L’ingegnere Lorenzo Maria Olivier e le statue dei papi domenicani nella chiesa di San Domenico a Palermo. Alcuni documenti inediti

di Elvira D’AMICO

La chiesa di San Domenico costituisce uno dei monumenti più emblematici ed iconici della città di Palermo (fig.1).

Palermo, Chiesa di San Domenico, facciata

La sua edificazione però non fu né rapida né semplice, essendo avvenuta nel corso di oltre un secolo ad opera di numerosi architetti siciliani, alcuni dei quali appartenenti all’ordine domenicano, che si avvicendarono per la sua ‘perfezione’(1). L’ultimo di questi  fu Lorenzo Maria Olivier, ingegnere della chiesa e del convento per circa un trentennio – dal 1756 al 1786- subentrando a Cosimo Agnetta (2).  A lui spetta il completamento della facciata e dell’interno della chiesa ,nonché l’apposizione di nuovi arredi lignei.

E’ padre Barilaro a fornirci notizie utili sulla sua attività, tratte in gran parte dagli Annali del convento dello stesso Olivier, conservati presso la Biblioteca domenicana di Palermo (3).

I libri contabili della chiesa di San Domenico –  Libri di Borzaria siti all’Archivio di Stato di Palermo,  forniscono  ulteriori notizie sull’attività dell’architetto, rivelando pure i nomi delle maestranze che eseguirono i lavori da lui ideati. Egli, qui retribuito più volte in qualità di “ingegnero del nostro convento” (3b), sin dal 1756 dirige i lavori per l’apposizione delle predelle in pietra e in marmo dei vari altari, realizzate dai marmorai fratelli Allegra (4).

 E’ altresì noto che l’ingegnere completa il prospetto rimasto incompiuto della chiesa  ricostruendovi il secondo campanile sul modello del primo e, secondo un nuovo documento, realizzando pure il “tamburo” dell’entrata, assieme all’ingegner Zangara (5).

Non è escluso che , nell’ambito delle ornamentazioni del prospetto, all’Olivier si debba pure la commissione a Giovan Maria Serpotta – nipote del più famoso Giacomo – delle statue in stucco, in particolare  quelle dei quattro pontefici domenicani – S.Pio V, Innocenzo V, Benedetto XI e Benedetto XIII  –  da lui apposte sui piedistalli sopra la trabeazione tra il primo e il secondo ordine, commissione che dovette seguire a ruota quella dei tre santi domenicani – Domenico, Pietro martire e Tommaso d’Aquino – collocati entro nicchie (figg.2-3).

Fig.2. Giovan Maria Serpotta, statue a stucco di S.Pietro martire, Benedetto XI e Benedetto XIII, 1756-57
Fig.3. Giovan Maria Serpotta, statue a stucco di Innocenzo V, Pio V e S.Tommaso d’Aquino, 1756-57.

Sappiamo infatti che l’architetto modificò il precedente disegno del prospetto, ideato da Giovan Biagio Amico e continuato da Cosimo Agnetta, che prevedeva l’apposizione di vasotti sui plinti del cornicione nella parte mediana della facciata (6), facendoli sostituire con le statue dei quattro pontefici, come si vede già nella stampa di piazza San Domenico contenuta nel volume del Leanti Lo stato presente della Sicilia, eseguita nel 1761 su disegno dello stesso Olivier fig.4).

Fig.4. P.Lorenzo Olivier, stampa di piazza S.Domenico, 1761 (part.)

Non è ben chiaro dai documenti d’archivio se le statue di stucco fossero commissionate a Giovan Maria Serpotta in una sola volta oppure in due tranches separate. Il Giuliana Alajmo che pubblica per primo l’atto, sembra riferire il pagamento a tutte le statue della facciata, seguito dal contemporaneo Luigi Sarullo (“Eseguì le statue in stucco dei santi della facciata della chiesa di S.Domenico”) (7).

Il documento, contenuto nel  libro di Borzaria della chiesa di S.Domenico, datato al 27 luglio 1757, è infatti relativo a un saldo di onze 20 pagato a “Gio Maria Serpotta ” a compimento di altre tre rate uguali per un totale di complessive onze 80 “per prezzo delle statue del prospetto della nostra chiesa”, e rimanda ad altrettante apoche  notarili, tutte stipulate presso notar Rizzo (8), ma i volumi del notaio palermitano di quell’anno oggi non sono più reperibili.

A sostenere con convinzione la tesi di due tempi diversi per l’esecuzione delle sette statue è invece padre Barilaro: le prime dei tre santi  entro nicchie sarebbero state previste nel progetto originale seicentesco del prospetto, mentre quelle dei pontefici sarebbero riferibili a un secondo progetto settecentesco, considerato anche il fatto che l’ultimo dei papi raffigurati, Benedetto XIII, espletò il suo pontificato dal 1724 al 1730 (9).

Questa tesi è sostenuta apertamente anche dal Garstang, secondo cui

“la decorazione a stucco nel 1756-57… consistette in statue dei papi domenicani… sui plinti del secondo ordine corrispondenti ai campanili”, mentre “nelle nicchie del secondo ordine alloggiano  due statue,S.Tommaso e S.Vincenzo Ferreri e, al centro del frontone, S.Domenico, cioè una copia della statua di Le Gros a San Pietro” (fig.5) (10).
Fig.5. Giovan Maria Serpotta, statua a stucco di S.Domenico, 1756-57

Più di recente anche il Piazza, prendendo in considerazione la particolare collocazione delle quattro statue dei papi sulla facciata domenicana, ipotizza  solo per queste una genesi culturale dovuta all’influenza di soluzioni stilistiche similari presenti su rinomate facciate ecclesiali del capoluogo siciliano, come quella di S.Ignazio all’Olivella (11).

Il particolare interesse che l’Olivier riserva alle statue dei pontefici appartenenti al suo ordine monastico  ci è testimoniato ora dall’inedito restauro che egli ne ordina nel 1783, a meno di 30 anni dalla loro esecuzione, che ci dà nuove informazioni sulla loro originale iconografia:

settembre 1783
-o.18,12 a mro Giuseppe Mazone per attratto e maestria dei ponti pel rifacimento ed acconci delle 4 statue dei Pontefici posti nel prospetto della chiesa sotto i campanili come per relazione del P.Olivier
tt.18 spesi per mano di fra Raimondo Carrà per dar l’immordente alli Baculi e Camauri delle suddette statue(12).

Dunque le statue si devono non solo acconciare ma “rifare”; inoltre dal pagamento all’indoratore si evince che esse fossero dotate di “baculi e camauri”, ove per i primi si devono intendere genericamente le ferule, ossia i bastoni papali terminanti con una o più croci, oggi non più esistenti, per i secondi i berretti e le tiare papali.

Non è escluso che in questo frangente si aggiungessero pure i bassorilievi con putti recanti le insegne papali e i cartigli in stucco, posti sui piedistalli sottostanti a ciascun pontefice (fig.6),

Fig.6. Cartiglio in stucco sul plinto del cornicione
Fig.7. Cartiglio in stucco sul portone

di fattura più semplificata rispetto agli altri più elaborati cartouches della parte centrale del prospetto (fig.7),  che non  appaiono ancora, al contrario di questi ultimi, nella sopra citata stampa del 1761.

Che la raffigurazione dei quattro pontefici stesse particolarmente a cuore all’ingegnere Olivier è confermato dal fatto che egli li fa apporre, preferendoli addirittura al santo titolare della chiesa, nel monumentale armadio da sacrestia per la conservazione dei sacri arredi, realizzato su suo disegno nel 1760-62 (fig.8) (13).

Fig.8. Armadio da sacrestia, chiesa di S.Domenico, 1762-63 (foto Convento San Domenico)
Fig.9. Giuseppe Antonio Gianconti, scultura lignea di papa domenicano, 1762-63
Fig.13. Armadio da sacrestia, chiesa di S.Domenico, 1762-63 (part.)

In esso le statuine lignee a tutto tondo, collocate sopra i telai delle quattro porte che inframezzano il mobile(figg.9-12), recano l’iconografia originale dei papi dotati di “baculi e camauri”, come dovevano essere in origine anche quelli in stucco della facciata.

Esse, dalle pose leggermente teatrali, presuppongono la mano di un scultore ligneo aggiornato sulla coeva scultura siciliana tardo barocca di derivazione romana. Inoltre nell’arredo ligneo sono presenti, assieme ai festoni floreali e ai cartouches, anche eleganti vasotti di diverse dimensioni(fig.13).

Un tentativo di risarcimento dell’architetto per averli eliminati dalla facciata?

Un inedito documento contenuto nei  Libri di Borzaria  della chiesa, riporta l’elenco dettagliato dei pagamenti effettuati nel 1763 per la realizzazione dell’armadio, fornendoci il nome dello scultore e di tutte le maestranze che lo realizzarono, indicandoci altresì le diverse specializzazioni artigianali occorrenti  all’epoca per eseguire simili complessi lavori:

A 30 luglio 1763

o.714, cioè o.445 a mastro Nicolò e Simone Vaccaro padre e figlio, mastro Vincenzo Mazzè, mastro Gioacchino Sordi e mastro Paolo Montalto per opere di mastro d’ascia consistenti nella quadratura inclusa la legname di castagne e noce fatta nella nostra sagrestia; o.240 a mastro Gioacchino Incardona e mastro Gaetano Coppolino Intagliatori di legname per l’intaglio fatto nella medesima sagrestia, o.27,15 a mastro Giuseppe Antonio Gianconti scultore pelle statue di legname fatte nella sopradetta sagrestia, e o.1,15 a Don Mario Raja Pittore per prezzo del ritratto del riferito monsignore (Don Vincenzo De Francisco e Galletti vescovo di Lipari) posto sopra la porta grande dalla parte di dentro d’essa sagrestia ”.

Dunque  ben cinque mastri d’ascia sono necessari per eseguire la “quadratura” della “ligname di castagne e noce”; due maestri intagliatori –Incardona e Coppolino – gli unici già noti nella Palermo settecentesca, realizzano gli ornati a bassorilievo e a traforo del mobile; Giuseppe Antonio Gianconti è l’ottimo scultore delle statuine dei papi, non altrimenti noto ; e pure ignoto sembra il pittore, Domenico Raja, autore del ritratto di monsignor Galletti vescovo di Lipari, il mecenate che finanziò l’impresa, racchiuso entro un tabellone con cornice sorretta da putti lignei ed iscrizione alla base(fig.14).

Fig.14.Domenico Raja, Ritratto di Mons.Galletti vescovo di Lipari, 1762-63 (foto Convento San Domenico)

Il risultato finale è quello di un mobile austero e massiccio, ma alleggerito dai sapienti trafori a rocaille del coronamento (fig.15), dalla grazia delle sculture e dalla leggiadria dei vasi da giardino da cui fuoriescono ghirlande, ma anche dalla originale trovata del ritratto del vescovo collocato nel punto di convergenza dei due fronti dell’armadio, sopra la porta d’accesso alla sacrestia , alla stregua di un elegante sovrapporta nel salone di un palazzo gentilizio.

Fig.15. Armadio da sacrestia, chiesa di S.Domenico, 1762-63 (part.)

L’ armadio della sacrestia di San Domenico, uno dei più pregevoli e meglio conservati del capoluogo siciliano, infine testimonia più che mai la teoria della derivazione dei manufatti lignei dalla coeva produzione pittorica e scultorea, in base alla assoluta corrispondenza e unitarietà delle arti propria dell’epoca, senza alcuna differenziazione fra arti “maggiori” e arti “minori”(15).

Elvira D’AMICO, Palermo, 23 aprile 2023

NOTE

  1. AA.VV.La chiesa di San Domenico a Palermo. Quattro secoli di vicende costruttive, Fondazione Salvare Palermo, Palermo 2012
2.E.D’Amico, Cosimo Agnetta architetto in San Domenico a Palermo, in Centri e periferie del Barocco. Barocco mediterraneo. Sicilia Lecce Sardegna Spagna, a cura di M.L.Madonna e L.Trigilia, Roma, 1992, pp.329-345
  1. P.A.Barilaro O.P., San Domenico di Palermo Pantheon degli uomini illustri di Sicilia, Palermo 1971
3b.Archivio di Stato di Palermo (ASPa),Corporazioni religiose soppresse – San Domenico – vol. 603, a 1 settembre 1759 o.2 pagati al Padre Lettore Fr.Lorenzo Olivier come Ingegniero del nostro Convento vol.604, a 6 dicembre 1760 o.2 Al Padre Lettore Lorenzo Olivier come ingegniero del nostro Convento
4) ASPa, San Domenico, vol. 602, a 14 febbraio 1756  o.4 Alli marmorara Mastro Salvadore Allegra e fratelli a compl.di o.18…cioè 8 se li pagarono al nostro convento sotto li 17 ottobre 1747 per farsi la scala di pietra di billiemi al novo dormitorio, che non si fece,e o.6…,sono dette o.18 a conto di o.28,22,5 dovuteli pelle predelle di pietra di Castellammare della nostra chiesa come per due relazioni del P.Vic.M.Olivier Ingegniero ma 15 maggio 1756  o.2 a Mro Salvadore Allegra e fratelli a complimento di o.26…a tenore di due relazioni del P.Olivier Ing.delle predelle di marmo da essi lavorate pegl’altari della nostra chiesa vol.617, f.68v, a 1 marzo 1786 o.15 a mro pietro allegra p.l’altare di marmo di s.pietro martire come per relazione di p.olivier
  1. ASPa, San Domenico, vol.605, a 30 aprile 1763 Spese per il tamburo fatto davanti alla porta maggiore della chiesa.A mro Antonio Sciarratta o.42,6°. A mro Antonino Allegra marmoraio per 8 mortaretti di marmo per piantare il tamburo (secondo le relazioni degl’Ingegnieri Olivier e Francesco Zangara).
6.E.D’Amico,cit., 1992, p.332, p.341
7.L.Sarullo,vol.III, Scultura, a cura di B.Patera,Palermo 1995, ad vocem.
8.ASPa, S.Domenico, vol.602, a 16 luglio 1757; cfr. A.Giuliana Alajmo, L’ultimo dei Serpotta: Gian Maria ed i suoi sconosciuti stucchi in S.Domenico a Palermo,Palermo 1949, doc.1
9.A.Barilaro,1971, cit., p.56
10.D.Garstang, Giacomo Serpotta e gli stuccatori di Palermo 1560-1790, Sellerio, Palermo 1990, p.266
  1. S.Piazza, Il cantiere nel Settecento, in La chiesa di San Domenico…cit., 2012, pp.51-67
  2. ASPa, San Domenico, vol.616, f.43v.
13.A.Barilaro, 1971, cit.p.135; L. Sarullo, vol.I Architettura, a cura di M.C.Ruggieri Tricoli, Palermo 1993, ad vocem: “Forni anche il disegno delle statue e degli armadi di noce della sacrestia, nonché degli ornamenti che decorano il secondo organo della chiesa”. 
  1. ASPa, San Domenico, vol. 605, a 30 luglio 1763
15.E.Colle, Intaglio e arredo ligneo in Sicilia tra Rinascimento e Tardobarocco,  in Manufacere et scolpire in lignamine. Scultura e intaglio in legno in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, a cura di T.Pugliatti, S.Rizzo, P.Russo, Maimone,Catania/Palermo, 2012, pp.631-643