Ad Regias aedes. La Casina di caccia di Ficuzza: una storia di arte, decorazioni, manufatti e preziosità tra i boschi siciliani.

di Lisa SCIORTINO

L’edificazione di casine di caccia era una consuetudine per l’alta nobiltà che amava andare per i boschi impegnando il tempo libero nell’attività venatoria. Per questo motivo, e su committenza del re Ferdinando I di Borbone (Fig. 1) (ovvero Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III re di Sicilia), sorsero nel palermitano le tenute della Favorita e della Ficuzza con le loro casine reali. Il sovrano fuggito da Napoli, dove erano scoppiati tumulti popolari seguiti alla Rivoluzione francese, arrivò a Palermo nel dicembre del 1798, con il suo seguito di nobili e dignitari di corte.

Fig. 1 Vincenzo Camuccini, Ritratto di Ferdinando I, 1818-1819, Napoli, Palazzo Reale.

Figlio di Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia, Ferdinando (1751-1825), terzo figlio maschio della coppia reale, era destinato a non assumere incarichi di governo del proprio paese, e pertanto ebbe occasione di trascorrere la fanciullezza non condizionata dal rigore educativo adottato per i successori al trono. Ma il suo destino cambiò quando lo zio Ferdinando VI di Spagna morì senza lasciare eredi.

Il padre Carlo assunse così la prestigiosa corona spagnola portando con sé il primogenito Carlo Antonio. Ed essendo il figlio Filippo, secondo nella linea di successione, insano di mente e pertanto non adatto alla reggenza, Ferdinando fu destinato al trono di Napoli a soli otto anni, affiancato da un Consiglio fino al raggiungimento della maggiore età. Tuttavia, il re s’interessò poco della politica del regno, lasciando la maggior parte dei compiti proprio al Consiglio. Gli anni della giovinezza furono spesi andando spesso a caccia, sua grande passione.

Fig. 2 Pietro Duranti (attr.) su cartone di Gioacchino Martorana, La Madonna appare in sogno a Guglielmo II, arazzo, ante 1767, Monreale, Museo Diocesano.

Nonostante non fosse particolarmente erudito, non essendosi mai impegnato negli studi, Ferdinando si spese comunque a favore dell’acculturazione di Napoli e, proprio grazie al suo impegno, il Regno si mise presto al pari degli altri d’Europa.

Nel 1773 fondò la Real Fabbrica Ferdinandea per la produzione di porcellane, di cui diversi modelli si conservano in collezioni private siciliane e una cospicua raccolta fu donata all’Arcidiocesi di Monreale dal collezionista Salvatore Renda Pitti[1]. Nel 1778 il re ebbe la sensibilità di trasferire presso il Palazzo Reale la celebre fabbrica di arazzi napoletani, apprezzati in tutto il mondo per la loro qualità, e di cui Monreale conserva l’esemplare attribuito a Pietro Duranti e istoriato con il celebre tema del Sogno di Guglielmo [2] (Fig. 2).

Nel 1779 Ferdinando fondò la manifattura di San Leucio, la nota seteria oggi riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, che divenne presto un polo di eccellenza della produzione tessile.

Dunque, una speciale cura della produzione artistica da parte di un re non particolarmente acculturato. Ma sono proprio la sensibilità e l’inclinazione all’arte, al bello e all’ameno che in Sicilia muovono la committenza, da parte di Ferdinando, delle casine di caccia. Il poco tempo passato dal re nell’isola, dopo il suo arrivo nel 1798, fu caratterizzato dalla caccia e dal pensiero di riconquista della città di Napoli. Sulle orme dei sovrani normanni che avevano destinato Parco Vecchio quale riserva di caccia, re Ferdinando, adibì il bosco di Ficuzza a parco regio per l’arte venatoria, incrementandone la fauna [3].

Già nel 1802 furono effettuati i primi rilievi dall’architetto Carlo Chenchi per l’edificazione della palazzina reale (Fig. 3) nel parco della Ficuzza, su una distesa verde ricca di valli e torrenti.

Fig. 3 Casina di caccia di Ficuzza.

Lo splendido paesaggio che offriva boschi adatti alla piccola e grande caccia dovette certamente affascinare il re. I segni della sua committenza sono già presenti nell’obelisco posto all’ingresso di Ficuzza, sul quale l’iscrizione indirizza il visitatore verso la regias aedes fortemente voluta dal monarca.

La casina di caccia è immersa in uno splendido scenario paesaggistico che le fa da cornice. Il palazzo, che sorge innanzi alle scoscese pareti di Rocca Busambra circondato da feudi al tempo patrimonio della Mensa di Monreale passati sotto la diretta amministrazione di Ferdinando[4], è caratterizzato dalla lineare facciata rettangolare in arenaria. Il colore caldo della pietra conferisce maggiore solennità all’edificio, sul quale lesene, cornici, sculture e finestre ritmicamente ripetute, creano un gradevole gioco di chiaroscuri.

La direzione dei lavori fu affidata all’architetto palermitano Giuseppe Marvuglia il quale aveva già lavorato per il re borbonico nel 1799 durante i lavori di risistemazione del parco della Favorita e della Palazzina Cinese. L’idea del Marvuglia, verosimilmente suggerita proprio dal re, fu quella di realizzare una residenza semplice da usare solo durante i periodi di caccia[5].

L’edificio, dalle linee tipiche dell’architettura neoclassica siciliana, è decorato sulla sezione apicale dal gruppo scultoreo di Pan, protettore delle greggi e dei campi, che intrattiene con il suono del flauto alcuni animali selvatici, e Diana, dea della caccia e dei boschi, attorniata da cervi e cani. Le due divinità pagane affiancano l’ovoidale stemma borbonico incorniciato da una ghirlanda vegetale (Fig. 4).

Fig. 4 Giosuè Durante e Francesco Quattrocchi, Pan e Diana, Ficuzza, Casina di caccia.

Tale complesso scultoreo è opera di Giosuè Durante e Francesco Quattrocchi. I due orologi posti ai lati della facciata principale furono realizzati dai fratelli monrealesi Giorgio e Giuseppe Lorito[6].

Dalla fine del 1802 al 1807 il cantiere, formato da diverse maestranze, lavorò incessantemente per la realizzazione del palazzo. Al piano terra dell’edificio, a pianta rettangolare, erano gli alloggi della servitù e le cucine, mentre al primo piano era l’appartamento reale. In un’ala estrema fu edificata la cappella, dalla forma ellittica e coperta da volta a botte, collegata all’appartamento del re ma che si apre pure sul piazzale.

Gli ambienti della palazzina furono ornati con stucchi e affreschi (Fig. 5), arredati con mobili, quadri, statue, arazzi, porcellane e suppellettili in gran parte provenienti da Napoli ma anche artisti locali impreziosirono con le loro opere d’arte le sale, la cappella reale e gli esterni.

Fig. 5 Casina di caccia di Ficuzza, interno.

A Giuseppe Velasco, ad esempio, si deve il dipinto raffigurante Santa Rosalia in meditazione dentro la grotta[7] (Fig. 6), inserito in una cornice marmorea sostenuta da due grandi angeli e sormontata da due putti che reggono la simbolica corona di rose. L’opera è ancora oggi posta sopra l’altare della cappella, realizzato da Giosuè Durante.

Fig. 6 Cappella della Casina di caccia di Ficuzza.

Di Girolamo Bagnasco sono le sculture del piccolo sacello, il rilievo raffigurante La cena in Emmaus, le rappresentazioni allegoriche della Fede e della Speranza andate perdute[8], e il Crocifisso ligneo. Anche Giuseppe Patania[9] venne scelto dal Marvuglia per realizzare la tela[10] che raffigura San Calogero inginocchiato dinnanzi alla cerva inviata dal Signore affinché lo nutrisse con il suo latte (Fig. 7).

Fig. 7 Giuseppe Patania, San Calogero, olio su tela, inizi XIX secolo, Ficuzza, Cappella della Casina di caccia.

Della stessa serie sono i dipinti di San Giovanni e San Daniele con il leone, attribuibili alla giovane attività del Patania.

Fig. 8 Pittore siciliano di cultura fiamminga, Madonna col Bambino, olio su tavola, prima metà del XVI secolo, Monreale, Museo Diocesano.

Dipinta su tavola è Madonna col Bambino (Fig. 8), un tempo corredo della cappella e oggi esposta al Museo Diocesano, ascrivibile a pittore di cultura fiamminga [11] della prima metà del XVI secolo. L’opera, infatti, è raffrontabile con quella coeva della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, dal medesimo soggetto, realizzata da pittore seguace di Joes van Cleve.

Tra le suppellettili liturgiche che costituivano il corredo sacro della cappella, di cui lo stesso re si occupò portando con sé da Napoli e dalla reggia di Caserta i manufatti in argento, identificabili grazie all’ausilio dell’inedito inventario del 1927 dell’Archivio Storico Diocesano di Monreale[12] (trascritto in calce*), va annoverata la pisside[13] (Fig. 9) realizzata da argentiere napoletano della seconda metà del XVIII secolo, oggi al Diocesano di Monreale.

Fig. 9 Argentiere napoletano, Pisside, argento e argento dorato, seconda metà del XVIII secolo, Monreale, Museo Diocesano, part.

L’opera presenta base mistilinea ornata dall’alternanza di volute e testine di cherubini alate; il corto fusto è interamente occupato da tre puttini e il sottocoppa, ancora decorato dall’alternanza di volute e testine di cherubini alate, è impreziosito dalle raffigurazioni di Sant’Ignazio di Loyola, con il libro aperto, San Filippo Neri con il giglio e la croce, e probabilmente San Giacomo, con il bastone attributo del pellegrino. Il coperchio, con crocetta apicale, è ornato da tre scene della Passione di Cristo: Processo davanti a Caifa, Flagellazione, Ecce Homo.

Il servizio di incensazione [14], pure esposto al Diocesano e che presenta su entrambi i manufatti punzoni illeggibili per l’usura, è ascrivibile ad argentiere napoletano della seconda metà del Settecento. Il turibolo è ornato da soluzioni rocaille e presenta base mistilinea e una serie ripetuta di elementi conchiliformi e carnose volute che si rincorrono e sovrappongono a costituire i fori per il passaggio dell’incenso. La navicella è decorata con foglie acantiformi sulla base, sulla coppa e sul coperchio che culmina con un ricciolo vegetale.

L’ostensorio [15] in argento e argento dorato (Fig. 10), privo di punzoni ma riconducibile alla metà del XVIII secolo, presenta base ellittica ornata da volute ed elementi conchiliformi.

Fig. 10 Argentiere napoletano, Ostensorio, argento e argento dorato, seconda metà del XVIII secolo, Monreale, Museo Diocesano.

Due angeli, realizzati a fusione, che reggono un cuore costituiscono il fusto dell’esuberante manufatto su cui si innesta la ricca raggiera tra i cui raggi, di varia lunghezza, si aggrovigliano pampini e simbolici grappoli d’uva. L’opera culmina con tre spighe dal chiaro valore simbolico. Il pregiato manufatto, ancora al Diocesano, è affine all’ostensorio in argento, realizzato pure da maestro napoletano nel 1749, del Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono.

Il settecentesco calice [16] d’argento (Fig. 11), dalle linee semplici e privo di punzoni, reca alla base l’iscrizione R. CAP. DI CASERTA.

Fig. 11 Argentiere napoletano, Calice, argento, seconda metà del XVIII secolo, Ficuzza, Casina di caccia.

Anche l’inedita patena in argento dorato reca la medesima iscrizione. La teca da ostia in argento (Fig. 12), mai pubblicata e semplice nel modellato, è ornata da una crocetta raggiata apicale e reca sotto la base la R coronata incisa, indice della sua provenienza da Caserta.

Fig. 12 Argentiere napoletano, Teca da ostia, argento, seconda metà del XVIII secolo, Ficuzza, Casina di caccia.

Gli inediti secchiello e aspersorio (Fig. 13) fanno pure parte del corredo liturgico della cappella reale di Ficuzza. Sul manico del secchiello, realizzato in argento, si legge il marchio V.S., ripetuto sulla base assieme ad un altro punzone illeggibile. L’aspersorio, in argento e rame, è invece privo di punzoni.

Fig. 13 Argentiere napoletano (?), Secchiello e aspersorio, argento, seconda metà del XVIII secolo, Ficuzza, Casina di caccia.

Le opere sono ornate da un ripetuto motivo a foglie lanceolate che decora la sezione centrale del secchiello e quella inferiore del pomo dell’aspersorio.

Più tardo è l’inedito mestolo da battesimo (Fig. 14), in argento e legno. Sul manufatto è chiaramente leggibile il marchio con l’aquila di Palermo a volo alto e la sigla del console degli orafi e argentieri di Palermo FC21, riferibile a Francesco Catalano in carica nel 1821[17].

Fig. 14 Argentiere palermitano, Mestolo da battesimo, argento e legno, 1821, Ficuzza, Casina di caccia.

L’opera fu aggiunta al corredo della cappella in un secondo momento e non è da ricondurre al periodo di Ferdinando IV.

L’ombrello per viatico citato nell’inventario del 1927 si presenta in cattivo stato di conservazione. Oggetto liturgico costituito da una struttura a raggi rivestita di seta e impiegato in segno di riguardo per proteggere il sacerdote che porta l’Eucarestia, mostra ricami tipici della manifattura siciliana della seconda metà del XVIII secolo (Fig. 15).

Fig. 15 Manifattura siciliana, Ombrello per viatico, tessuto ricamato e legno, seconda metà del XVIII secolo, Ficuzza, Casina di caccia.

L’ombrellino, oggi raramente utilizzato, trae origine dal parasole o parapioggia un tempo adoperato per il Pontefice e gli alti prelati. L’uso fu poi esteso alle processioni soprattutto in occasioni dello spostamento del Santissimo Sacramento, sia all’esterno che all’interno delle chiese.

Abbandonato nel 1815 da re Ferdinando che ritornò a Napoli, il palazzo iniziò la lenta decadenza che portò inevitabilmente al declino degli ambienti, lasciando spazio al vandalismo e ai saccheggi. Restaurato, dal 2009 l’edificio è tornato alla fruizione pubblica e dal 2013 è sede del Museo multimediale del bosco di Ficuzza.

Lisa SCIORTINO,  Monreale, 24 Marzo 2024

*Trascrizione dell’Inventario degli oggetti e arredi sacri appartenuti alla chiesa di Santa Rosalia in Ficuzza compilato nel mese di luglio dell’anno 1927 dal Cappellano Curato D. Rosario Rumore in occasione della prima visita pastorale fatta da Mons. Eugenio Ernesto Filippi Arcivescovo di Monreale [Archivio Storico Diocesano di Monreale]

 Calici con patene n. 2 argento * il piede di uno di essi è di ottone

Pissidi n. 2 argento dorato

Ostensori n. 1 argento

Teca grande n. 1 argento

Incensiere con navicella n. 1 argento

Vasetti per olio Santo n. 6 argento

Mestolino per battesimi n. 1 argento

Chiavetta di tabernacolo n. 1 argento * fuori uso – rotta

Casupola e tonacella bianca per Messa Cantata n. 1 * drappo comune damascato

Casupola e tonacella rossa n. 1 * drappo comune damascato

Casupola e tonacella nera n. 1 * drappo comune damascato

Cappe n. 3 * seta comune 1 bianca, 1 violacea, 1 nera

Casupole bianche n. 6 seta comune * quasi tutto fuori uso /

Casupole rosse n. 2 seta

Casupola verde n. 1 seta

Casupole violacee n. 2 seta

Finte tovaglie n. 3 raso ricamato

Veli omerali n. 3 seta * uno buono- 2 mediocri

Camicie di tela n. 6 tela comune

Cingoli n. 2 di filo

Amitti n. 7 di tela

Tovaglie per altare n. 9 di tela

Corporali n. 8 tela di filo

Purificatori n. 50 tela di filo

Manutergi n. 6 tela

Messali n. 2 * uno potrebbe ritenersi fuori uso

Messa letto da morti n. 1

Cereo Pasquale n. 1

Candelieri di ottone n. 10

Candelieri di legno n. 32

Ombrello per viatico n. 1

Lanterna per viatico n. 6

NOTE

[1] Cfr. L. Sciortino, La porcellana bianca della collezione Renda Pitti. Inediti d’arte al Museo Diocesano di Monreale, Palermo 2019; L. Sciortino, Opere d’arte negli inediti scritti del collezionista Salvatore Renda Pitti, Rivista OADI a cura di M.C. Di Natale, a. II, n. 22, dicembre 2010, pp. 91-112.
[2] E. D’Amico-R. Civiletto, scheda I.21, in Mirabile artificio. Pittura religiosa in Sicilia dal XV al XIX secolo, catalogo della mostra a cura di M. Guttilla, Palermo 2006, pp. 132-135; L. Sciortino, I tesori perduti del Duomo di Monreale nell’inedito inventario della ‘Maramma della Cattedrale’ del 1838, rivista OADI a cura di M.C. Di Natale, a. 1, n. 2, dicembre 2010, pp. 169-170; L. Sciortino, Monreale: il Sacro e l’Arte. La Committenza degli Arcivescovi, Palermo 2011, pp. 134-135; L. Sciortino, La sala San Placido nel Museo Diocesano di Monreale: sede della mostra, in Sicilia Ritrovata. Arti decorative dai Musei Vaticani e dalla Santa Casa di Loreto, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, G. Cornini e U. Utro, Palermo 2012, pp. 196-197; L. Sciortino, Le “Eccezionali eccellenze” nelle collezioni del Museo Diocesano di Monreale, in Sogni d’oro. Criticità ed eccellenze nella Sicilia postindustriale, a cura di G. Santoro, Palermo 2014, pp. 86-87; L. Sciortino, Il Museo Diocesano di Monreale, Palermo 2016, p. 16.
[3] A. Trentacosti, Marineo e Dintorni. Guida storico-artistica, Palermo 2001, p. 311.
[4] Ibidem.
[5] A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 314.
[6] A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 315. Cfr. pure G. Fatta-T. Campisi, La costruzione della Real Casina di Ficuzza, in Il barocco e la regione corleonese, atti della giornata di studio a cura di A.G. Marchese, Palermo 1999, pp. 169-230; G. Giardina, Il bosco della Ficuzza, in Corleone, coll. Viaggio in Sicilia, Palermo 2000, p. 26.
[7] S. Riccobono, Giuseppe Velasco, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani Pittura, vol. II a cura di M.A. Spadaro, Palermo 1993.
[8] A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 323.
[9] A. Gallo, Notizie di artisti siciliani, ms. del XIX secolo, B.C.R., XV H 20, c. 252v; I. Bruno, Giuseppe Patania pittore dell’Ottocento, Palermo 1993, scheda I-6, p. 142.
[10] I. Bruno, Giuseppe Patania…, 1993, scheda I-6, p. 142.
[11] Cfr. L. Collobi Ragghianti, Dipinti fiamminghi in Italia 1420-1570. Catalogo, Bologna 1990, p. 218. Ringrazio la Dott. Maria Reginella per la gentile segnalazione. Cfr. pure A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 316.
[12] Ringrazio l’Archivio Storico Diocesano di Monreale per la disponibilità mostrata durante le ricerche.
[13] L. Sciortino, scheda n. 23, in Tracce d’Oriente. La tradizione liturgica greco-albanese e quella latina in Sicilia, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2007, p. 194. Cfr. pure A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 316; L. Sciortino, La digitalizzazione del patrimonio artistico comincia da Monreale: Discover Museum 2.0 Arte e Tecnologia al Museo Diocesano, in AboutArt online”  21 gennaio 2024.
[14] L. Sciortino, scheda n. 18, in Tracce d’Oriente…, 2007, p. 189. Cfr. pure A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 316.
[15] A. Trentacosti, Marineo…, 2001, p. 316.
[16] Ibidem.
[17] S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo da XVII secolo ad oggi, Palermo 1996, p. 85.