Ruth Wolf-Rehfeldt e la sua arte dattiloscritta ai tempi della DDR.

di Giulia CARUSO

Nel febbraio del 1932 nasceva Ruth Wolf-Rehfeldt, artista tedesca di 89 anni ormai, dedita alla poesia concreta e alla mail art.

Voglio raccontare la sua storia, di donna e di artista che ha vissuto e lavorato nella Repubblica Democratica tedesca, sotto un regime illiberale filo sovietico. Come diceva Adorno, dopo Auschwitz la poesia non è più possibile, e non è un caso che tanti artisti tedeschi che hanno vissuto la guerra e i suoi orrori, anche se bambini, abbiano poi avuto difficoltà a raccontare quel trauma che ha segnato la loro vita personale e la vita collettiva del popolo tedesco e dell’umanità tutta. Forse è anche per questo che Ruth Wolf-Rehfeldt ha usato la scrittura come mezzo espressivo della propria ricerca artistica, perché è il mezzo di conoscenza e di consapevolezza storica più efficace. È attraverso il linguaggio e i suoi simboli che Ruth ha cercato e trovato se stessa, ha tracciato la sua storia, inevitabilmente segnata dal contesto politico in cui ha vissuto, una storia rimasta nell’ombra per troppo tempo e che è giusto tornare a raccontare.

Ruth Wolf-Rehfeldt

Ruth Wolf-Rehfeldt vive attualmente a Berlino, dove si trasferì nel 1950 e dove incontrò nel 1954 l’uomo con il quale ha condiviso la propria vita artistica e personale, il marito Robert Rehfeldt (Stargard, 1931, –Berlino, 1993) e dal quale ha avuto un figlio, René, artista anche lui.

Robert Rehfeldt portò avanti la sua carriera artistica mentre lavorava come grafico freelance: fu uno degli artisti alternativi della parte est della città a diventare membro dell’Associazione degli Artisti della Repubblica Democratica tedesca (DDR – Deutsche Demokratische Republik) nel 1963. Dalla fine degli anni Sessanta si è avvicinato alla mail art, creando un network internazionale insieme alla moglie Ruth e diventando un pioniere del movimento nella Germania dell’Est e nell’Europa centro orientale.

È proprio lui infatti che ha coinvolto Ruth nella produzione e circolazione di arte postale, una delle poche donne all’interno del circuito. Nel 1978 anche Ruth divenne membro dell’Associazione degli Artisti della Germania dell’Est e ciò le consentì finalmente di stampare nei negozi fino a un massimo di 50 copie per ogni sua opera/motivo grafico, in accordo con le leggi vigenti all’epoca. Prima di quella data infatti, era suo marito Robert che portava a stampare o meglio fotocopiare[1], oltre alle proprie opere personali, anche i motivi realizzati da Ruth con la sua fedele macchina da scrivere Erika, da qui Typewritings, per poterli poi immettere nel circuito internazionale di mail art.

Questa nuova forma d’arte e di comunicazione ha significato tanto per i coniugi Rehfeldt, l’arte postale è stata lo strumento attraverso cui viaggiare restando però fisicamente a Berlino, fare nuove conoscenze e sovvertire in qualche modo il sistema entro cui la DDR li confinava, attraverso un gesto apparentemente innocuo eppure così potente per l’epoca come spedire una lettera o una cartolina.

I primi lavori datati di Ruth Wolf-Rehfeldt risalgono al 1972[2] e ha proseguito la sua attività fino al 1989, anno della caduta del muro di Berlino, simbolo di oppressione politica e mancate libertà. La riunificazione della Germania non fu semplice ma fu l’inizio di un cambiamento per il popolo tedesco e per l’Europa, e Ruth lo capì subito. Parlando con il suo amico e collega Lutz Wohlrab nell’agosto 2015, spiegò:

Dopo la riunificazione non volevo più fare arte postale. Penso che la mail art abbia finito il suo corso ormai anche a causa della massiccia diffusione delle nuove tecnologie che pian piano si è imposta. […] Non mi sentivo più importante, non più, perché all’improvviso avevamo tutta questa libertà.[3]

Dalle sue parole si comprende che la sua opera si è sviluppata anche e soprattutto nella volontà di superare i limiti ideologici e la censura della Germania dell’Est. Dopo la caduta del Muro e la conseguente unificazione, ha deciso di mettere un punto alla propria attività, essendo venuta meno la base teorica su cui fondava il proprio operato artistico: la DDR scomparve nel giro di un anno a favore dell’integrazione con la parte ovest e filo americana del Paese.

Dagli inizi degli anni Novanta, Ruth si è quindi “disconnessa” dal proprio contesto artistico di riferimento, dal circuito di mail art, per ritirarsi nell’intimità della sua casa di Pankow[4], fino a quando la gallerista Jennifer Chert, fondatrice della galleria berlinese ChertLüdde, non ha reso fruibile al pubblico il suo immenso corpus di opere, restituendole quell’identità che il mondo dell’arte aveva abbandonato all’oblio.

La collaborazione tra Ruth e la galleria tedesca inizia ufficialmente nel 2015, quando Ruth viene presentata negli spazi della galleria con una personale dal titolo Signs Fiction, in cui sono state presentate le sue opere dattiloscritte insieme al progetto The Mail Art Archive of Ruth Wolf-Rehfeldt and Robert Rehfeldt, nella volontà di creare un archivio di tutta la posta che i coniugi Rehfeldt hanno ricevuto in vent’anni di attività artistica. La poetica dell’artista si può riassumere proprio nel titolo di questa prima mostra, Signs Fiction, in quanto segni e concetti esistenti formano gli elementi di partenza dei segni fittizi composti da Ruth e che trovano senso proprio nel loro reciproco accostamento[5].

È chiaramente impossibile non inquadrare le sue opere in un contesto socio-politico, specialmente in seguito alla sua decisione consapevole di fermarsi dopo la caduta del Muro di Berlino, eppure in un’intervista Ruth rivela di non aver mai considerato se stessa come un’artista della scena underground berlinese, nonostante le restrizioni che viveva quotidianamente a causa del regime:

Forse mi sentivo più come un’artista che preferisce restare sullo sfondo, probabilmente perché così potevo dedicarmi alla mia attività senza essere infastidita. Raramente venivo notata, ma almeno non venivo messa al bando né dovevo affrontare alcun tipo di persecuzione[6].

Non si è mai dichiarata infatti un’attivista politica né una femminista, si inserisce invece tra quelle donne cresciute nei territori dell’Europa centro-orientale che hanno saputo dar forma alla propria identità personale e artistica, nonostante il clima politico e intellettuale inospitale, con cautela e riservatezza.

È proprio a partire da uno stereotipo di genere, il dattilografare era infatti un’attività tipicamente femminile, che è riuscita a modellare i suoi Typewritings unici e le edizioni. Sol LeWitt diceva che le parole possono produrre arte senza diventare letteratura[7]: usando la macchina da scrivere, strumento democratico per eccellenza, Ruth Wolf-Rehfeldt è riuscita a realizzare opere d’arte che articolassero la sua storia, a dare corpo e materia alle lettere in quanto segni fittizi della sua poetica e della sua vita.

Con la sua arte ha liberato le lettere dalle parole, una ricerca sempre in bilico tra autorialità e anonimato, espressa attraverso una vasta produzione: gli original Typewritings, i lavori originali battuti a machina, riprodotti spesso utilizzando una copia carbone nella volontà di creare più esemplari oltre alla matrice originale; le zincografie, litografie zincate in formato A4, A5 e formato cartolina, per poterle spedire nel circuito di mail art; i collages, che ha iniziato a creare a partire dagli anni Ottanta insieme a serigrafie, xilografie e fotocopie di motivi già esistenti; le riproduzioni di alcuni suoi lavori spediti ad altri artisti i quali, sotto sua specifica richiesta, hanno “alterato” l’opera per rispedirla al mittente modificata. In ultimo Ruth si è dedicata anche alla produzione di timbri con cui decorava lettere e cartoline.

Nel corso di venti anni di attività e ricerca artistica chiaramente anche il suo stile è cambiato, si è evoluto, da esempi eccezionali di poesia concreta a modelli di ricerca verbo-visuale in cui la parola diventa materia, segno, per approdare anche a forme di astrazione e ai collage.

Ho avuto la grande opportunità di lavorare nell’archivio che porta il suo nome gestito dalla galleria ChertLüdde e di vedere da vicino alcuni suoi Typewritings, che vanno sì letti alla luce del contesto politico in cui Ruth operava, ma in diverse opere sono chiaramente visibili invece la matrice giocosa, l’humor molto sottile, e la sofisticata ricerca di un ordine visivo tipici dell’artista.

Il ritmo infatti, inteso come ripetizione della singola lettera o del segno d’interpunzione, è una sua cifra stilistica peculiare, come ad esempio nell’opera To/From (fig. 1) del 1974

in cui l’artista ripropone su carta la forma di una busta da lettera, la faccia anteriore realizzata attraverso la parola “FROM” e la faccia posteriore con la parola “TO”, interamente a ricoprire la superficie lasciando bianchi solamente gli spazi per l’affrancatura e per il destinatario.

Fig. 1 Ruth Wolf-Rehfeldt, To/From, 1974, (Courtesy: ChertLüdde, Berlin).
Fig. 2 Ruth Wolf-Rehfeldt, Cages on the Run, metà anni Ottanta circa, (Courtesy: ChertLüdde, Berlin).

La riconnessione alla realtà avviene poi attraverso procedimenti di ordine concettuale, le parole “to” e “from” ripetute seguendo uno schema preciso diventano l’immagine di una busta da lettera che la mente umana conosce e sa decodificare.

Cages on the Run (fig. 2) è invece un’opera degli anni Ottanta in cui l’apostrofo, il segno “+” e la lettera “O” sono ripetuti e organizzati in modo da formare un cerchio e una griglia di quadrati sovrapposti che nel complesso assumono l’aspetto di una figura geometrica che corre.

Si possono facilmente attribuire a quest’opera significati sociali e politici: la figura rimanda al movimento, seppur rigido e geometrico, tenta infatti di scappare da qualcosa da cui in realtà non può sfuggire, è in gabbia. Il tema delle gabbie, sempre metafora di oppressione, era già presente però in una serie di metà anni Settanta, Cages and Cases (fig. 3 e 4), in cui le lettere minuscole “i” ed “a” compongono le facce di un cubo rappresentato in assonometria, a cui sembra mancare la faccia superiore, quasi a voler guardare cosa contiene.

Fig. 3 Ruth Wolf-Rehfeldt, Untitled (dalla serie Cages and Cases), metà anni Settanta, (Courtesy: ChertLüdde, Berlin).
Fig. 4 Ruth Wolf-Rehfeldt, Untitled (dalla serie Cages and Cases), metà anni Settanta, (Courtesy: ChertLüdde, Berlin).

Si concentra qui sulla struttura dell’immagine: la sovrapposizione delle lettere e anche l’uso del colore rosso della macchina da scrivere conferiscono in alcuni tratti più spessore, evidenziando la netta distinzione tra una faccia e un’altra e facendo emergere la terza dimensione.

Dall’analisi di queste poche opere emerge che è proprio il rapporto che lega corpo e macchina, la mano di Ruth alla sua macchina da scrivere Erika, che rende infine esplicita la materializzazione del suo linguaggio personale nei suoi Typewritings:

“Type your own art” (batti a macchina la tua arte) è il mio invito speciale per tutte le persone che vogliono esprimere se stesse artisticamente, con l’obiettivo di vivere e alterare la realtà in modo più consapevole[8].

In queste sue parole si legge quanto la poesia concreta e il linguaggio siano stati importanti per Ruth, nella ricerca di un suo posto nel mondo dell’arte prettamente maschile in cui i paradigmi modernisti erano difficili da superare. Si legge evasione, fuga da un isolamento imposto dal regime filo sovietico, ricerca di libertà artistica e identitaria, ma soprattutto consapevolezza del rapporto esistente tra memoria personale e contesto storico-politico in cui operava, memoria come forza attiva nei suoi lavori.

Giulia CARUSO   Roma 7 marzo 2021

NOTE

[1] I coniugi Rehfeldt sono stati subito attratti dal nuovo “medium caldo”, per citare il grande teorico dell’informazione Marshall McLuhan, che si è diffuso subito su larga scala a partire dalla metà degli anni Sessanta, ossia la fotocopiatrice.
[2] Cfr. Jennifer Chert, Catalogue Signs Fiction, Chert & Motto Books, Berlin, 2016, p. 10
[3] Cit. Ruth Wolf-Rehfeldt, da Catalogue Signs Fiction, Chert & Motto Books, Berlin, 2016, p. 10. (traduzione mia)
[4] Pankow è un quartiere di Berlino che si trova nella zona Nord della città. Ai tempi della divisione della città, il quartiere faceva parte del settore orientale (DDR).
[5] Cfr. Ruth Wolf-Rehfeldt, in Catalogue Signs Fictions, Chert & Motto Books, Berlin, 2016, p. 14 (testo battuto a macchina dall’artista).
[6] Cit. Ruth Wolf-Rehfedlt, da Grünhäuser A., Writer’s block, in «Lodown Magazine», Fall/Winter issue, 2016, pp. 160-162. (traduzione mia)
[7] Cfr. Sol LeWitt, Paraghraphs on Conceptual Art, in «Artforum» vol. 5, n. 10, estate 1967, p. 80.
[8] Cit. Ruth Wolf-Rehfeldt, in Catalogue Signs Fiction, Chert & Motto Books, Berlin, 2016, p. 14 (testo battuto a macchina dall’artista) (traduzione mia).