La pittura medievale in Abruzzo: gli affreschi di San Pellegrino a Bominaco (AQ) e di Santa Maria ad Cryptas a Fossa (AQ); iconografia e significati simbolici.

di Ugo IMPRESCIA

Un tema iconografico: le orchidee spontanee negli affreschi di San Pellegrino a Bominaco e di Santa Maria ad Cryptas a Fossa; i significati simbolici.  (fig. 4)

Interno dell’Oratorio di San Pellegrino, Bominco (AQ)

L’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco e la Chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, sono due luoghi sacri interessati nel loro interno da cicli di affreschi della seconda metà del XIII secolo, tra i più significativi della pittura medievale abruzzese. I due edifici si trovano nei pressi dell’Aquila, distanti circa 20 chilometri l’uno dall’altro; entrambi gli edifici sono stati costruiti da maestranze benedettine, secondo una struttura architettonica di  tipo cistercense.

L’Oratorio di San Pellegrino faceva parte, insieme all’attigua chiesa di Santa Maria Assunta, di un vasto complesso abbaziale benedettino (fig. 1) fondato nel X secolo;

Fig. 1 – Oratorio di San Pellegrino a sx e Chiesa di Santa Maria Assunta a dx – Bominaco (AQ)
Fig. 2 – I plutei marmorei all’interno dell’Oratorio di San Pellegrino, Bominaco (AQ)

l’edificazione dell’Oratorio è attestata dalla data del 1263 incisa in uno dei due plutei marmorei, decorati a basso rilievo con una pistrice e un grifo (fig. 2), posti al centro dell’aula e che dovevano costituire la base dell’iconostasi oggi non più presente; l’iscrizione riporta oltre alla data, anche il nome del fondatore, l’abate Teodino probabile committente anche della decorazione pittorica.

Il complesso abbaziale ha rappresentato un importante centro di potere economico e sociale oltre che religioso, grazie alle ingenti risorse derivanti dal commercio della lana attraverso lo sfruttamento della pastorizia[1]; ma era anche un centro culturale di elevato interesse, come si confaceva ai numerosi complessi monastici benedettini diffusi in quel periodo. Nei secoli XII e XIII l’Abbazia ha goduto di un periodo fiorente durante il quale furono costruite, all’interno del fortilizio monastico, prima la Chiesa di Santa Maria Assunta e successivamente l’attiguo Oratorio con la sua notevole decorazione pittorica.

Fig. 3 – Abside della Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, Fossa (AQ)

La Chiesa di Santa Maria ad Cryptas [2] (fig. 3) si trova nelle immediate vicinanze del monastero cistercense di Santo Spirito d’Ocre fondato nel 1222, tra i cui possedimenti rientrava anche la chiesa di Fossa, costruita nello stesso periodo dell’Oratorio di Bominaco secondo lo stile gotico-cistercense, come ancora oggi si presenta; in realtà è nata sul luogo di un tempio del IX o X secolo secondo i caratteri dell’architettura romano-bizantina, di cui rimane una testimonianza nella presenza di una cripta al di sotto dell’attuale presbiterio.

Le decorazioni pittoriche nelle pareti dei due edifici sacri sono quasi coeve e presentano attinenze stilistiche ed iconografiche [3];  una caratteristica che accomuna i due cicli di affreschi è la rappresentazione in entrambi di un calendario figurato, completo e più articolato quello di Bominaco dove per ogni mese è raffigurata la sua personificazione, il segno zodiacale e accanto un riquadro con i giorni del mese e l’indicazione delle ricorrenze, più tradizionalista il calendario di Fossa, di cui rimangono oggi gli ultimi sei mesi, dove ad ogni mese sono associati i caratteristici lavori nei campi.

La decorazione pittorica di Bominaco (fig. 4) precede quella di Fossa di qualche decennio;

Fig. 4 – Interno dell’Oratorio di San Pellegrino, Bominco (AQ)

la sua realizzazione si fa risalire intorno alla data del 1263, data di costruzione dell’Oratorio; mentre la data di realizzazione degli affreschi di Fossa (fig. 5) si ritiene possa essere tra il 1263 e il 1283, data quest’ultima con cui è firmato un trittico che raffigura nella parte centrale la “Madonna del latte”, realizzato da Gentile da Rocca, artista attivo in area abruzzese; l’opera si ritiene sia stata collocata all’interno della chiesa, a chiusura del cartiere delle pitture murali.

Fig. 5 – Interno della Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, Fossa (AQ)

Rispetto al ciclo pittorico di Bominaco, quello di Fossa è caratterizzato da una sequenza ordinata delle scene rappresentate, inoltre presenta un programma iconografico completo, infatti, come in altre rappresentazioni analoghe di luoghi di culto interamente affrescati, viene raffigurata la storia del mondo, dalla Genesi (l’era “ante legem”), agli Episodi del Vecchio Testamento (l’era “sub lege”), per continuare con gli episodi del Nuovo Testamento (l’era “sub gratia”), fino alla rappresentazione della fine dei tempi con il Giudizio Finale posto in controfacciata.

Rimandando all’ampia bibliografia l’approfondimento degli aspetti storici e artistici dei due edifici sacri, si vuole qui avanzare delle ipotesi sui significati iconografici e simbolici legati alla raffigurazione nei due cicli di affreschi di alcune orchidee dipinte con spinto realismo; si tratta di orchidee spontanee, piante che differiscono per le loro ridotte dimensioni dalle più note orchidee cosiddette esotiche che crescono nelle zone  tropicali; le orchidee spontanee invece sono più diffuse nelle zone temperate ed inoltre sono geofite ovvero hanno radici infisse nel terreno, contrariamente alle orchidee esotiche che sono epifite e cioè dotate di radici aeree.

Nell’Oratorio di San Pellegrino le orchidee [4] sono rappresentate nel primo registro della terza campata di sinistra, rispetto all’ingresso attuale, tra i piedi dei due profeti Giona e Isaia (fig. 6) ed inoltre in controfacciata ai piedi del Sant’Onofrio dipinto accanto al gigantesco San Cristoforo (fig. 7).

Fig. 6 – Profeti al di sopra del calendario, Oratorio di San Pellegrino
Fig. 7 – Sant’Onofrio e San Cristoforo in controfacciata, Oratorio di San Pellegrino

Nella chiesa di Santa Maria ad Cryptas invece sono state dipinte nella lunetta della parete sinistra dell’abside, ai piedi di un apostolo non ben identificato (fig. 8) e nel secondo registro della prima campata di destra in corrispondenza dei riquadri dei mesi di luglio, agosto e settembre del calendario figurato (fig. 9).

Fig. 8 – Apostoli nella lunetta della parete sx dell’abside, Santa Maria ad Cryptas
Fig. 9 – Calendario, mesi luglio-dicembre, Santa Maria ad Cryptas

Un’osservazione da fare è che le orchidee dipinte ai piedi dei profeti a Bominaco e ai piedi del santo a Fossa, ancorché ben identificabili, sono rappresentate in maniera abbozzata, mentre quelle dipinte ai piedi di Sant’Onofrio a Bominaco e nei riquadri dei mesi del calendario a Fossa, sono rappresentate come fossero ritratte dal vero (fig. 10), in particolare nella raffigurazione dei fiori;

Fig. 10 – Orchidee del genere Ophrys, a sx ritratte in modo realistico a dx ritratte in modo abbozzato
Fig. 11 – Foto di una Ophrys sphegodes a confronto con l’orchidea dipinta ai piedi di Sant’Onofrio

ciò consente di riconoscere, nonostante il non buono stato di conservazione dell’affresco, non solo il genere ma anche la specie delle piante (fig. 11); si noti ad esempio la corretta raffigurazione del labello dei fiori, con la definizione della macula e delle gibbe che caratterizzano le orchidee del genere Ophrys.

È suggestivo pensare che gli artisti facenti parte del cantiere pittorico, nei momenti di pausa, siano rimasti attratti dalle orchidee spontanee che ancora oggi è possibile ammirare nei prati circostanti.

Fig. 12 – Sant’Onofrio in controfacciata, Oratorio di San Pellegrino

L’eccessivo realismo con cui sono dipinte le orchidee in determinate scene, in un periodo in cui l’espressione artistica era molto idealizzata, farebbe pensare che l’artista abbia avuto l’intenzione di consentire il riconoscimento delle piante, sottintendendo il loro significato simbolico riferito alla scena raffigurata.

A tal proposito se si esamina l’iconografia con cui è rappresentato il Sant’Onofrio nell’Oratorio di San Pellegrino (fig. 12), si nota come il santo è raffigurato con il consueto aspetto ovvero con il corpo ricoperto dai peli della barba e dei capelli, a testimonianza della sua lunga permanenza nel deserto come anacoreta; mancano gli abituali attributi connessi alla sua discendenza regale ovvero la corona, oppure legati alla sua vita eremitica, come l’angelo che lo ha nutrito materialmente e spiritualmente, o ancora i due leoni venuti in aiuto del monaco Pafnuzio per scavare con gli artigli la fossa per la sepoltura del santo; niente di tutto ciò.

Fig. 13 – Figura femminile ai piedi di Sant’Onofrio, Oratorio di San Pellegrino

Ai piedi del santo, oltre alle orchidee vi è la presenza di una figura femminile un po’ fuori scena e inoltre due scritte, una scritta è il nome del santo, l’altra scritta è “MARIA” (fig. 13) vicino alla figura femminile che farebbe pensare possa essere riferita alla Madonna.

La donna in realtà non ha nulla che possa essere ricondotto alla Vergine, le sue dimensioni sono molto ridotte rispetto a quelle di Sant’Onofrio, manca del nimbo, non indossa il maphorion come nelle rappresentazioni della Madonna in altre scene degli stessi affreschi e poi sta pregando con le mani giunte che invadono lo spazio in cui è raffigurato il santo: la Madonna certo non prega i santi semmai è il contrario; ha un espressione come se volesse invocare l’intercessione del santo per ottenere qualcosa, la testa è ricoperta da un fazzoletto di mussola opportunamente ripiegato, caratteristico del costume popolano delle donne abruzzesi.

Il santo dal canto suo ha un aspetto tutt’altro che severo e dolente come normalmente viene raffigurato, l’espressione del volto è benevola e il gesto della mano destra accostata al petto, con il palmo aperto verso l’esterno, sta a significare, secondo l’iconografia cristiana, la disponibilità ad accogliere la supplica dell’orante per esaudire una sua richiesta[5].

Ma chi è la donna inserita in questa insolita iconografia del santo? La risposta sembrerebbe ritrovarsi in una litania siciliana che recita:

Santu Nofriu lu pilusu/ Iu vi prego di ccà a jusu / Vui na grazia m’ati a fari / Io mi vogghiu maritari (Sant’Onofrio il peloso / io vi prego da qua sotto / voi una grazia mi dovete fare / io mi voglio maritare)

Osservando attentamente l’iconografia con cui è stato dipinto il Sant’Onofrio di Bominaco, sembrerebbe che l’artista nel dipingere la scena abbia seguito letteralmente il testo della litania: la donna infatti invoca inginocchiata il santo peloso, pregandolo dal basso e rivolgendogli una preghiera di supplica.

La litania, secondo un’antica tradizione palermitana, veniva recitata dalle donne inginocchiate davanti alla porta dell’oratorio di Sant’Onofrio a Palermo [6]; una credenza popolare sostiene che il santo è colui a cui si rivolgono le donne per trovare marito [7]; la donna metteva una moneta in una fessura della porta e recitava per nove giorni la litania intervallata da preghiere, se nel frattempo la moneta cadeva al di là della porta il suo desiderio sarebbe stato esaudito, altrimenti doveva riprovare l’anno successivo [8].

L’artista ha voluto corredare la scena del Sant’Onofrio appena descritta, dipingendo ai piedi del santo alcune orchidee spontanee ritratte con grande precisione; evidentemente la loro presenza ha un significato simbolico che si coniuga perfettamente con l’iconografia rappresentata; un significato che ha attinenza con la supplica della donna a Sant’Onofrio perché possa trovargli un marito.

Infatti alcune orchidee spontanee, come quelle dipinte nei due cicli di affreschi, hanno destato l’interesse dell’uomo fin dall’antichità per la forma dell’apparato radicale costituito da due bulbi ravvicinati, uno più grande dell’altro, che nel loro insieme ricordano i testicoli dell’apparato genitale maschile; tale caratteristica ha fatto ritenere che queste piante avessero proprietà afrodisiache, generando credenze e leggende legate prevalentemente alla sfera amorosa e sessuale[9].

Fig. 14 – Anacamptis piramidalis, da “De Harbarium Virtutibus”, manoscritto miniato del XV secolo d.C

Così le orchidee con radici a doppio bulbo erano anticamente denominate, oltre che “Orchis”, che in greco significa testicolo, anche “Serapias” da Serapide dio egizio della fertilità, oppure  “Satyrion” in riferimento al satiro, personaggio mitologico avente comportamento selvaggio e lascivo e ancora “Priapisco” ovvero piccolo Priapo, dalla divinità minore caratterizzata da dimensioni sproporzionate dei suoi organi genitali.

Nella fig. 14 è rappresentata un’orchidea spontanea, con i caratteri di una Anacamptis piramidalis, tratta dal “De Harbarium Virtutibus”, manoscritto miniato del XV secolo d.C. che riprende il testo attribuito ad un autore del IV secolo d.C. noto come PseudoApuleio; in corrispondenza dell’apparato radicale con i due bulbi, si legge la denominazione “Herba Satirion, Sicut priapisca”.

Fig. 15 – Pseudocopulazione su Ophrys insectifera di impollinatore (Argogorytes mystaceus)

Le orchidee rappresentate nei cicli di affreschi di Bominaco e Fossa sono del genere Ophrys, caratterizzate da una tecnica di impollinazione che si basa sull’inganno sessuale (ancora rimandi ad aspetti afrodisiaci); infatti uno dei petali del fiore, denominato labello, si è trasformato nel corso dei millenni acquisendo la forma della femmina dell’insetto impollinatore, forma con la quale la pianta, unitamente all’emissione di feromoni femminili, attira l’insetto; questo durante la pseudocopulazione (fig. 15) riceve dal fiore il polline che si salda sul suo corpo e che successivamente viene trasportato dall’insetto in altri fiori della stessa specie per perpetuare la riproduzione.

La prima citazione di un’orchidea spontanea nel mondo occidentale si ha ad opera di Teofrasto (Ereso,371 a.C. – Atene, 287 a.C.), naturalista e filosofo, discepolo di Aristotele, che nel suo “De Historia Plantarum” tratta di questa pianta dandole il nome, tramandato fino ad oggi, di orchis ovvero testicolo in greco.

Circa quattro secoli dopo Teofrasto, Plinio il Vecchio componeva il suo “De Naturalis Historia”, un’opera enciclopedica in 37 libri; agli argomenti riguardanti il mondo vegetale sono dedicati i libri dal XII al XXVII. Plinio riprendendo il trattato di Teofrasto, così si esprime descrivendo la orchis e gli effetti afrodisiaci procurati dalla pianta:

«Sed inter pauca mirabilis est orchis herba, sive serapias, foliis porri, cauli palmeo, flore purpureo, gemina radice testiculis similis , ita ut maior sive, ut aliqui dicunt, tenuior ex aqua pota excitet libidinem, minor sive mollior e lacte caprino inhibeat.» (Nat. Hist., XXVI, 95)[10]

Negli stessi anni dell’opera di Plinio, un altro medico e filosofo, Dioscoride Pedanio (Anazarbus, 40 d.C. circa – 90 circa) vissuto nella Roma imperiale, compone un testo in greco noto in latino come “De Materia Medica”.

L’opera di Dioscoride è stata per ben 15 secoli dalla sua pubblicazione un testo di riferimento per medici e speziali per la conoscenza della pratica terapeutica connessa all’utilizzo e alle proprietà della piante ed era molto diffuso nel basso medioevo [11], fino al rinascimento quando nasce la botanica come materia di studio delle piante, indipendentemente dagli effetti terapeutici ed anche magici sull’uomo, con la raffigurazione dal vivo delle piante, descritte attraverso gli erbari.

Fig. 16 – Orchidea spontanea, da “Frammenti del trattato sulle piante di Dioscoride”, manoscritto in arabo del XII secolo, Biblioteca Nazionale di Francia

È plausibile che una copia del “De Materia Medica” o di trattati analoghi, fosse presente nelle biblioteche dei monasteri benedettini, i cui monaci amanuensi tanto hanno contribuito a tramandare nel tempo il sapere, copiando e trascrivendo, chiusi negli scriptoria, antichi testi greci e latini.

L’originale dell’opera dioscoridea è andato perduto ma nel periodo greco-romano se ne sono ricavate alcune copie tradotte dal greco in diverse lingue dei paesi orientali dell’impero; la fig. 16 è l’immagine n. 136 di un manoscritto in arabo del XII secolo, “Frammenti del trattato sulle piante di Dioscoride”, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia; l’immagine raffigura in maniera schematica un’orchidea spontanea, riconoscibile dall’apparato radicale costituito da due bulbi ravvicinati e dalla rosetta basale delle foglie.

In epoca tardoantica il “De Materia Medica” ha subito una retroversione in greco e successivamente è stato tradotto in latino; il trattato, riportato in alcuni manoscritti, è stato corredato da immagini ricavate dalle descrizioni testuali dell’opera più che dall’osservazione dal vero.

Dalle innumerevoli copie del “De Materia Medica” realizzate nel corso dei secoli, sono stati ricavati due preziosissimi manoscritti del VI e VII secolo; uno dei due manoscritti, noto come il “Dioscurides Neapolitanus”, è conservato attualmente nella Biblioteca Nazionale di Napoli; l’opera datata tra la fine del VI e inizio del VII secolo, è riconosciuta essere, secondo alcuni studiosi, di origine ravennate ed è attribuita ad artisti greci operanti nell’esarcato, probabilmente ricavata da un esemplare di una delle copie dell’originale realizzate nel mondo arabo.

L’esemplare napoletano contiene 170 fogli con la descrizione di 403 piante; in ciascun foglio vi è l’illustrazione stilizzata della pianta e una parte testuale in lingua greca che descrive la morfologia della pianta, il suo l’habitat e l’uso terapeutico, traendoli dall’originale Dioscorideo.

Nel manoscritto di Napoli ai fogli CXXXIII e CXXXIV vi è la raffigurazione di quattro orchidee spontanee (fig.17); per ogni pianta raffigurata viene definita la denominazione e i suoi sinonimi, vengono poi descritti gli effetti sull’uomo.

Fig. 17 – “Dioscurides Neapolitanus”, Biblioteca nazionale di Napoli, Codex ex Vindobonensis Graecus 1, VI-VII secolo d.C., fogli CXXXIII e CXXXIV

La traduzione[12] del testo relativo alla prima delle tre orchidee del foglio CXXXIII denominata “Satyreion”, recita:

«Alcuni la chiamano Orchis, altri Cynosorchis, altri pianta sacra, altri pianta di Priapo, i Romani membro di satiro; [] ha radice bulbosa, duplice, con forma simile all’olivo, l’una più in alto, l’altra più in basso, l’una soda, l’altra piuttosto molle e grinzosa, [] si racconta che il bulbo più grande mangiato dagli uomini, faccia generare maschi, il più piccolo invece mangiato dalle donne, faccia generare femmine; si racconta che le donne di Tessaglia facciano bere il bulbo tenero con poco latte perché susciterebbe il desiderio sessuale, quello secco invece per frenare e spegnere il desiderio, e che l’uno bevuto dopo l’altro annulli gli effetti, cresce in posti paludosi e sabbiosi»

In definitiva alle orchidee spontanee sono associati da sempre significati simbolici riconducibili alla sfera sessuale, in particolare il desiderio sessuale, la procreazione, la fertilità, in vero tutti elementi che sono alla base di un buon matrimonio; ciò giustifica l’iconografia con cui è stato raffigurato il Sant’Onofrio di Bominaco, ai cui piedi sono dipinte le orchidee spontanee e la donna inginocchiata in preghiera che rivolge al santo una invocazione per potersi maritare.

Il significato simbolico della fertilità associato alle orchidee  spontanee, può essere ricondotto anche a quelle dipinte nei riquadri dei mesi del calendario raffigurato nella chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa (fig. 18) dove sono rappresentate scene dei lavori nei campi tipici di ogni mese;

Fig. 18 – Calendario in Santa Maria ad Cryptas; mesi di luglio, agosto, settembre

evidentemente la raffigurazione di tali piante è un auspicio per un buon raccolto, del grano con la falciatura rappresentata nel riquadro del mese di luglio e la trebbiatura nel mese di agosto e successivamente dell’uva nel mese di settembre.

Ma come si spiega la rappresentazione della particolare iconografia di Sant’Onofrio a Bominaco, che sembra derivare dalla litania palermitana? É suggestivo pensare che tra gli artisti facenti parte del cantiere pittorico dell’Oratorio di San Pellegrino vi fosse anche un artista siciliano, cosa da non escludere completamente se si considera che nei cantieri pittorici di quel periodo venivano spesso impiegati artisti itineranti di formazione bizantina; ad esempio è interessante notare come nel mosaico rimasto nell’arco absidale della chiesa abbaziale di Grottaferrata rappresentante la Pentecoste, i volti degli apostoli, in particolare alcuni di essi, sono talmente simili a quelli della scena di pari tema presente nei mosaici di Monreale, da far pensare che « […] potrebbero attribuirsi alla medesima scuola, se non persino al medesimo artista[13], a dimostrazione di una plausibile presenza a Grottaferrata di maestranze provenienti dalla Sicilia [14].

Tra l’altro taluni studiosi ravvisano in alcuni particolari e in alcune scene degli affreschi dell’Oratorio di San Pellegrino, analogie stilistiche con i mosaci siciliani[15]; affinità iconografiche si possono riscontrare in diverse scene, ad esempio tra la scena della Natività rappresentata a Bominaco e quella della Cappella Palatina di Palermo, o ancora tra la Creazione di Eva di Fossa e l’analoga scena nei mosaici di Palermo (fig. 19 e fig. 20).

Fig. 19 – Natività: a sx Oratorio di San Pellegrino, 1263 circa; a dx Cappella Palatina, Palermo, metà XII sec.
Fig. 20 – Creazione di Eva: a sx Santa Maria ad Cryptas, 1263-1283 circa; a dx Cappella Palatina, Palermo, metà XII sec.

Più  propriamente la presenza di Sant’Onofrio in Abruzzo si spiega per il fatto che il culto del santo, vissuto in Egitto nel IV secolo, ebbe larga diffusione nelle regioni mediorientali grazie alla sua biografia scritta da Pafnuzio, il monaco della Tebaide che aveva ritrovato il santo eremita nel deserto e lo aveva assistito fino alla morte; la vita scritta da Pafnuzio è stata tradotta in diverse lingue tra cui il copto, il greco, l’arabo, l’armeno e il culto si è poi propagato in Italia attraverso il monachesimo bizantino e successivamente quello benedettino; i monaci bizantini provenienti dalle regioni mediorientali e stabilitisi nell’Italia meridionale erano in fuga a seguito dell’espansione islamica iniziata nel VII secolo; nel secolo successivo si ebbe un altro esodo dovuto alla persecuzione iconoclasta perpetrata dagli imperatori d’Oriente.

I monaci italo-greci del meridione d’Italia, portatori degli ideali eremitici dei padri del deserto e latori della agiografia monastica orientale, tramandata attraverso i testi liturgici (menologi, sinissari, ecc…) [16] e anche con il linguaggio dell’arte sacra, furono successivamente spinti, dopo l’occupazione araba della Sicilia e le incursioni saracene, a risalire la penisola [17] verso la Calabria, la Campania, la Puglia, il Lazio e l’Abruzzo, alla ricerca dei luoghi più solitari e inaccessibili [18].

Feste dedicate a sant’Onofrio sono celebrate, oltre che in Sicilia, in molte regioni peninsulari, in Calabria ad esempio dove a Rossano esiste un romitorio dedicato al santo eremita e dove ogni anno si svolge una solenne processione in occasione della festa dei pastori e del popolo, durante la quale si invoca il santo per propiziare una proficua stagione della transumanza, attività pastorale che si ricollega all’Abruzzo, la cui pratica ha costituito per lungo tempo fonte di ricchezza per questa regione.

L’eremo di Rossano apparteneva ad un’abbazia altomedievale fondata da monaci basiliani. Altre feste dedicate a Sant’Onofrio si  svolgono anche ad Agnone nel Molise o a Petina nel Cilento, dove l’antico convento dedicato al santo faceva parte di un’abbazia benedettina del XII secolo.

Ma il culto di Sant’Onofrio è molto diffuso anche in Abruzzo, molte sono le chiese e gli eremi dedicati al santo[19], tra questi il più famoso è l’eremo di Sant’Onofrio sul monte Morrone nei pressi di Sulmona, dove Pietro Angelerio, futuro papa Celestino V, ha vissuto parte della sua esistenza da eremita e dove nel luglio del 1294 fu raggiunto dal corteo dei messi papali che andavano a comunicargli l’elezione al soglio pontificio (fig. 21).

Fig. 21 – Il corteo dei messi papali verso l’eremo di Sant’Onofrio nel 1294, Galleria delle carte geografiche, Musei Vaticani, Antonio Tempesta e altri, 1580-1585

Conclusosi nella seconda metà del XI secolo il controllo politico e religioso di Bisanzio nella penisola italiana, i Normanni assecondarono per ragioni politiche l’affermarsi del monachesimo latino a scapito di quello italo-greco; quest’ultimo però non si estinse totalmente ma fu assimilato in quello latino, cosicché i benedettini divennero continuatori e custodi della cultura orientale, mantenendola viva non solo in campo religioso-agiografico, ma anche in quello artistico-iconografico[20].

È interessante notare come negli affreschi di Bominaco e Fossa, stilemi della cultura bizantina [21] coesistano insieme a motivi tipici della tradizione locale; si veda ad esempio la rappresentazione della Madonna nella scena dell’Annunciazione a Bominaco o dell’Adorazione dei Magi a Fossa, dove la Vergine indossa il maphorion tipico indumento bizantino che le copre il capo e le spalle, mentre la sua veste ben in vista sulle ginocchia ha motivi geometrici e cromia simili a quelli presenti nella stoffa del trono e in molte altre stoffe dipinte in entrambi i cicli pittorici (fig. 22).

Fig. 22 – Particolari dell’Annunciazione nell’Oratorio di San Pellegrino e dell’Adorazione dei Magi in Santa Maria ad Cryptas

I motivi geometrici che decorano le stoffe dipinte negli affreschi, sono tipici dell’artigianato locale e sono presenti ancora oggi nelle decorazioni delle caratteristiche coperte abruzzesi; si veda ad esempio la coperta adagiata sul letto di morte di un personaggio in fin di vita, la cui anima si sta distaccando dal corpo ed è subito fatta oggetto di contesa tra gli angeli e i demoni, nella scena dell’inferno rappresentata nell’Oratorio di San Pellegrino (fig. 23).

 Fig. 23 – In alto Psicomachia nell’Oratorio di San Pellegrino; in basso tipica coperta abruzzese

Ugo IMPRESCIA  Roma  8 Gennaio 2023

NOTE

[1]Bominaco, ma anche Fossa erano ubicati nel medioevo in una zona attraversata dai Tratturi, percorsi pastorali attraverso i quali si svolgeva la “Transumanza” per la “Mena delle greggi”, dalle zone montuose dell’Abruzzo verso il mare Adriatico e viceversa.
[2]Michele Maccherini e Luca Pizzuto, “Santa Maria ad Cryptas, Storia, arte e restauri”, Roma; Napoli, 2021.
[3]Mauro della Valle, “La pittura nell’Abruzzo medievale, tra Occidente e Bisanzio”, Milano, 2003, pag. 102.
[4]Le orchidee di Bominaco sono state segnalate per la prima volta da Romieg Soca, studioso francese ed esperto di orchidee spontanee, riconosciuto a livello internazionale; si veda: Romieg Soca “Description of ten new Ophrys-hybrids (Orchidaceae) of the Abruzzo (Italy)”,  Journal Europäischer Orchideen 46 (3/4): 2014, pag. 663.
[5]Chiara Frugoni, “La voce delle immagini”, Torino, 2010, pag. 90.
[6]Sant’Onofrio è copatrono di Palermo, la città dedica al santo un’intera settimana di festeggiamenti dal 10 al 16 giugno; la Sicilia tra l’altro è la terra che conserva la maggior parte delle sue reliquie.
[7]A Sant’Onofrio è legata un’altra credenza popolare siciliana, quella della cosiddetta “acqua maritata”, una pozione che faceva innamorare chi volesse maritarsi, realizzata da una fattucchiera di nome “gna Zaridda” e ottenuta con acqua benedetta della chiesa; si credeva che a quell’acqua si abbeverasse sempre Sant’Onofrio.
[8]Giuseppe Pitrè, “Spettacoli e feste popolari siciliane”, Palermo, 1881, pp 269-270.
[9]Ancori oggi in Turchia dai bulbi essicati di alcune orchidee spontanee si ricava una farina denominata “Salep” che in arabo significa testicolo di volpe, ritenuta afrodisiaca e utilizzata come ingrediente nella produzione del tipico gelato turco il “Dondurma”.
[10]«Ma eccezionale come poche è l’erba orchis o serapias, con le foglie del porro, il gambo della lunghezza di un palmo, il fiore purpureo, la radice doppia simile ai testicoli, così che la maggiore, come dicono alcuni, più sottile bevuta con l’acqua suscita la passione, la minore o più tenera bevuta con latte caprino la inibisce».
[11]Dioscoride viene ricordato da Dante: «… e vidi il buono accoglitor del quale, Diascoride dico», inf. IV, 139. Il poeta cita Dioscoride come medico studioso delle proprietà medicinali delle piante, essendo lui stesso iscritto alla corporazione dei medici e degli speziali.
[12]La traduzione è ripresa dalla riproduzione in copia del manoscritto di Napoli, “De materia medica, il Dioscoride di Napoli” conservata alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, edita da Aboca 2013, pp. 694-696.
[13]Anton Baumstark “Il mosaico degli apostoli nella chiesa abbaziale di Grottaferrata”, Roma, 1904, pp. 11-13 (dall’estratto di “Orients Christianus”, IV, pp. 121.150);
[14]Valentino Pace, “La chiesa abbaziale di Grottaferrata e la sua decorazione nel medioevo”, pag. 63, n. 46, figg. 28-38, (Estratto da:  “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata”), Nuova serie – Vol. XLI – 1987 – Gennaio-Dicembre
[15]Raimond Van Marle in “Le scuole della pittura italiana”; traduzione di Alba Buitoni,L’Aja, ed. M. Nijhoff, 1932, pp. 462-463. – vedi anche Mauro della Valle, “La pittura nell’Abruzzo medievale …”, op. cit., pag. 90, n. 41.
[16]Guglielmo Cavallo, “La cultura italo-greco nella produzione libraria”, in “I bizantini in Italia”, 1982, pag. 495 e sg.; Sant’Onofrio è ricordato nei sinassari bizantini dove viene celebrato il 12 giugno.
[17]Tra i monaci basiliani più noti, vi è sicuramente San Nilo di Rossano, fondatore dell’Abbazia di Grottaferrata, che conserva ancora oggi il rito Bizantino-Greco. Altro esempio è quello del monaco San Nicola Greco che migra dalla Calabria in Abruzzo verso la fine del X secolo.
[18]Gennaro Luongo, “Itinerari dei santi italo-greci“, in “Pellegrinaggi e itinerari dei santi nel mezzogiorno medievale”, 1999, pp. 43-56.
[19]Edoardo Micati, “Eremi d’Abruzzo e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone”, Pescara 1990.
[20] Raffaela Tortorelli, “L’esperienza monastica greca e i rapporti con il monachesimo benedettino in Puglia e nell’Italia meridionale” in Storia del Mondo, n. 51/2007.
[21]Guglielmo Matthiae, “Pittura medievale abruzzese”, Milano 1969, pp. 34-36.