre Istituti a conclusioni discordanti ed invece si certificò il contrario? Come mai i tre Istituti giunsero alla medesima conclusione? Cosa c’è dietro questo grande telo, per il quale quasi quasi alcuni cominciano a coinvolgere i cinesi? Forse cominciamo ad attribuire ai cinesi di aver partecipato a questa grande falsificazione? Tante domande, tanti i tentativi di affermare che sia una fake, ma altrettanti tentativi per dimostrare il contrario. Un fatto è certo, con le rilevazioni al carbonio 14 quei dati, oggi rielaborati dal nostro lavoro di ricerca, dimostrano che certamente i tre Istituti non potevano concludere che il telo fosse di origine medievale. Insomma, oggi il tentativo di riempire pagine di giornali e riviste, di avere audience porta anche chi scrive su giornali o riviste non scientifiche a cadere in una fake, se non si documenta con attenzione e rigore metodologico. La ricerca scientifica fa grandi passi, ma trova grandi bug per spiegare ciò che è stato creato da Dio. Se qualcuno provasse scientificamente cos’è Dio, rischia di cadere nello stesso errore di una fake!»[16]

Dopo tutte le smentite scientifiche della presenza di pigmenti sulla Sindone e della validità della sua datazione medievale, come fa ancora Montanari a parlare della autenticità della Sindone come una fake news? Come fa ad affermare “l’incontestabile verità scientifica” che “la Sindone è un manufatto medioevale francese”? Evidentemente, non essendo un esperto della reliquia, si è incautamente rivolto a fonti inaffidabili che l’hanno ingannato con le loro – quelle sì – fake news di una presunta falsità, condita dalla ridicola leggenda, confezionata ad hoc, del pio artista che crea la Sindone con fede. Da uno storico dell’arte serio ci si aspetterebbe molto di più.

Emanuela MARINELLI  6 maggio 2020

NOTE

[1] Montanari T., La Sindone, quel fake profondamente umano, rubrica Ora d’arte, in «Il Venerdì di Repubblica», 24 aprile 2020, pag. 79.
[2] McCrone W.C. – Skirius C., Light microscopical study of the Turin ‘Shroud’ I, in «The Microscope» vol. 28, n. 3-4, 1980, pp. 105-113; McCrone W.C., Light microscopical study of the Turin ‘Shroud’ II, in «The Microscope» vol. 28, n. 3-4, 1980, pp. 115-128; McCrone W.C., Microscopical study of the Turin ‘Shroud’ III, in «The Microscope» vol. 29, n. 1, 1981, pp.19-39.
[3] Heller J.H. – Adler A.D., A chemical investigation of the Shroud of Turin, in «Canadian Society of Forensic Sciences Journal», vol. 14, n. 3, 1981, pp. 81-103. https://www.shroud.com/pdfs/Chemical%20Investigation%20%20Heller%20Adler%201981%20OCR.pdf
[4] Morris, R.A. – Schwalbe L.A. – London J.R., X-Ray fluorescence investigation of the Shroud of Turin, in «X-Ray Spectrometry», vol. 9, n. 2, 1980, pp. 40-47.https://www.shroud.com/pdfs/XRay%20Fluorescence%20Morris%20Schwalbe%20London%201980%20OCRsm.pdf
[5] Marinelli E. – Marinelli M., The copies of the Shroud, in Di Lazzaro P. (Ed.), Proceedings of the IWSAI 2010, International Workshop on the Scientific approach to the Acheiropoietos Images, 4-6 maggio 2010, ENEA, Frascati (Roma) 2010, pp. 155-160. http://www.acheiropoietos.info/proceedings/MarinelliWeb.pdf
[6] Damon P. E. et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, in «Nature», vol. 337, n. 6208, 16 febbraio 1989, pp. 611-615. https://www.nature.com/articles/337611a0.
[7] Gonella L., Storia degli avvenimenti connessi alla datazione della S. Sindone in AA.VV, Sindone, il mistero continua, Fondazione 3M Ed., Milano 2005, pp. 28-87.
[8] Adler A. D., Updating Recent Studies on the Shroud of Turin, in «American Chemical Society», Symposium Series n. 625, Chapter 17, 1996, pp. 223-228. http://www.sindone.info/ADLER.PDF
[9] Rogers R. N., Studies on the radiocarbon sample from the Shroud of Turin, in «Thermochimica Acta», vol. 425, n. 1-2, 2005, pp. 189-194. http://www.shroud.it/ROGERS-3.PDF
[10] https://www.radiocarbon.com/italiano/datare-i-tessuti-con-l-AMS.htm
[11] Casabianca T. – Marinelli E. – Pernagallo G. – Torrisi B., Radiocarbon Dating of the Turin Shroud: New Evidence from Raw Data, in «Archaeometry», Vol. 61, n. 5, ottobre 2019, pp. 1223–1231. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/arcm.12467
[12] Stannus J., Is it time for new tests on the Turin Shroud?, in «Catholic Herald», 2 maggio 2019. https://catholicherald.co.uk/magazine/new-research-reopens-the-turin-shroud-debate/
[13] Ivi.
[14] https://youtu.be/HoENKH11ltY
[15] Riani M. – Atkinson A. C. – Fanti G. – Crosilla F., Regression analysis with partially labelled regressors: carbon dating of the Shroud of Turin, in «Statistics and Computing», luglio 2013, vol. 23, n. 4, pp. 551–561.
http://www.riani.it/pub/RAFC2012.pdf
[16] Comunicazione privata.