Successo a Santa Cecilia per Beatrice Rana e Alpesh Chauhan. Il pubblico omaggia la pianista pugliese

di Claudio LISTANTI

In questi ultimi giorni stanno riprendendo molte attività concertistiche che per lunghi mesi le misure anti-covid hanno purtroppo costretto al silenzio per l’impossibilità di ospitare il pubblico ‘in presenza’.

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è stata tra le prime a riaprire le porte dell’Auditorium Parco della Musica, sede dei suoi concerti, ed ospitare nuovamente il suo affezionatissimo pubblico che ha risposto alla grande alla possibilità di tornare ad ascoltare la Grande Musica dal vivo. Per la ripresa delle attività la prestigiosa istituzione musicale romana ha proposto una mini stagione di sei concerti, quasi tutti con due repliche, denominata in modo del tutto esplicativo I Concerti di Primavera contenente proposte musicali di grande interesse.

(Cfr https://www.aboutartonline.com/i-concerti-di-primavera-di-santa-cecilia-e-tre-concerti-sinfonici-al-teatro-dellopera/)

Fig. 1 La pianista Beatrice Rana in un momento del concerto © Musacchio & Ianniello

Del tutto accattivante per gli appassionati di musica è stato il primo di questa serie affidato ad una delle interpreti italiane più in vista di oggi, Beatrice Rana, e ad un giovane direttore che, per l’occasione, ha fatto il suo debutto nei concerti dell’Accademia: Alpesh Chauhan.

A completare la valenza di tutto il concerto che ha riscosso un notevole successo di pubblico è stato anche il programma presentato che comprendeva capolavori di due grandi musicisti: Johannes Brahms con il Concerto n. 1 in re minore per pianoforte e orchestra, op. 15 e la Sinfonia n. 6 in si minore, op. 54 di Dmitri Shostakovich.

La prova di Beatrice Rana era senza dubbio quella più attesa del concerto, non solo per la sua bravura ma anche per il saldo legame che esiste tra la pianista pugliese ed il pubblico romano che ha accolto con entusiasmo tutti i suoi concerti. L’esecuzione è stata del tutto convincente alla quale Beatrice Rana ha saputo dare i giusti impulsi ma anche per la buona prova fornita dal direttore Alpesh Chauhan il cui debutto nei concerti ceciliani è stato chiaramente positivo

Fig. 2 La pianista Beatrice Rana e il direttore Alpesh Chauhan in un momento del concerto © Musacchio & Ianniello

Per comprendere più efficacemente il valore dell’esecuzione di questo concerto brahmsiano occorre conoscere la storia di questa composizione che ha avuto una gestazione piuttosto travagliata.

Il primo abbozzo del lavoro risale agli anni 1852-53 ed era destinato ad essere la base di una sinfonia, genere al quale Brahms aspirava incoraggiato anche dalla sua ‘guida’ artistica Robert Schumann. Molto probabilmente il musicista amburghese ancora non era pronto per una impresa di questo tipo, come dimostra anche il fatto che la sua prima esperienza prettamente sinfonica avverrà anni dopo, a partire dal 1862 per concludersi nel 1877. Infatti già nel 1854 il progetto si trasformò in una Sonata per due pianoforti, genere di composizione alla quale potevano giovare maggiormente le sue doti di pianista eccelso. Nell’estate di quello stesso anno Brahms orchestrò il lavoro con l’idea di farne il primo tempo di Sinfonia. Un ritorno a questo genere quindi, comprovato dal fatto che ne informò il suo speciale amico violinista Joseph Joachim:

“Ritengo che lascerò da parte la mia Sonata in re minore. Ho suonato spesso i primi movimenti con la signora Schumann, e sono sempre più convinto che nemmeno due pianoforti siano sufficienti”.
Fig. 3 Il compositore Johannes Brahms

Con il procedere dell’anno 1854 Brahms entrò nell’ordine d’idee che questa sua musica si potesse orientare verso il genere Concerto per pianoforte e orchestra. Da quel momento il processo compositivo fu completamente diretto verso questo genere musicale ma non mancarono diversi ripensamenti e riscritture: il primo movimento, infatti, fu rielaborato ancora nel 1856-57.

Per il tempo centrale immaginò in primis una sorta di Lento Funebre per una mesta sarabanda sostituita però dallo splendido Adagio che conosciamo oggi nella versione definitiva. Travagliato anche il tempo finale, integralmente riscritto nel 1857. Nel 1858 si giunse ad una versione definitiva e nel marzo 1858 si arrivò anche ad una prova quasi segreta del Concerto con Brahms al pianoforte e solamente pochi amici presenti tra i quali spicca la presenza di Joachim, divenuto consigliere ufficiale di Brahms dopo la morte di Schumann. Ma Brahms non fu del tutto convinto della sua creatura elemento che portò la composizione ad una nuova fase di stallo con conseguenti altri, ulteriori, cambiamenti.

Fig. 4 Joseph Joachim a poco più di venti anni in un pastello di Adolph von Menzel del 1853

La prima esecuzione del Concerto ebbe luogo ad Hannover il 22 gennaio 1859 con lo stesso Brahms solista al piano e Joseph Joachim direttore d’orchestra ma ricevendo dal pubblico un’accoglienza piuttosto tiepida.

Alcuni giorni dopo, il 27 gennaio, il concerto fu presentato a Lipsia presso il Gewandhaus con la direzione di direttore Julius Rietz e sempre Brahms al pianoforte. Fu un fiasco. Il fatto non sconvolse più tanto il musicista come dimostrano le parole che il giorno dopo Brahms scrisse a Joachim: “Penso, comunque, che questo risultato sia il meglio che potesse capitarmi: mi induce a lottare, mi dà coraggio. Dopo tutto sono ancora in una fase di sperimentazione e sto orientandomi a tentoni. Però, a ben pensarci… i fischi erano davvero troppi”.

Fig. 5 La pianista Beatrice Rana in un momento del concerto © Musacchio & Ianniello

Dopo una successiva esecuzione ad Amburgo il 24 marzo, nuovamente diretta da Joachim, il Concerto ebbe un ‘successo di stima’ che spinse l’autore a ritirarlo per apporvi miglioramenti prima della pubblicazione, che avvenne nel 1861 e, parallelamente, nel settembre di quell’anno, ad Amburgo fu eseguito con Clara Schumann al pianoforte e sotto la bacchetta di Brahms. Gli stessi interpreti lo riproposero gli anni successivi e nel 1874, finalmente, trionfò di fronte al pubblico di Lipsia. Ma il Concerto non entrò mai stabilmente in repertorio fino alla fine dell’800 nonostante, in quel periodo, si cimentarono nella parte solista, oltre al compositore e Clara, pianisti del calibro di Hans von Bülow e Alfredo Jaëll.

La consacrazione del Concerto n. 1 in re minore avvenne praticamente nel ‘900 trainato, a fine ‘800, dal successo trionfale dl Concerto n. 2 in si bemolle maggiore e con l’inizio del nuovo secolo entrò in modo definitivo in repertorio.

Per chiudere il discorso sul Concerto n. 1 di Brahms si può senz’altro dire che le varie traversie di composizione e le difficoltà incontrate dal musicista nel renderlo ‘organico’ sono da attribuire alla ricerca di una novità ‘espressiva’ che in definitiva l’autore riuscì a concretizzare, novità che contribuirono anche ritardare il pieno apprezzamento da parte del pubblico come accade sovente nel campo dell’Arte in generale e della Musica in particolare.

Fig. 6 La pianista Beatrice Rana in un momento del concerto © Musacchio & Ianniello

L’esecuzione ascoltata a Santa Cecilia, grazie a Beatrice Rana e Alpesh Chauhan, ha avuto l’indubbio pregio di essere rivolta a esaltare quel rapporto pianoforte-orchestra che Brahms volle caratterizzare non come contrasto tra questi due elementi ma, piuttosto, come entità omogenea all’interno della quale emerge un serrato dialogo caratterizzato da un estremo equilibrio tra le due entità.

Peculiarità che sono emerse durante tutta l’esecuzione a partire dal monumentale primo tempo, quel Maestoso di grande fascino ed attrazione che precede il sublime Adagio centrale una sorta di corale che evoca sonorità celestiali di carattere felicemente religioso. Due momenti di grande intensità che sfociano nello strepitoso finale, l’Allegro non troppo, un rondò che sublima l’interconnessione tra orchestra e pianoforte, un momento musicale esaltato dalla tecnica pianistica di Beatrice Rana che ha nobilitato quella strepitosa cantabilità del concerto alla quale Chauhan, grazie anche all’Orchestra di Santa Cecilia ha saputo rispondere imponendo un dialogo serrato ed avvincente che ha nobilitato quello spirito romantico che pervade tutta la partitura.

Fig. 7 La pianista Beatrice Rana e il direttore Alpesh Chauhan dopo l’esecuzione del concerto di Brahms © Musacchio & Ianniello

Al termine del concerto (ci riferiamo alla recita del 14 maggio) Beatrice Rana è stata osannata dal pubblico, purtroppo sparuto visti i (solo) 500 spettatori che per disposizioni istituzionali sono stati ammessi al concerto pur avendo a disposizione una sala di enormi dimensioni. Un lusinghiero successo personale che rafforza quel rapporto di stima assoluta che il pubblico romano ha sempre dimostrato verso questa pianista vero vanto della nostra cultura e della nostra plurisecolare tradizione musicale.

Fig. 8 Il compositore Dmitri Shostakovich

La seconda metà del concerto era dedicata a Dmitri Shostakovich ed alla sua Sinfonia n. 6 in si minore, op. 54. Tra le sinfonie del musicista russo è una delle meno conosciute fatto questo che rende la prestazione del direttore d’orchestra, soprattutto per un debuttante a Santa Cecilia come Alpesh Chauhan, un banco di prova fondamentale che il direttore, ci sembra, abbia superato agevolmente.

Scritta ed eseguiti per la prima volta a Leningrado nel 1939, dimostra di essere in controtendenza con la struttura sinfonica caratteristica di Shostakovich. È evidente, infatti, una certa discontinuità con le altre sinfonie soprattutto per la sua struttura tripartita e per le dimensioni piuttosto contenute nell’insieme.

Fig. 9 L’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in un momento del concerto © Musacchio & Ianniello

A proposito di ciò Giancarlo Moretti, autore del saggio contenuto nel programma di sala avanza l’ipotesi, per certi versi condivisibile, che Shostakovich fu influenzato dalla situazione socio-politica di quel 1939. Era l’epoca del famigerato patto Ribbentrop-Molotov corrispondente all’inizio del conflitto mondiale con l’invasione della Polonia orientale da parte delle truppe sovietiche e delle cosiddette purghe di Stalin. Il musicista fu colto dall’inquietudine interiore per cui volle dare, con la musica, un’immagine drammatica e disarmonica. Tutto ciò si è materializzato con la struttura in tre movimenti (Largo – Allegro – Presto) che portò i critici a definirla Sinfonia “senza testa”, una sorta di ‘specchio’ del momento.

Ma ascoltando con attenzione sono ben presenti tutte le peculiarità dell’arte sinfonica di Shostakovich a partire dalla imponente orchestrazione, dallo spiccato senso del ritmo e dal sapiente carattere timbrico. Nel complesso la sinfonia appare un po’ sbilanciata verso il primo movimento, un Largo di straordinaria cantabilità e di cospicua quantità ma che ha il compito di immergere l’ascoltatore in quel ‘dramma’ che caratterizzava il momento storico. Una estrema mestizia che è mitigata dai due movimenti successivi, il brillante Allegro successivo che vuole farci dimenticare il sostrato del primo movimento e, soprattutto, il Presto finale caratterizzato da una trascinante orgia di suoni. In questi ultimi due movimenti sono ben presenti le poetiche musicali di altri grandi del ‘900 come Gershwin, Prokovief fino a raggiungere Stravinskij, elementi questi che possono considerarsi i caratteri di spicco che le consentono di essere collocata tra le più significative opere musicali dello scorso secolo.

Fig. 10 Il direttore Alpesh Chauhan durante l’esecuzione della Sesta di Shostakovich © Musacchio & Ianniello

Il pubblico ha applaudito a lungo il direttore Alpesh Chauhan dimostrando così di apprezzare la sua prova che è risultata sicuramente intensa e accattivante anche grazie alla professionalità di tutta l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ancora una volta ha dimostrato di essere formazione orchestrale tra le più apprezzate a livello europeo.

Claudio LISTANTI  Roma 16 maggio 2021