Contributo per la conoscenza e diffusione del genere decorativo della grottesca in Piemonte 1

di Natale MAFFIOLI

La diffusione in Piemonte del genere decorativo della grottesca non è ancora stato studiato compiutamente; contributi significativi sono stati offerti da studiosi che hanno esaminato la presenza di cicli, alcuni di alto livello, in fabbriche importanti, come nel castello di Fossano[1], o nel complesso palazzo dei Tapparelli di Lagnasco[2]. Ma un’indagine accurata di altre presenze rilevanti, sia dal punto di vista formale sia da quello storico artistico, nei palazzi biellesi Dal Pozzo, della Cisterna e Fieschi Ferrero, oppure nei castelli di Ozegna e di Foglizzo, non è ancora stata affrontata.

Il genere della grottesca, che ebbe la sua rivalutazione dopo la scoperta dei resti della Domus Aurea neroniana (del I Sec. d.C.) ebbe la sua espressione più alta nelle decorazioni realizzate da Raffaello e dai suoi collaboratori nella prima metà del ‘500, a Roma, in Vaticano, nella cosiddetta ‘terza loggia’ e negli ambienti voluti dal cardinale Bibbiena, queste divennero in seguito le decorazioni auliche per eccellenza delle dimore signorili e si diffusero capillarmente in tutta Italia. È giocoforza ricordare pittori che successivamente lavorarono nella romana villa Farnesina oppure nelle stanze per Paolo III a Castel Sant’Angelo[3] e nel palazzo Farnese di Caprarola, comunque dopo la diaspora degli artisti in seguito al Sacco del 1527, il genere si diffuse su tutto il territorio nazionale e in seguito su quello europeo.

Accanto a questi artisti di chiara fama vi era, di certo, un folto gruppo di maestranze che non avevano mai visto direttamente gli originali, e la loro conoscenza del genere era stata mediata dalle stampe[4].

Forse erano decoratori che formavano una sorta di ‘coinè’ allargata e che si spostavano là dove fosse richiesta la loro opera e lo provano interessanti corrispondenze in luoghi distanti tra loro, basta confrontare la decorazione a grottesche di alcuni ambienti della Rocca dei Rossi di San Secondo Parmense[5] con quanto è dipinto in alcuni castelli del Piemonte nord-occidentale, ad esempio nel castello di Fossano.

Una nobile committenza i Biandrate di Foglizzo

Iniziamo l’analisi di presenze in luoghi dove questo genere decorativo si è meglio conservato. Partendo da alcune vicende di un’antica e nobile famiglia canavesana, si può avviare una indagine non priva di frutti.

Le vicende del ramo foglizzese della famiglia comitale dei Biandrate San Giorgio[6], signori di Foglizzo[7], si sono svolte entro le massicce mura del castello[8] che aveva ottenuto come feudo nel 1234 e che fu per il casato il punto di riferimento per sei secoli a venire.

Le muraglie del maniero hanno conservato la memoria delle imprese e degli avvenimenti lieti e dolorosi della famiglia: le costruzioni ex novo, gli ampliamenti, le ristrutturazioni dovute ai matrimoni e i riadattamenti in seguito ad una nascita, le riparazioni dei danni dopo un assedio. La lettura di questo ‘palinsesto’ offre la possibilità di comprendere, oltre al resto, fino a che punto i Signori di Foglizzo fossero aggiornati circa le costumanze artistiche dell’epoca loro e quale fosse il loro impegno nel far sì che la dimora comitale rispecchiasse la loro dignità e il loro desiderio di essere alla moda.

Il castello di Foglizzo, una fabbrica di ragguardevole dimensioni, si trova ai margini dell’abitato, arroccato su una sporgenza che domina la bassa piana del fiume Orco. Un tempo, quando le finestre delle larghe muraglie erano ingentilite da finte incorniciature trompe l’oeil di gusto barocco, il maniero dava l’idea di una signorile, anche se massiccia, dimora di campagna. D’altra parte, era questo il risultato che i proprietari avevano voluto ottenere con gli interventi di ristrutturazione promossi sul finire del 1600 e durante la prima metà del 1700. Ora che gli agenti atmosferici hanno scolorito gran parte degli addobbi, il castello ha riacquistato non poca dell’antica aggressività.

Il primo insediamento dei Biandrate in questa parte del Canavese è da far risalire al 1140, quando Guido, signore di Biandrate[9], fu investito dall’imperatore Corrado III di Svevia sul territorio di San Giorgio, già allora un cospicuo villaggio fortificato, che divideva uno dei suoi confini con il vicino paese di Foglizzo. Verosimilmente, i primi importanti interventi sul castello foglizzese sono da far risalire agli anni immediatamente successivi al 1234, in occasione dell’investitura, da parte del marchese di Monferrato, Bonifacio, di Pietro (o Petrino) Biandrate sui paesi di Foglizzo, di Balangero e di Mathi[10].

Nulla è riconoscibile del primitivo assetto; l’unica reliquia che rimonti a prima del XV secolo è la porzione di fabbrica individuata dalla decorazione in cotto (fig. 01) che corre su un tratto della facciata opposta al centro abitato, quasi a livello d’imposta del tetto.

fig 1

Si tratta di beccatelli trecenteschi, assurti a rango di cornicione marcapiano, accompagnati da resti di merlatura perfettamente riconoscibile nel solaio.

Gli interventi di adeguamento del maniero a lussuosa dimora comitale furono intrapresi sul finire del 1400, durante la signoria di Guido Biandrate detto Seniore (+1529 ca.)[11], con la costruzione, dalle fondamenta, di un nuovo edificio appoggiato al maschio trecentesco e di un corpo di fabbrica, sul lato opposto, dove, probabilmente, in precedenza esisteva soltanto una cortina muraria difensiva. I lavori proseguirono, con alterne vicende, per tutto il secolo XVI, quando si ammodernarono, con decorazioni alla moda, le più antiche sale del primo piano dell’ala Ovest.

Al Seniore si deve la creazione del Gran salone del primo piano, così denominato non tanto per le sue dimensioni ragguardevoli, ma per le oltre 200 tavolette figurate (molte delle quali realizzate in area milanese agli inizi del XVI secolo[12]) allineate su 13 file ad attenuare la gravezza delle sei travi di rovere del soffitto.

In questo ambiente, nei decenni successivi alla morte di Guido Seniore e sotto la signoria del figlio Bartolomeo[13], si realizzarono le prime importanti decorazioni parietali: si dispiegarono, sui lati corti del salone e a ridosso del soffitto, degli affreschi ad illustrare una sorta di “theatrum”, ante litteram, dei possedimenti comitali dove compaiono, in visioni a volo d’uccello, il castello e parti del borgo di Foglizzo (fig. 02)

fig 2

e, analogamente, il palazzo di San Giorgio (fig. 03),

fig 3

frontalmente è probabilmente raffigurato il castello di Cuceglio e un altro possedimento biandratesco, ma è ammalorato al punto di risultare indecifrabile, fu perfino raffigurato un momento della battaglia di Lepanto (figg. 04-05).

fig 4
fig 5

Questo particolare rappresenta un sicuro ‘post quem’ nell’esecuzione delle pitture perché la battaglia di Lepanto fu combattuta il 7 ottobre del 1571.

Attorno agli anni ottanta del 1500 assistiamo all’intervento di riqualificazione dell’apparato decorativo: su una base con scene bucoliche furono aggiunte scenette desunte dalla mitologia (ratto di Ganimede, il ratto di Oropa) e dalla storia romana (Mucio Scevola (fig. 06), Orazio Coclite).

fig 6

Forse toccò al figlio di Bartolomeo, Guido (1545 ca.–1623), terminare i lavori di decorazione, in questo e nei locali limitrofi, verso la fine del 1500, e l’occasione fu di certo il suo matrimonio, celebrato nel 1586[14], con Giustina Crivelli[15]. Fu questo un momento di trasformazioni importanti per alcuni ambienti del castello: ci fu lavoro per mastri da muro e d’ascia, per artisti di pennello e di spatola e stecca: si decorarono le strutture con motivi alla moda: grottesche, cariatidi e mascheroni, cornici accartpcciate con brani di paesaggio.

Gli interventi tardo cinquecenteschi voluti dal conte Guido, conclusero l’allestimento decorativo degli ambienti che ci interessano e questa decorazione si è conservata quasi integralmente fino ad oggi. Oltre il Gran Salone e la Stanza dei trionfi, al primo piano si allineavano la Stanza degli infanti, posta nell’angolo nord ovest del castello e, a sud ovest, la Stanza delle eroine. Di seguito analizziamo questi ambienti.

Le stanze

La denominazione Stanza dei Trionfi[16] per questo ambiente è d’obbligo: le scene che decorano la fascia alta delle pareti, a ridosso del soffitto, rappresentano il trionfo di personaggi della mitologia classica: Diana, il Tempo, Giove, Marte, il Sole e Saturno.

Lo schema è stereotipo e tutti i personaggi si muovono, in mezzo alle nubi, nella medesima direzione, quasi si rincorressero in una fantastica giostra. I protagonisti guidano con solennità una biga trionfale trainata da simboliche coppie di animali: le pernici per il cocchio di Diana (fig. 07),

fig 7

quello del Tempo, un vecchio barbuto e cadente che con la destra si appoggia ad una gruccia e con la sinistra regge una clessidra, è seduto in un cocchio trainato da due cerve, Giove, pronto a lanciare saette, ha aggiogato due aquile (fig. 08)

fig 8

e il carro di Marte non poteva che esser condotto da una coppia di leoni.

Il Sole guida con foga una quadriga di cavalli multicolori (fig. 09) mentre Saturno, armato di falce, si lascia condurre da una coppia di draghi. Non sono raffigurazioni peregrine, recano invece l’eco di tante letture colte, tra il classico e il volgare, che si facevano tra quelle stesse mura.

fig 9

In queste decorazione è evidente la suggestione di alcune stampe prodotte dal cosiddetto Maestro del Dado[17], un incisore della prima metà del XVI secolo. I carri, utilizzati dalle figure allegoriche richiamano quelli creati dal Maestro per Carro del Sole[18] (fig. 10)

fig 10

dove la biga è trainata da quattro destrieri impennati e la divinità, con le briglie ben salde tra le mani, conduce il veicolo con sicurezza, oppure l’allegoria del Matrimonio con Amore[19]  dove sono raffigurati due veicoli l’uno guidato da Giunone, tirato da tre pavoni e il secondo portato da Venere e condotto da colombe; anche se le raffigurazioni si scostano dal tema degli affreschi foglizzesi, tuttavia la suggestione è la medesima.

Di questa stanza è pure degno di attenzione il soffitto, a lacunari decorati con rosette e borchie di carta pesta dorata (fig. 11). La festosità e la grazia degli stucchi che ornano i mensoloni di rinforzo delle travi ammorbidiscono la dura scorza del rovere.

fig 11
fig 12
fig 13

Una parete è occupata da un grande camino incorniciato da una imponente decorazione in stucco (figg. 12-13), frutto dell’attività di quegli stuccatori luganesi che, tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600, lasciarono tante opere nelle dimore signorili del Piemonte.

Tutto, quale nume tutelare, governa lo stemma dei San Giorgio appaiato a quello dei Crivelli (fig. 14), sigillo politico del legame nuziale tra il conte Guido e la marchesa Giustina.

fig 14

I due putti che sostengono l’arma sono fratelli gemelli della coppia che, nel Gran Salone, accompagnano le prodezze di Orazio Coclite (fig. 15);

fig 15

un affresco questo messo in opera per tamponare la breccia creata con la demolizione di uno dei due camini che riscaldavano quell’ambiente.

La decorazione a grottesca in quella che abbiamo definito come Stanza degli infanti riserva degli autentici pezzi di straordinaria eleganza. Su un fondo bianco è stesa una decorazione nella più canonica varietà del genere. Mostruose figure femminili dal collo allungato in simbiosi con un vegetale, sostengono stretti ripiani sui quali marciano soldati in assetto di guerra (fig. 16),

fig 16
fig 17
fig 17 a

sembra quasi che si muovano a passo di danza incuranti dell’esiguità dello spazio non più grande di un piedistallo; decorazioni fantastiche che sorreggono figurette di paesani danzanti (fig. 17-17a) dipinte di getto, con pennellate svelte che conservano tutta la freschezza cromatica dalla prima stesura: un gruppo di musicanti alle prese il primo con un lirone (fig. 18),

fig 18

l’altro, a piene gote, sta soffiando in una zampogna, ma anche un suonatore di flauto e uno che ha dimestichezza con una tromba. Ila fascia è arricchita da medaglioni con paesaggi campagnoli e  lacustri inquadrati entro eleganti e cornici[20] oppure circoscritto da volute accartocciate. Si direbbero tratti da un repertorio fantastico, al pari di decorazioni riconoscibili in qualsiasi clima e sotto qualsiasi cielo; tuttavia al centro delle due fasce lunghe sono descritti due vedute fortemente caratterizzate.

fig 20

Una rappresenta un lago coronato di piccoli centri abitati (ahimé il brano è fortemente ammalorato), l’altra una città che, stando ai labili riferimenti che offre, potrebbe trattarsi di Chivasso, la seconda città del marchesato del Monferrato. Purtroppo l’immagine è sprovvista di scritte che la possano identificare. Anche gli sguinci delle finestre hanno una decorazione floreale e gli spazi intermedi sono arricchiti con coronamenti sormontati da un bestiario di fantasia (fig. 20).

fig 21

Per ripartire le diverse specchiature, il pittore ha attinto ad un repertorio inconsueto: ha posto dei paffuti putti in fasce (fig. 21),

figure che paiono imparentate con quelle, ben più famose, di terracotta invetriata di Andrea della Robbia, poste tra gli archi della loggia dello Spedale degli Innocenti a Firenze. Forse la stanza era adibita a ‘nursery’ dei figli. Non ci sono testimonianza, ma la suggestione rimane.

La decorazione della Stanza delle Eroine non può che essere stata suggerita da Giustina Crivelli, la nuova padrona di casa. La pianta dell’ambiente è irregolare, forse la parete rivolta a sud segue l’andamento di un vecchio sperone difensivo. Il soffitto ligneo, a larghi cassettoni, non ha nulla di interessante, un restauro recente ha rimesso in luce una decorazione a semplici figure tonde.

fig 22

La fascia alta che circonda tutto il perimetro della sala è fortemente ammalorata e presenta i segni di rifacimenti successivi, purtroppo non conformi alle regole del buon restauro, originariamente era ricca di colore ed è esibito un ricco repertorio di elementi grotteschi. Intervallati da paffuti angeli che reggono ghirlande di fiori e in una cornice di grande effetto scenico, sono raffigurate alcune donne dell’antichità classica che hanno fatto la scelta di uccidersi piuttosto che essere sottoposte al disonore, sono riconoscibili Lucrezia (fig. 22), Cleopatra, Sofonisba (l’immagine peggio conservata).

Certo l’ispiratrice del ciclo non intendeva considerare il risvolto morale del gesto suicida quanto la fedeltà all’onore, anche a costo della propria vita. Accanto alle figure femminili, compaiono scene desunte dalla mitologia, come quella del Supplizio di Marsia (fig. 23),

fig 23

intervallate da decorazioni di notevole fattura: arpie, dai seni prosperosi, mascheroni ed elementi decorativi tratti dal repertorio della grottesca ed eseguite dalla stessa mano che ha dipinto le pareti della Stanza degli infanti[21]. Una figurina di un vecchio con una falce sulla spalla, pare davvero il simbolo della caducità del tempo e delle glorie umane (fig. 23).

Natale MAFFIOLI Torino 15 Maggio 2022

NOTE

[1] Cfr. G. ROMANO, Affreschi di Giovanni Caracca, in: G. CARITÀ, Il castello e le fortificazioni nella storia di Fossano, Fossano 1985, pp. 218-225.
[2] Cfr. N. GABRIELLI, Arte nell’antico marchesato di Saluzzo, Torino 1974; G. CARITÀ, Le grottesche nella decorazione delle dimore rinascimentali del Piemonte Occidentale, in Bollettino della Società di Cuneo, n. 133, 2° sem. 2005. Anche se in modo incompleto è stata affrontata la presenza di grottesche nel biellese, Cfr. V. NATALE e S. CAPRARO, I modelli di corte nel decoro dei palazzi nobiliari della seconda metà del secolo: Palazzo Dal Pozzo (e (Ferrero Fieschi); V. NATALE, (a cura di), Arti figurative a Biella a Vercelli. Il Cinquecento, Candelo 2003, pp. 155-159.
[3] Per Castel Sant’Angelo Cfr. E. GAUDIOSO, I lavori farnesiani a Castel Sant’Angelo. Precisazioni ed ipotesi, in Bollettino d’Arte1976, pp. 9-54; E. GAUDIOSO, I lavori farnesiani a Castel Sant’Angelo. Documenti contabili, in Bollettino d’Arte 1976, pp.55-127; M. DE’ SPAGNOLIS, Contributi per una nuova lettura del Mausoleo di Adriano, in Bollettino d’Arte 1976, pp.129-139; AA. VV., Gli affreschi di Paolo III a Castel Sant’Angelo. Progetto ed esecuzione 1543-1548, Roma 1982.
[4] La più ampia raccolta di stampe a cui fare riferimento è: THE ILLUSTRATED BARTSCH.
[5] R. GRECI, M. DI GIOVANNI MADRUZZA, G. MULAZZANI, Corti del Rinascimento nella provincia di Parma, Torino 1981.
[6] Per le notizie sulla famiglia Biandrate di San Giorgio vedi: V. DELLA CROCE, San Giorgio, biografia di un paese, San Giorgio 1986. La ricerca è stata compiuta dal Della Croce utilizzando i documenti conservati nell’archivio della famiglia Rovasenda (i Rovasenda sono gli ultimi erede delle carte dei Biandrate di San Giorgio).
[7] Un piccolo centro agricolo in provincia di Torino al margine meridionale del Canavese.
[8] Attualmente il castello è occupato dagli uffici comunali. Per una più approfondita conoscenza delle sue vicende vedi: N. MAFFIOLI, Il castello di Foglizzo, Foglizzo 2002.
[9] Biandrate, primo feudo di questa famiglia, è un borgo di pianura, in provincia di Novara.
[10]Esclusi di fatto da Ivrea, i Biandrate cercano con ogni mezzo di allargare i loro dominii. Fin dal 1224 si sono installati a Caluso dove Guido, figlio di Rainero, vi ha fatto costruire il ‘castellazzo’. In questo luogo non resteranno però a lungo in quanto all’inizio del secolo successivo Caluso verrà ceduta in cambio di altre località: Corio e Rocca. Invece Foglizzo, Balangero e Mathi, oggetto dell’investitura di Bonifacio del Monferrato a Pietro di Biandrate nel 1234, diventano stabile possesso ed anzi il ramo di Foglizzo acquisterà una posizione particolare nell’ambito della famiglia. Il castello di Foglizzo viene probabilmente costruito in quest’occasione” V. DELLA CROCE, San Giorgio 1986, p. 40.
[11] Il conte Guido Sangiorgio è detto “Seniore” in un documento del giugno 1521: “…dum Fran.um Pugellam march.lem consiliarium de anno 1521 die 15 junii in causa venationis inter mc. per Ill. D.num Guidonem Seniore et agentes pro Co.itate Foglitij” A.S.C.F., vol.228, fasc.1, fg.1r. Guido era figlio di Gio. Biagio; divenne signore di San Giorgio e Foglizzo nel 1499, alla morte del padre (il testamento di Biagio è del 17 ottobre). Il Seniore fece testamento nel 1529, perciò è presumibile sia mancato in quell’anno. Le notizie sono state dedotte da G. A. TORELLI, Alberi di Famiglie subalpine, vol. IV, 389. L’opera, manoscritta, è conservata presso la Biblioteca del Seminario Metropolitano di Torino.
[12] Cfr N. MAFFIOLI, Un soffitto lombardo nel Canavese, in Arte Lombarda 128, Milano 2000, pagg. 32-38.
[13] Era il primogenito di Guido Seniore; le ultime sue notizie rimontano al 13 ottobre del 1559.
[14] V. DELLA CROCE, San Giorgio 1986, p. 23.
[15] Antonio Manno scrive che i Crivelli erano oriundi da Neviano (Lecce), e che in epoca antica si stabilirono a Milano. Un ramo della nobile famiglia dei Crivelli di Milano era già stabilito in Asti nel XII secolo. Per le insegne araldiche dei Crivelli vedi: G. B. DI CROLLALANZA, Dizionario storico-blasonico, vol. I, p. 339.
[16] Dopo gli ultimi interventi di restauro, la leggibilità e lo stato di conservazione degli affreschi e delle decorazioni è buono.
[17] Bernardo Daddi, (1512 ca.-1570), è il nome attribuito al Maestro del Dado riconoscibile per una B segnata su un dado. Virtuoso nella tecnica del bulino, tratta soggetti sacri, mitologici, allegorici, ornamentali e vari.
[18] THE ILLUSTRATED BARTSCH, 29, vol. 15, part. 2, New York 1982, p. 181.
[19] THE ILLUSTRATED BARTSCH, 29, vol. 15, part. 2, New York 1982, p. 183.
[20] Si trovano validi riferimenti anche lontano da Foglizzo, ci sono riscontri anche nelle incorniciature di affreschi strappati acquisiti recentemente dal museo civico di Crema e attribuiti al pittore cremasco Aurelio Buso (Crema 155 – 1582 ca.), per affermare che il genere della grottesca era diffuso su tutto il territorio italiano.
[21] Purtroppo la decorazione, a causa di larghe cadute di intonaco, è stata pesantemente integrata. L’intervento eseguito sul finire del XIX o agli inizi del successivo, ha visto integrazioni spesso arbitrarie e debordanti la superficie interessata.