“Sfingi, leoni e mani d’argento”. Una mostra sugli splendori di Vulci nel Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz a Viterbo

di Nica FIORI

L’antica città di Vulci, la cui area archeologica si trova a una decina di chilometri da Canino (VT), era una delle più importanti tra le dodici lucumonie etrusche.

Fiorente soprattutto tra l’VIII secolo e la fine del V a.C., controllò a lungo quel territorio che dalla costa tirrenica arriva alle pendici del monte Amiata e dai monti dell’Uccellina al torrente Arrone. Ad accreditare il prestigio di cui godeva nell’antichità contribuiscono le numerosissime tombe delle vaste necropoli dei dintorni (Osteria, Ponte Rotto, Cavalupo, Cuccumella ecc.), che hanno arricchito i musei di tutto il mondo, tanto che nel 1883 George Dennis nel suo libro The Cities and Cemeteries of Etruria paragonava la città, sia pure sotto certi aspetti, a Ercolano e Pompei.

1 Vasellame in mostra

Dopo il successo ottenuto presso il Museo Archeologico di Francoforte sul Meno in Germania, è stata allestita a Viterbo negli spazi espositivi del Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz la mostra SFINGI, LEONI E MANI D’ARGENTO. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci, che sarà visitabile fino al 15 giugno 2023. Promossa e organizzata dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, in collaborazione con la Fondazione Vulci e con la Direzione Regionale Musei Lazio, la mostra è a cura di Simona Carosi, Carlo Casi e Sara De Angelis, direttrice del museo ospitante.

2 Alcuni reperti in nenfro grigio
3 Monili in mostra

Ciò che colpisce la nostra attenzione, oltre ad alcune sculture di felini in nenfro grigio, sono le fibule di ambra, argento e bronzo, gli scarabei di chiara derivazione egiziana, una preziosa coppia di mani d’argento, e poi vasi attici, di committenza etrusca ma di fattura greca: tutti oggetti provenienti dalle tombe scavate di recente, che offrono uno spaccato fortemente rappresentativo di quanto emerso negli ultimi anni di ricerche.

Merito della mostra è proprio quello di evidenziare come le campagne di scavo, condotte nel territorio di Vulci negli ultimi anni dagli archeologi della Soprintendenza e da diverse università (tra cui quelle di Chieti e Pescara, Magonza e Friburgo), hanno permesso di rileggere e integrare in modo sostanziale quanto era emerso dalle ricerche, dalle indagini archeologiche e dai ritrovamenti fortuiti già a partire dalla fine del Settecento. Ricordiamo che l’interesse verso questo territorio della Tuscia aveva coinvolto personalità e istituzioni locali e internazionali, quali la famiglia Campanari, di Tuscania, e Luciano Bonaparte, principe di Canino, che nel 1828 aveva dato inizio a una serie di scavi regolari nelle sue terre, dopo i saccheggi sconsiderati degli anni precedenti. Furono operazioni che, sia pure fatte in maniera non scientifica, portarono al rinvenimento di un consistente patrimonio archeologico. Si racconta tra l’altro che la moglie, quando partecipava ai ricevimenti, amava indossare i monili etruschi rinvenuti proprio in quegli scavi.

Tra i ritrovamenti di Luciano Bonaparte vi era anche la celebre “Tomba d’Iside” (cosiddetta dal rinvenimento di “una statuetta femminile, alta circa due piedi e mezzo che sembra essere Iside…”), scoperta nel 1839 nella necropoli della Polledrara e i cui reperti, attualmente esposti al British Museum di Londra, costituiscono uno dei corredi chiave per la fase finale dell’Orientalizzante Recente (630/20-580 a.C.), mentre la struttura tombale risulta oggi dispersa.

Si deve invece ad Alessandro François la scoperta nel 1857 dell’ipogeo dei Saties (la famosa “Tomba François”), i cui straordinari dipinti del IV secolo a.C. sono stati staccati nel 1863 dal supporto originario e fanno ora parte della collezione Torlonia, nella Villa Albani a Roma. Si tratta di una tomba particolarmente importante sia dal punto di vista artistico sia storico, perché gli affreschi rappresentano, tra le altre cose, la saga dei fratelli Vipinas (Aulo e Celio Vibenna) e del loro alleato Macstarna, che sarebbe diventato re di Roma con il nome di Servio Tullio.

I dati emersi dagli scavi condotti scientificamente negli ultimi decenni testimoniano la straordinaria raffinatezza delle produzioni vulcenti, rispondente alle esigenze di un’aristocrazia locale in cerca di autocelebrazione, e i contatti commerciali e culturali con il Mediterraneo.

Ogni pezzo in mostra è inserito all’interno di un contesto specifico, ovvero della tomba di appartenenza. Pannelli didattici in italiano e tedesco ci informano sui manufatti e sui ritrovamenti.

4 Le mani d’argento dalla tomba omonima di Vulci

Scopriamo, per esempio, che le preziose mani d’argento, che conservano un’aura di mistero in quanto legate al rapporto degli Etruschi con l’aldilà, appartengono a una tomba principesca databile al terzo quarto del VII secolo a.C., ritrovata nel 2013 nella necropoli dell’Osteria (Area C, tomba 1 o “delle Mani d’argento”). Il complesso tombale è costituito da un lungo dromos di accesso di circa 10 metri, che immette in un atrio a cielo aperto a pianta rettangolare, sul quale si aprono tre camere funerarie coperte. Anche se violate nel passato, queste camere hanno restituito numerosi reperti sia di fattura locale, sia d’importazione greca e del vicino Oriente. Le mani, ritrovate nella camera A, appaiono lavorate a sbalzo e con una lamina d’oro su tre unghie.

Facevano parte di una statua realizzata in materiali diversi, secondo una tecnica di origine greca (celebre era la statua crisoelefantina di Zeus a Olimpia, in oro e avorio). Queste statue polimateriche, costituite da parti in bronzo, in argento e in avorio, che rivestivano presumibilmente supporti lignei, accompagnavano nel rituale funerario gli esponenti d’alto rango della società vulcente “con l’intento di compensare simbolicamente la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale”, come si legge nel pannello.

Le mani di Vulci trovano un confronto con altri esempi in bronzo, come la coppia di mani vulcenti dei Musei Vaticani o quella isolata da Pescia Romana, in Maremma, e con i resti di altre in avorio. Pure legati alla statua del defunto dovevano essere un collo d’avorio e numerosi oggetti d’ornamento di una veste funebre cerimoniale, tra cui collane di ambra, osso, oro e argento e migliaia di coppelle di bronzo dorato. Una serie di coppelle dorate compongono un motivo ornamentale a svastica esposto in mostra.

5 Reperti della Tomba delle mani d’argento

Appartenente alla Tomba delle mani d’argento è anche una testiera di cavallo con finimenti in bronzo laminato, il cui effetto su una testa equina molto naturalistica è di grande impatto.

6 Testiera di cavallo e morso in bronzo

Se il cavallo doveva essere un animale ampiamente conosciuto dagli Etruschi e utilizzato per i carri da guerra e da parata, l’amore per le raffigurazioni artistiche con leoni, pantere, sfingi, centauri, chimere e altre creature ibride è dovuto al rapporto con il mondo greco e orientale. Dalla fine del VII secolo a.C. si diffonde a Vulci l’uso di decorare i prospetti esterni delle tombe gentilizie con statue in nenfro grigio, raffiguranti animali veri o fantastici di derivazione orientale. Le statue avevano lo scopo di evocare l’aldilà, che nell’immaginario etrusco di epoca orientalizzante e arcaica (VII-VI secolo a.C.) era concepito come un luogo pieno di pericoli e popolato da belve, che il defunto doveva necessariamente attraversare per raggiungere la sua dimensione ultraterrena.

7 Leone ruggente

Le sculture avevano anche il compito di sottolineare con il loro aspetto monumentale il rango dei titolari delle tombe. Tra quelle più significative spicca quella, di bottega vulcente, di un leone ruggente accosciato; il muso è caratterizzato dalle fauci spalancate e da grandi occhi con contorni rilevati; le zampe presentano profonde solcature verticali. La statua, databile al VI secolo a.C., è stata rinvenuta nel 1990 in giacitura secondaria nel settore centrale della necropoli dell’Osteria.

Dalla stessa necropoli proviene una sfinge alata con la testa rivolta verso destra, mentre proviene dalla più periferica necropoli di Mezzagnone una scultura rinvenuta nel 2009, raffigurante due pantere in schema araldico. Tra gli altri esempi in mostra vi è anche una testa di sfinge con lunghe trecce, proveniente da un sequestro giudiziario.

8 Sfinge
9 Testa di sfinge

Una tomba che ci colpisce per la presenza di oggetti esotici è quella “dello Scarabeo dorato”, il cui nome è dovuto a un prezioso scarabeo, che ci appare come la dimostrazione di intensi traffici commerciali con il mondo orientale. Lo scarabeo è uno dei simboli più comuni nel mondo egizio, che ricorda l’aspetto del sole al mattino, detto Khepri, dal verbo kheper (rinascere): è quindi essenzialmente un simbolo di resurrezione e non poteva mancare sulle mummie, posto in corrispondenza del cuore. Gli scarabei e gli altri amuleti che troviamo nei contesti etruschi sono, in realtà, mediati dal mondo greco o fenicio e quindi hanno perso il loro significato originario.

Scoperta nella necropoli di Poggio Mengarelli nel gennaio 2016, a seguito di un tentativo di scavo clandestino, questa ricca sepoltura, a incinerazione, era quella di una donna di rango elevato ed è databile tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C. Il suo corredo era composto da due scarabei egizi in faïence azzurra e steatite con montatura in oro e argento dorato, una fibula d’oro e altre in bronzo, una torques (collare) e numerose collane con vaghi in ambra, pasta vitrea, pendagli in argento e distanziatori in oro, oltre a numerosi altri oggetti, tra cui vasellame, un ago e una fuseruola, un piccolo coltellino in osso e strumenti di metallo legati al consumo della carne.

10 Vetrina della Tomba dello scarabeo dorato

Dalla necropoli di Poggio Mengarelli proviene anche una selezione dei reperti della Tomba 18, un ricco complesso con cinque camere funerarie, in parte precedentemente violate prima degli ultimi scavi. Tra gli oggetti in mostra notiamo, in particolare, uno specchio inciso con la raffigurazione dei Dioscuri e una coppa emisferica in faïence di produzione alessandrina, decorata con festoni e bucrani. Si tratta di un rinvenimento eccezionale in Etruria, perché coppe di questo tipo conobbero una diffusione tra la fine del IV e il III secolo a. C. nei centri ellenistici del Mediterraneo orientale, con poche presenze nella nostra penisola, circoscritte a Taranto, Canosa e Ancona.

11 Reperti della tomba 18 di Poggio Mengarelli

Uno dei ritrovamenti più recenti risale all’estate 2020, quando nella stessa necropoli di Poggio Mengarelli è stata messa in luce la tomba 113, del tipo “a fossa profonda”.

12 Vetrina con coppa di produzione alessandrina e manufatti metallici
13 Urna biconica dell’VIII sec. a.C.

Pur alterata dallo scavo di successive tombe di età ellenistica, che hanno comportato un parziale crollo e lo sconvolgimento del suo corredo originario, è stato possibile recuperare alcuni oggetti della fine dell’VIII secolo a.C., e in particolare una stretta e alta urna biconica chiusa in sommità da un coperchio con terminazione a palla. Facevano parte del corredo anche una serie di vasi a impasto, tra cui un’olla, ciotole, un kantharos, una phiale e perfino una lama in ferro con tracce dell’immanicatura in legno.

Nica FIORI  Roma 26 Febbraio 2023

 

Sfingi, leoni e mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci”

Museo nazionale etrusco di Rocca Albornoz. Piazza della Rocca, 21, Viterbo

25 febbraio-15 giugno 2023

Orario: dal martedì alla domenica dalle ore 8,30 alle ore 19,30 (ultimo ingresso ore 18,30)