Il Leone e la montagna. Importanti reperti dal Sudan in mostra al Museo Barracco

di Nica FIORI

Caldo, sabbia e polvere di giorno. L’ombra imponente ma rassicurante di una montagna sotto cui rifugiarsi di notte. Il profumo del caffè allo zenzero e le risate degli operai. Il nostro Sudan”.
Foto di gruppo della Missione archeologica

La montagna cui si allude in questo commento a una foto di gruppo della Missione archeologica italiana in Sudan è il Gebel Barkal, in arabo “montagna pura”, un rilievo di arenaria che domina una piatta distesa desertica nel nord del Paese africano. All’area archeologica che si stende ai suoi piedi, sito Unesco dal 2003, è dedicata la piccola ma interessante mostra “Il Leone e la Montagna. Scavi Italiani in Sudan”, ospitata fino al 19 gennaio 2020 a Roma nel Museo Barracco, che espone per la prima volta reperti provenienti da un territorio poco noto, relativo a un antico regno che faceva da ponte tra l’Africa nera e l’Egitto, e di conseguenza con i paesi del Mediterraneo.

Ricordiamo che il museo, specializzato in scultura antica, è collocato nell’elegante palazzina rinascimentale detta Farnesina ai Baullari (all’angolo con Corso Vittorio Emanuele) e deve il suo nome al barone Giovanni Barracco (1829-1914), un parlamentare che, essendo appassionato di archeologia, mise su una prestigiosa collezione (soprattutto ritratti) negli ultimi decenni dell’Ottocento, per donarla poi al Comune di Roma nel 1904. Piccolo di dimensioni, ma non d’importanza, il Barracco è considerato un vero gioiello sia dal punto di vista architettonico (l’edificio è di Antonio da Sangallo il Giovane e sorge su un’antica casa romana), sia da quello artistico, con 380 opere straordinarie che vanno dall’arte egizia, a quelle assira, cipriota, fenicia, etrusca, greca e romana, per terminare con alcuni pezzi medievali.

Si tratta quindi di una sede quanto mai idonea per farci scoprire i reperti di una civiltà, come quella della città regale di Napata, fiorita intorno al I secolo d.C., appartenente alla fase meroitica dell’area del Gebel Barkal. Una civiltà che dal punto di vista culturale ha una sua originalità, con rielaborazioni dell’arte egizia, nubiana ed ellenistica, e la cui lingua (che graficamente riprende in parte la scrittura egizia) è ancora in corso di decifrazione, come ha spiegato il curatore della mostra Emanuele M. Ciampini.

Il grande leone, che accoglie i visitatori accanto alla visione fotografica della “montagna pura”, è un calco in gesso (l’originale, in arenaria, è conservato nel Museo del Jebel Barkal, a Karima) di uno di quelli ritrovati dalla Missione archeologica italiana presso tre dei quattro accessi del palazzo regale di Napata. La sua funzione era quella di custode ed era associato al dio locale Apedemak, il dio creatore. Una vetrina alle sue spalle illustra l’attività della Missione iniziata nel 1973 dal famoso egittologo Sergio Donadoni dell’Università La Sapienza di Roma, portata poi avanti da Alessandro Roccati e dal 2011 diretta da Emanuele Ciampini, docente di egittologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Sotto il Gebel Barkal

Il sito venne frequentato dagli Egizi a partire dal XV secolo a.C., quando il faraone Thutmosi III raggiunse la IV cateratta del Nilo e depose una stele al Gebel Barkal per segnare il confine più meridionale dell’Egitto. La montagna era ritenuta sacra e il suo pinnacolo laterale reinterpretato come cobra divino. Ed è all’ombra della montagna che fiorisce la città di Napata, che all’inizio del I millennio a.C., in seguito all’indebolimento del controllo egizio, divenne il centro dell’indipendente regno di Kush.

Cantiere sotto il Gebel bBarkal.

Dopo alterne vicende, questa capitale nubiana perse d’importanza, mantenendo comunque il suo ruolo di città santa sotto il regno meroitico, che ha inizio nel III secolo a.C. con il trasferimento più a sud, a Meroe, della necropoli reale, caratterizzata da slanciate piramidi. Ed è nell’epoca meroitica che si comincia a scrivere in lingua nubiana, con un nuovo sistema grafico mutuato da quello egiziano.

Dopo la conquista dell’Egitto da parte dei Romani, Meroe stabilisce con Roma dei buoni rapporti diplomatici. Segue un periodo di stabilità e benessere, cui risale l’ultima fase monumentale della città di Napata, sotto il regno di Natakamani (I sec. d.C.), che corrisponde all’area scavata dalla Missione archeologica Italiana.

Piattaforma del Palazzo reale

 

Restauri dei muri di fondazione del Palazzo di Natakamani nel 2018

A Natakamani si deve la costruzione di un insieme di edifici, il cui nucleo centrale è il Palazzo reale, del quale rimane oggi la sola piattaforma di fondazione: una struttura in mattoni di fango a pianta quadrata di m 61 di lato, che si è conservata per m 1,80 di altezza. Su questa piattaforma, articolata a scompartimenti, si ergeva la struttura superiore che doveva raggiungere i 10 metri di altezza. Le pareti esterne del palazzo erano intonacate di bianco e interrotte, a intervalli regolari, da lesene policrome in giallo, rosso e blu. Anche le basi e i capitelli delle colonne del peristilio centrale erano intonacati e dipinti.

Terracotta architettonica frammentata con rappresentazione di Apedemak su crescente lunare

La superficie di alcuni muri era, inoltre, decorata con terrecotte smaltate di verde chiaro e blu egizio, con soggetti che andavano dal dio-leone Apademak sul crescente lunare, proprio della cultura meroitica, al segno sa (una sorta di nodo) di tradizione egiziana, fino ai volti dionisiaci di tipo ellenistico. È esposto pure un grande medaglione (30 cm di diametro) raffigurante una Menade che regge due grappoli d’uva.

 

Nel settore occidentale del palazzo gli scavi hanno messo in luce un’area adibita a magazzini, in cui sono stati rinvenuti gettoni di conto (tokens) e più di 5000 cretule. Le cretule sono dei grumi di argilla che venivano spalmati sulla chiusura di vasi, cesti, sacchi, con tanto di sigillo (rappresentante divinità, animali o altri elementi simbolici) per garantirne la chiusura.

Tra gli oggetti esposti, troviamo più volte raffigurazioni di animali: oltre al leone, sono presenti l’ariete, che era sacro al dio Amon, il cobra, che era un simbolo regale e lo si trova nell’ureo della corona dei faraoni, l’avvoltoio, che può rappresentare Nekhbet, patrona dell’Alto Egitto, o anche Mut, consorte di Amon, che aveva un suo tempio sotto la montagna sacra. È presente inoltre la rana, strettamente connessa all’idea dell’acqua e quindi all’inondazione del Nilo, che apporta fertilità alla terra. La dea egizia Henet, legata all’acqua e alle nascite, era in effetti raffigurata come rana o come donna dalla testa di rana. Immancabili sono pure gli scarabei, incisi anche sul verso con motivi decorativi.

Ricostruzione ipotetica del palazzo reale di Natakamani

Il Palazzo di Natakamani ha restituito numerosi reperti legati al suo corredo cerimoniale.

Lampada a olio in bronzo

Segnaliamo in particolare una lampada a olio in bronzo, molto simile nella fattura ad alcune lucerne romane del I sec. d.C., che fa pensare a una rete di scambi di beni tra le corti per ragioni diplomatiche. Una piccola tavoletta in arenaria è un modellino, probabilmente votivo, che vuole riprodurre un oggetto di dimensioni solitamente maggiori, sul quale venivano deposte o rappresentate le offerte per i defunti.

Collana con grani e pendente in faience

Ci colpiscono inoltre alcuni oggetti in faience, tra cui due scarabei, perline e pendenti. Ornamenti di questo tipo sono attestati in associazione alla sfera regale e a quella privata durante tutto il periodo meroitico. Come viene spiegato in un pannello didattico, la faience è un impasto vetroso ottenuto da sabbia e quarzo di colore azzurro vivo, noto in antico Egitto come TeHenet, “la brillante”.

Accanto ai reperti originali, sono presentati in mostra calchi di materiali, alcuni dei quali di particolare importanza perché riproducono oggetti fragili andati perduti a causa di una violenta inondazione. Alcune ricostruzioni in 3D consentono di avere una resa grafica particolarmente accurata di strutture architettoniche e di alcuni oggetti di rilievo, facendo emergere non solo un quadro attendibile di quella che era la città regale voluta dal sovrano meroitico, ma anche l’evoluzione e la maturazione nell’elaborazione dei dati di scavo da parte degli studiosi delle due università promotrici (La Sapienza e Ca’ Foscari).

Un ulteriore focus è dedicato alla storia delle esplorazioni in Sudan, e in particolare all’archeologo tedesco Karl Richard Lepsius che intraprese una spedizione nella Nubia sudanese nel 1842, quando il giovane Giovanni Barracco era ancora uno studente di archeologia. I due probabilmente non si conobbero direttamente, ma a Barracco va il merito di aver raccolto nella sua preziosa biblioteca, conservata nel museo, tutti gli scritti più importanti di archeologia ed egittologia, tra cui quelli di Lepsius.

Nica FIORI     Roma  6 ottobre 2019

Il Leone e la Montagna. Scavi Italiani in Sudan

 Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco. Corso Vittorio Emanuele 166/A – Roma

4 ottobre 2019 – 19 gennaio 2020. Ingresso gratuito Orari: ottobre – maggio: da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16. Lunedì chiuso.

www.museobarracco.it; www.museiincomune.it