Tra cosmo e pathos. La mostra dedicata all’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg nella Gemäldegalerie di Berlino (fino al 1° novembre 2020)

di Nica FIORI

Pannello 32 dell’Atlante, ricostruito a colori

Berlino, metropoli d’arte rinomata per la sua offerta museale e per i patrimoni Unesco che ospita, dedica quest’anno ben due mostre all’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, un atlante figurativo (Bilderatlas) composto da una serie di tavole realizzate assemblando un migliaio di immagini fotografiche di opere diverse, che vanno dall’antichità greca, romana e orientale al Rinascimento (argomento di studio da lui privilegiato), fino alle testimonianze della cultura del XX secolo.

L’atlante, dedicato alla Memoria (in greco Mnemosyne), inaugura il filone di studi dell’iconologia, evidenziando la persistenza di miti e riti ancestrali in età moderna, anche attraverso materiali e documenti che normalmente non rientrano nello studio della storia dell’arte, come ritagli di giornale, francobolli, etichette pubblicitarie.

Quest’anno per la prima volta il Bilderatlas è stato ricostruito interamente con le sue 63 tavole originali, provenienti dal Warburg Institute di Londra, nella mostra Aby Warburg: Bilderatlas Mnemosyne – Das Original, ospitata nella Haus der Kulturen der Welt (Casa delle culture del mondo) fino al 30 novembre 2020, mentre in contemporanea la Gemäldegalerie, la più importante galleria statale di pittura, propone, fino al 1° novembre 2020, la mostra Zwischen Kosmos und Pathos – Berliner Werke aus Aby Warburgs Bilderatlas Mnemosyne (Tra cosmo e pathos, opere berlinesi dall’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg), a cura di Neville Rowley e Jörg Völlnagel.

Allestimento

Quest’esposizione mette insieme una cinquantina di creazioni artistiche di differenti periodi storici, dei quali Warburg si è servito per la sua enciclopedica collezione di immagini, in una sorta di restituzione tridimensionale della raccolta fotografica. Le opere esposte, provenienti da 10 musei statali berlinesi (Staatliche Museen zu Berlin), entrano così in un dialogo suggestivo con quelle dell’opus magnum di Warburg. Del resto molti degli originali delle opere riprodotte nell’Atlante si trovano proprio a Berlino, oltre che al Louvre di Parigi e ai Musei Vaticani.

Raccolte in due sale della Gemäldegalerie, le opere selezionate seguono un percorso di rievocazione storica dell’Atlante, che illustra il complesso pensiero del suo autore.

Aby Warburg nel 1912

Aby Warburg (1866-1929), nato ad Amburgo da una ricca famiglia ebrea di banchieri, è considerato uno dei più importanti storici dell’arte e della cultura tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, grande indagatore di quello che c’è dietro i motivi classici della cultura europea post-rinascimentale. Egli era convinto che l’antichità rappresentasse non solo un modello schematico per gli artisti del Rinascimento, ma contenesse anche un significato archetipico ed emotivo che si cristallizzava in motivi chiave e temi centrali.

L’Atlante, rimasto incompiuto alla morte dell’autore, costituisce il suo ultimo lavoro, fornendo una panoramica dei suoi studi del decennio precedente, e allo stesso tempo cercando di indicare nuove direzioni nello studio delle immagini. Sono le immagini, in effetti, quei luoghi nei quali si condensano l’impressione e la memoria degli eventi. E queste immagini, in particolari circostanze, possono essere “riattivate e scaricate”, creando campi di energia e provocando nello spettatore un processo interpretativo.

Il Kosmos, citato nel titolo della mostra berlinese, allude al tema delle prime tavole dell’Atlante, che mettono insieme le testimonianze della tradizione magico-astrologica, nei diversi modi di raffigurazione del cosmo nelle culture classiche e orientali, passando dalle pratiche divinatorie, alle figure dell’armonia delle sfere celesti, alla rappresentazione della volta celeste.

Illustrazioni dal De Occulta Philosophia

I reperti più antichi in mostra sono due modelli fittili di fegato (per pratiche divinatorie) da Hattusha (la capitale degli Ittiti) del XIII secolo a.C. e una pisside ateniese a figure rosse, del 430 a.C. ca., sul cui coperchio sono raffigurati Helios, Selene ed Eos, ovvero tre divinità che con i loro carri indicano l’alternanza tra il giorno e la notte.

Sono invece cinquecenteschi alcuni disegni di Anton Woensam, tratti dal De occulta philosophia (1533) di Agrippa von Nettesheim, raffiguranti “Hand mit den Symbolen der sieben Planeten” (Mano con i simboli dei sette pianeti) e un corpo umano ideale (che ricorda l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci) inserito in un cerchio, e una volta in un pentagramma, dove sembra di cogliere forme e linguaggi della filosofia neoplatonica.

Il Pathos lo troviamo nelle tavole successive, che hanno come temi l’estasi e la malinconia, il sacrificio e il gesto del trionfo. Predominano i repertori di modelli ellenistici con formule di diverse gradazioni del pathos (Pathosformeln) impresse nella memoria collettiva. Si ricordano in particolare le formule di pathos dionisiaco: annientamento e furia, lutto e meditazione, con le figure di vittima, carnefice, Madre, Menade, Laocoonte.

Se prendiamo come esempio proprio il celebre gruppo ellenistico del Laocoonte del Vaticano, con i due serpenti mandati da Apollo per attaccare il sacerdote troiano e i suoi figli, sono particolarmente evidenti le espressioni di sofferenza dei protagonisti, così diverse dalla “nobile semplicità e serena grandezza” dell’arte greca tanto apprezzata da Winckelmann.

In quest’opera, non a caso avvicinata a un’immagine di danzatrice dionisiaca, Warburg evidenzia la polarità tra Apollo e Dioniso, postulata da Friedrich Nietzsche in “La nascita della tragedia”.

Part. del Pannello 6 con Menade danzante e Laocoonte

I serpenti di Apollo sono in realtà chiaramente dionisiaci. Nel pannello 41a dell’Atlante c’è, tra le altre, l’immagine di una maiolica di Faenza, raffigurante Laocoonte e i suoi figli (1550), del Kunstgewerbemuseum (Museo delle arti applicate), che è stata esposta, anche se ridotta in frammenti nel 1945: un simbolo della tragica storia di Berlino nel XX secolo, segnata dagli anni del nazismo che ridusse in ceneri la città. Lo stesso Warburg, in quanto ebreo, sarebbe stato probabilmente una vittima di quel regime, se non fosse morto prima.

In opere d’arte del primo Rinascimento riemerge l’espressione del pathos dionisiaco, reinventato nelle sue diverse sfumature, dalle madri straziate nella scena biblica della Strage degli Innocenti alle figure dolorose dei compianti funebri. Nel Compianto su Cristo morto di Vittore Carpaccio, un capolavoro della Gemäldegalerie del 1505, è evidenziato in modo calcolato il dramma: mentre il corpo di Cristo è steso orizzontalmente sul davanti, tre uomini stanno preparando la tomba e la Madonna, a destra di Cristo, giace a terra.

Vittore Carpaccio, Compianto sul Cristo morto
Albrecht Dürer, Melencolia I

Anche il paesaggio sembra adeguarsi alla tristezza dell’evento con sepolcri violati, ossa e resti umani, mentre un uomo nudo appoggiato a un albero (forse Giobbe) sembra il ritratto della malinconia per via del tipico gesto della mano sulla guancia.

Lo stesso gesto si ritrova nella celebre incisione di Albrecht Dürer Melencolia I (1514), un ritratto idealizzato del temperamento malinconico come prerequisito per il genio. Questa figura, spesso associata anche con l’erudizione, è un’immagine emblematica per Warburg e i suoi seguaci (la cosiddetta Scuola di Warburg). Del resto, come viene ricordato in mostra, in Warburg il senso del pathos e della malinconia era fortemente presente, tanto da avere avuto più volte periodi di depressione.

Sandro Botticelli, Venere
Domenico Ghirlandaio, Giuditta e la sua ancella

Warburg, che si definiva amburghese nel cuore, ma “fiorentino nello spirito”, dedicò molti dei suoi studi al Rinascimento ed è per questo che troviamo in mostra una Venere del fiorentino Botticelli (che deriva dalla Nascita di Venere degli Uffizi), la cui chioma sembra animata da una invisibile forza esterna, e due capolavori di Domenico Ghirlandaio. Di quest’ultimo ci colpisce in particolare Giuditta con la sua ancella (1489), un dipinto che suscitò l’interesse di Warburg per la sua implicita violenza, sottolineata dalle scene del bassorilievo sullo sfondo, come pure per la figura della serva, che deriva direttamente dalle antiche ninfe.

Gradiva (riproduzione in gesso)

Nel 1900 Warburg descrisse la forte emozione che provò guardando una giovane donna in un affresco fiorentino del Ghirlandaio. La fanciulla aveva un passo leggero, portava un canestro di frutta sulla testa e il vestito era agitato da una brezza irreale. Per lui era una reincarnazione della “ninfa” degli antichi sarcofagi riapparsa nel Rinascimento e poi ancora nei poster e nei francobolli del XX secolo.

In quegli stessi anni Sigmund Freud rimase affascinato dalla figura della Gradiva, una giovane di un bassorilievo dei Musei Vaticani così chiamata dal romanziere Wilhelm Jensen, e allora anche Warburg, proprio come uno psicanalista, cercò di scoprire i sintomi che testimoniano la vita inconscia delle immagini (sulla Gradiva cfr. https://www.aboutartonline.com/gradiva-la-grazia-virginale-di-in-un-bassorilievo-depoca-romana-tra-letteratura-e-psicanalisi/ ).

Anche il dipinto di Jacopo del Sellaio, Paesaggio con scene bibliche e delle leggende di Santi (1485 ca.), è stato scelto da Warburg perché la figura dell’Arcangelo Raffaele, che accompagna Tobia (che è in cerca di una cura per la cecità del padre), è anch’essa sorprendentemente simile a quelle delle ninfe.

Jacopo del Sellaio, Paesaggio con scene bibliche e di leggende di santi
Filippino Lippi, La musa Erato

 

Altre figure di donne che lo hanno attratto sono la Musa Erato (1500 ca.) di Filippino Lippi, che non poteva certo mancare in mostra, essendo una delle nove figlie di Mnemosine. Noto anche come Allegoria della Musica (si vedono strumenti musicali sulla sinistra), questo dipinto mostra una giovane donna che volge il proprio volto verso alcuni puttini e un cigno legato con un nastro.

 

Il ‘ritratto’ dell’uomo rinascimentale lo troviamo invece in un dipinto di Jan Van Eyck, Ritratto di un uomo (1438 ca.), dove è evidente l’esigenza di autorappresenatzione del committente con la sua aria distaccata da ricco borghese.

Jan Van Eyck, Ritratto di un uomo

A lungo identificato con il mercante lucchese Giovanni Arnolfini, potrebbe in realtà trattarsi di un autoritratto.

Per tutto il Rinascimento figure allegoriche, personificazioni e divinità pagane tratteggiano il contrastato processo di emancipazione intellettuale dell’uomo. Nell’arte di grandi maestri come Raffaello, Peruzzi, Michelangelo le divinità riacquistano il proprio aspetto olimpico e celeste, ma ben presto gli dei si avviano a scendere sulla terra, incarnandosi in diverse declinazioni del sentimento della Natura.

Tra le divinità in mostra, troviamo una medaglia bronzea di Francesco Laurana, raffigurante Minerva pacifica (1463), una medaglia di Niccolò Fiorentino con Venus Virgo (1486) e una statuetta bronzea di Ecate, proveniente da Padova (ca. 1500).

Un’incisione di Andrea Mantegna raffigura una Battaglia degli dei del mare (1480), mentre è di un anonimo fiammingo un Giudizio di Paride su carta (1496 ca.), soggetto raffigurato anche in un’incisione di Marcantonio Raimondi (1515-18).

 Warburg ha evidenziato come nella successiva età barocca i miti antichi, come il Ratto di Proserpina di Rembrandt (1631 ca.) esposto in mostra, e i rituali arcaici, come l’apoteosi, la divinazione, il compianto, mettono in scena un linguaggio gestuale patetico, soprattutto nell’Europa del Nord.  Sempre in ambito nordeuropeo persistono gli engrammi della memoria in pittori come Rubens (è in mostra la sua Fortuna, 1636-38) e altri, come pure in stampe, francobolli, ritagli di giornale, dove trovano spazio Madri e Ninfe, inconsapevolmente chiamate a prestare la loro figura al servizio del potere o della pubblicità. Tra le curiosità nordiche attira la nostra attenzione anche una cassetta nuziale norvegese con il tema della Battaglia per i pantaloni (1702 ?) e una pubblicità in tedesco del 1930 che invita a mangiare pesce.

Nica FIORI   20 settembre 2020