Triste fine della BIASA. L’inarrestabile decadenza di una storica istituzione

Redazione

Non siamo rimasti affatto sorpresi qualche giorno fa, quando un editore d’arte romano, non grande ma piuttosto noto e non solo nella capitale, ci ha espresso la sua meraviglia: era tornato, dopo qualche tempo, forse un paio d’anni o poco più, alla Biblioteca di Storia dell’Arte e di Archeologia di Palazzo Venezia, per una personale ricerca e si era stupito per il fatto di averla trovata praticamente vuota, solo tre o quattro persone, infatti, per lo più non giovanissime, erano impegnate nella lettura sui grandi banconi di legno che nel corso del tempo hanno accolto migliaia e migliaia di studiosi provenienti da tutte le parti d’Italia chini sulle “sudate carte”, a spendere “il tempo primo e la miglior parte” di essi, per parafrasare –malamente- Leopardi. Tra costoro, e lo ricordano gli impiegati più anziani, certamente anche l’attuale dirigente del Polo Museale, Edith Gabrielli, cui la Biasa (così comunemente è chiamata la Biblioteca di palazzo Venezia) dopo la riforma Franceschini del 2016, in effetti dipende, la quale, certamente per obblighi d’ufficio, se non vogliamo credere che possa valere quella sorta di richiamo affettivo che ci fa essere pervicacemente affezionati, anche da nonni, ai banchi del liceo che frequentammo, o della facoltà dove ci laureammo, come pure alla biblioteca dove studiammo (ed ancora studiamo) dovrebbe avere a cuore la condizione e soprattutto la conduzione di questo istituto prestigioso quanto ricco di cultura e storia.
Sembra proprio invece che le cose stiano diversamente e il nostro amico editore (ma non solo lui) lo ha sperimentato, in mezzo pomeriggio speso a cercare vanamente un testo. Si sa da qualche tempo ormai che la sede della Biblioteca verrà spostata da piazza Venezia a palazzo San Felice, in via della Dataria, si dice tra un paio d’anni, in attuazione del Piano Strategico ‘Grandi progetti’ (art. 7, comma I, D.L. 31/7/2014). Ma questo non giustifica le defaillances che si trovano di fronte quanti, per motivi di studio o di lavoro, sono costretti a doversi servire della Biblioteca. L’editore in questione ad esempio non ha potuto effettuare l’accesso ad internet con il proprio pc – qui, a piazza Venezia, nel cuore della Capitale d’Italia- perché, a quanto pare, la sola postazione dove questo è possibile (ma in modo tutt’altro che sicuro), si trova davanti alla finestra in fondo all’ultima sala di lettura, che però ovviamente viene presa d’assalto la mattina presto e fortunato chi riesce ad insediarsi; inoltre, la ricerca dei testi sugli schermi a disposizione è delegata a due soli computer interni dei sei che dovrebbero essere a disposizione, uno dei quali nella postazione dell’impiegata al centro della sala principale che, con tutta gentilezza, prova -a volte persino riuscendoci- a delucidare quanti sono alla ricerca di quanto loro occorre. Per questi motivi, non sapevamo che rispondere quando ci ha chiesto :”Ma perché io dovrei andare a palazzo Venezia se non riesco ad usare il pc e non posso fare ricerche ? la prossima volta andrò alla ….” Si trattava peraltro di un fruitore occasionale. Alle sue lamentele infatti si aggiungono quelle ormai ‘storiche’ di chi invece alla Biasa è di casa ! Come il fatto che il servizio di fotocopiature è stato cancellato da tempo per mancanza di fondi e gli studiosi che ne avessero bisogno debbono provvedere da soli, con cellulari e fotocamere, oppure che non possono essere più chiamati stagisti a supportare il lavoro degli impiegati, oppure ancora che i testi a presa diretta sono in numero limitato ed occorre fare richiesta ed aspettare circa venti minuti per avere gli altri non disponibili sui banconi. Che testi poi? Da tempo l’aggiornamento delle pubblicazioni o è fermo o è ridotto al lumicino, cioè alla benevolenza dei donatori, perché per la mancanza atavica di fondi, nuovi volumi e nuovi numeri di riviste specifiche latitano.
Non è chiaro come e perché la situazione si sia trascinata fino a questo punto, con la conseguenza che sia costantemente in calo il numero degli utenti, i quali si rivolgono sempre più ad altre realtà, la concorrenza –se si può dire- delle quali non stimola affatto ad una emulazione nell’offerta qualificata di servizi, ma paradossalmente al contrario, cioè ad una sempre più marcata quanto paradossale nonchalance; certo è davanti agli occhi di tutti come sia stata lasciata praticamente a se stessa la gestione di una istituzione che a ragione possiamo definire ‘storica’, considerato che i ‘provvedimenti’ attuati dalla direzione del Polo sono apparsi dei palliativi, a cominciare dalla ultima nomina a direttrice della Biasa della dott.sa Maria Lucrezia Vicini, già alla testa della Galleria Spada, insediatasi peraltro in Biasa dopo mesi e mesi di strana vacanza di sede, sicuramente una valorosa storica dell’arte ma probabilmente meno adatta ad un lavoro per il quale si richiedono specifiche competenze archivistiche. Raggiunta la pensione e divenuta ora ‘Direttore Emerito’ (carica onorifica che solitamente, possiamo dire, non si nega a nessuno) la dott.sa Vicini compare –in una comunicazione “a tutto il personale”, apparsa qualche giorno fa in bacheca a firma del Segretariato Generale del MiBACT- in un ‘Gruppo di lavoro’ di supporto al trasferimento di sede, sorto non si sa bene sulla base di quali criteri di scelta visto che compaiono alcuni nomi di funzionari e non altri, e probabilmente senza che la stessa dirigente del Polo Museale ne fosse informata.
Insomma, il lavoro che tocca ora alla nuova Direttrice, dott.sa Battaglini già alla sezione Manoscritti della Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio, appare davvero arduo. Mancanza di fondi, supporti informatici latitanti o inesistenti, costante diminuzione di fruitori, comparto libri obsoleto, manovre interne di difficile lettura: a lei spetta il rilancio di una istituzione in decadenza, cercando di raddrizzare una situazione che però sembra ormai sfuggita di mano, in attesa di ciò che sarà.

Redazione    Roma maggio 2018