Presentata all’Ara Pacis la mostra dedicata al grande Maestro Hokusai (1760 – 1849)

di Giorgia TERRINONI

 

Dal prossimo 12 ottobre e fino al 14 gennaio 2018, il Museo dell’Ara Pacis di Roma ospiterà la mostra Hokusai. Sulle orme del Maestro, un’esposizione che intende dar conto dell’opera e dell’eredità del grande artista giapponese.

Saranno mosse circa 200 opere provenienti dalle maggiori collezioni giapponesi pubbliche e private – Museum of Art di Chiba, Sumisho Art Gallery, Uragami Mitsuru Collection e Kawasaki Isago-no-Sato Museum – ma anche dal Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova. Tuttavia, per motivi conservativi legati alla fragilità delle xilografie policrome, ogni rotazione di mostra presenterà solo 100 opere.

L’esposizione intende ripercorrere la produzione del maestro giapponese e, in seguito, confrontarla con i percorsi di alcuni degli artisti che hanno raccolto la sua lezione e hanno dato vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore rivitalizzando i filoni classici dell’ukiyo-e.

L’ukiyo-e – il termine significa letteralmente immagine del mondo fluttuante e, metaforicamente, anche immagine della vita che passa – è una scuola pittorica giapponese sviluppatasi tra l’inizio del XVII e la fine del XIX secolo, cioè fino all’avvento del periodo Meiji che segna l’apertura del Giappone agli influssi occidentali. Gli artisti dell’ukiyo-e iniziano ad abbandonare la rappresentazione dei soggetti tipici della tradizione per sostituirli con scene e personaggi appartenenti alla quotidianità del mondo contemporaneo come, ad esempio, gli attori del teatro Kabuki e l’umanità brulicante dei quartieri del piacere. Tecnicamente, questi artisti impiegano soprattutto la xilografia e, con essa, realizzano opere a grande tiratura. Le stampe – tirate su matrici di legno – inizialmente sono solo nere; solo in seguito si diffonde l’uso di colorare e laccare le stampe o, in alternativa, di realizzarle direttamente policrome.
Grandi interpreti dell’ukiyo-e sono stati, oltre Hokusai e Hiroshige: Moronobu, Kiyonobu, Masanobu (Okumura), Harunobu, Kiyonaga, Shunshō, Utamaro.

Katsushika Hokusai (1760-1849) deve molta della sua notorietà in Occidente a opere come La grande onda di Kanagawa, una xilografia appartenente alla serie delle Trentasei vedute del monte Fuji; ma anche all’influenza che le riproduzioni delle sue opere hanno esercitato sugli artisti europei di fine Ottocento (quest’influenza è nota come japonisme), soprattutto su Monet, Toulouse-Lautrec, van Gogh e Gauguin.

I postimpressionisti erano fondamentalmente interessati alle qualità cromatiche e spaziali possedute dalle xilografie giapponesi. Se Monet ha ripreso – soprattutto nelle Ninfee – le linee rapide e il taglio asimmetrico dell’immagine, Gauguin e i Nabis hanno guardato molto al colore, steso in campiture piatte in grado di esaltare il valore decorativo e simbolico dei colori (La Belle Angèle, 1889). Una sintesi estremamente pervasiva delle qualità cromatiche e spaziali dell’arte giapponese è messa in opera da van Gogh.

Hokusai ha esplorato ogni genere di soggetto; nelle sue opere figura la natura – il paesaggio, la vegetazione, gli animali – ma anche la rappresentazione umana. Egli ha ritratto gli attori del teatro Kabuki, la bellezza femminile, i guerrieri e, finanche, le immagini di fantasmi e spiriti e di creature leggendarie.
Dal punto di vista della tecnica, Hokusai è stato un grande sperimentatore; così, all’interno della sua produzione, è possibile trovare dipinti a inchiostro realizzati su rotoli, xilografie policrome di qualsivoglia formato e destinate al vasto mercato, raffinati surimono usati come biglietti augurali o inviti. A ciò si aggiungono i quindici volumi dei Manga – composti da centinaia di schizzi e disegni stampati con inchiostro nero e qualche tocco di vermiglio – che rappresentano un prezioso compendio per gli artisti più giovani.
Tra i suoi seguaci, diretti e indiretti, ci sono Hokuba, Hokkei, Hokumei e Keisai Eisen. Proprio di Eisen è la bellissima e imponente figura di cortigiana rappresentata nella xilografia che Van Gogh dipinge alle spalle del ritratto di Père Tanguy (1888).

La mostra Hokusai. Sulle orme del Maestro si compone di cinque sezioni.

La prima – MEISHŌ: mete da non perdere – presenta le serie più famose dell’artista, tra cui le Trentasei vedute del Monte Fuji (sarà esposto, in anteprima assoluta e per la prima volta in Italia, anche un dipinto su rotolo del Monte Fuji). La sezione intende illustrare quali erano, nell’immaginario di un uomo giapponese di epoca Edo, le mete di viaggio più celebri e agognate: cascate, ponti, vedute del monte Fuji, locande, ristoranti e stazioni di posta lungo la via del Tōkaidō che collegava Edo (Tokyo) a Kyoto. Qui è esposta anche una delle versioni de La grande onda di Kanagawa.

La seconda sezione – Beltà alla moda – mostra una serie di dipinti su rotolo e xilografie policrome che ritraggono ogni sorta di bellezza femminile. Lo stile di Hokusai è posto a confronto con quello di alcuni suoi allievi. Qui emerge, in modo particolare, il carattere innovativo composizioni di Keisai Eisen (1790-1848), artista che realizza una sorta di reportage della moda dell’epoca, mettendo le sue modelle in posa così da evidenziare i kimono e gli obi indossati, realizzati con tessuti raffinati e dalla texture ricercata e dettagliatissima. A conclusione del percorso una raccolta d’immagini, realizzate da Hokusai ed Eisen, che rappresentano i temi della seduzione e dell’erotismo, e nelle quali il piacere sessuale è sublimato e inteso a far sognare più che a svelare.

La terza sezione – Fortuna e buon augurio – espone xilografie di Eisen e rotoli dipinti di Hokusai. Si tratta di raffigurazioni delle divinità popolari della fortuna, soggetti molto in voga all’epoca.

La quarta sezione – Catturare l’essenza della natura – mette in opera un confronto tra Hokusai e altri suoi allievi (tutti i dipinti sono su rotolo e provengono dal Giappone) sul tema della natura e degli animali, riprendendo il motivo simbolico tradizionale della pittura di fiori e uccelli.

L’ultima sezione – Manga e manuali per imparare – rinvia al virtuosismo tecnico del maestro, ma anche alla sua vocazione didattica

di Giorgia TERRINONI   Roma giugno 2017