L’estetica dell’orto, parte III^ . Riflessione finale sulla conquista della figurazione

di Massimo MARTINI

Migranti sull’About

di M. Martini e F. Montuori

DIMENSIONE ESTETICA DI UN ORTO. L’ORTO RICCI FILESI A VASANELLO

di Massimo Martini

(La prima e la seconda parte di questo articolo  sono state pubblicate il 23.02.19 e il 16.03.19 su About Art on Line cfr https://www.aboutartonline.com/il-fascino-dellorto-ricci-filesi-a-vasanello/https://www.aboutartonline.com/le-riflessioni-estetiche-sullorto/ )

 Parte terza. Concerto per orchestra di Bela Bartok. Tutti solisti.

Dice Pirandello nella prefazione a Sei personaggi in cerca d’autore, Oscar Mondadori 1966, pg 11,12):

“… la Fantasia ebbe, parecchi anni or sono, la cattiva ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia, non saprei dire dove né come ripescata, ma da cui, a suo credere, avrei potuto cavare un soggetto per un magnifico romanzo. Mi trovai davanti un uomo sulla cinquantina, in giacca nera e calzoni chiari… Posso soltanto dire che, senza sapere d’averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto… ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e del loro caso un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere….” (fig 1)
Figura n.1- Superficie lucida della meteorite metallica Miller Butte 03002

I prugnoli semi selvatici di Leonardo. Le galline nevrotiche di Sandro. La struttura figurativa di un meteorite piovuto chissà da dove. Culture diverse, conoscenze diverse, propensioni diverse, disattenzioni diverse, preconcetti diversi, ignoranze diverse. Tutto conviene a testimoniare di sé. Tutti solisti, in orchestra. A ragione. E da lontano, nel brillare del suo particolare, scrive Leonardo: “… A proposito degli scarti devo rendere giustizia all’amico Gilberto, che mi aiuta insieme a Sandro a smaltirli. Hanno terra nella campagna intorno a Vasanello, un bel noccioleto Gilberto, un piccolo noccioleto e un oliveto Sandro. Io verrei evitare di bruciare i resti delle potature (per i motivi che Greta Thunberg ci ricorda con passione) e vorrei sminuzzarli e riversarli nel mio terreno (sempre ricordando Fukuoka). Ma non possiedo un’attrezzatura adatta, mio padre li sminuzzava con le forbici e li restituiva al terreno, io non ne ho il tempo né la pazienza. Mi illudo che questi ammassi di rami vangano lasciati marcire in qualche area aperta per essere restituiti al terreno una volta disfatti, ma so che spesso sono in volumi eccessivi e quindi vengono bruciati. Ora bruciare significa immettere in atmosfera CO2 e polveri più o meno sottili. Lasciar marcire il legno significa immettere meno CO2, nessuna polvere sottile, fornire agli animali detritivori, ma soprattutto a quelli decompositori (funghi e batteri), un substrato destinato a diventare humus. Con le ceneri si recuperano solo i minerali…” Soffia il vento dell’ambiente, soffia impetuoso. Nella banalizzazione l’ultimo rifugio di aspiranti stregoni. (fig 2)

Figura n.2- Meteorite Alvord con figure di Widmanstatten

Questo viaggio lungo, insistito, tortuoso fino a divenire labirintico, all’interno del quale non si vuole descrivere alcunché, né raccontare storie, mentre si addensa il linguaggio in grumi densi di parole, criptiche quasi da non essere a lungo sopportate… questo viaggio non è fine a se stesso, perché una meta (ben nascosta nell’istinto) esiste. C’è un brivido nell’aprire porte all’interno del proprio linguaggio, nel dubitare delle certezze figurative di quelli bravi, nell’attraversare i confini disciplinari, nel cambiare abitudini e punti di vista, nel perforare l’inconsistenza di uno stereotipo e nel vedere che sì, la sua ragione è effettivamente estinta, la sepoltura necessaria. Nulla si trasforma in qualcos’altro senza un’idea, un oggetto del contendere. E il viaggio, per poter essere ripreso (e lo sarà, magari non da me), ha bisogno di un trofeo temporaneo, una cicoria dell’oggi da trasformare in un radicchio del domani. A forza di innesti, innesti, ancora innesti. Ricordando al lettore di concedere uno sguardo appropriato alle immagini in pagina. Che esse non arrivano, giudiziose e raffinate, dame di compagnia, per accompagnare lo scritto di turno, bensì per formare, proprio in quanto immagini, un’opinione diretta e figurata!, fatta di segni, materie, colori. Che l’obbiettivo, pur tra mille cambi di direzione, continua a rimanere la conquista figurata! di una dimensione estetica dell’orto Ricci Filesi. (fig 3)

Figura n.3- Natura morta, (1950) di Filippo De Pisis

La dimensione estetica dell’orto Ricci Filesi è definita, nella mia mente, da liberi intrecci dei DNA di cinque artisti. Tre figurativi: Richard Serra, Cy Twombly, Filippo De Pisis. Due scrittori: Carlo Emilio Gadda, Pirandello. O, più correttamente, … da liberi intrecci dei DNA di alcune delle opere di Serra, Twombly, De Pisis, Gadda, Pirandello. Come nella struttura costitutiva, esplicita o implicita, palese o occulta, di qualsiasi opera d’arte. Un DNA concettuale fatto da segni e parole ben identificati nella storia dell’arte, qui e ora accesi accesissimi sopra qualcosa che non è. Ma che vorrebbe proprio essere. (fig 4)

Figura n.4- Natura morta, (metà anni ’40) di Filippo De Pisis

Richard Serra porta in dote l’energia, la forza, il lavoro, l’attenzione per la materia assoluta, nella sua primitiva bellezza. La galleria nella quale sparge piombo fuso lungo le pareti e sul pavimento è puro spazio mentale, il trionfo della libertà, l’inconsistenza dei limiti. Cy Twombly porta in dote il caso fatto segno, la trasandatezza raffinata del non finito che non verrà rifinito, il persistere non ostante tutto di strategie, nel transito pervicace e inarrestabile di segni lenti, molto lenti. Porta anche la forza di un quadro dipinto, nella maschera di un pastello che si permette il lusso di essere povero e parlare da povero. Filippo De Pisis porta in dote il lato in discesa della vita, la meraviglia dell’autunno che inizia a marcire. La materia che si dissolve davanti allo spettatore, nei tratti ormai incerti degli oggetti. Che decadono nell’attimo stesso in cui viene stesa la materia pastosa sul quadro. Porta anche, quasi fosse il conduttore del campo, un suo tratto irripetibilmente identitario, qualcosa che va oltre la grande capacità a dipingere, il linguaggio maturo di un artista sapiente.  Quell’orto/quell’uomo. Nel tempo fermo dello scoccare della maturità. L’orto è lavoro, cammino incessante dei segni, strategia nel quadro, detriti organizzati in architetture effimere. In un instancabile ante e post operam della natura. Mai ferma, mai doma. (fig 5)

Figura n.5- Natura morta Lunga, (1939) di Filippo De Pisis

Carlo Emilio Gadda porta in dote il sapere scientifico, lontano dal nitore matematico delle formule, lontano dal clima di angoscia che incute chi sa in chi non sa. E lo sporca, questo mondo alto, per suggerire che anche il contadino conosce e a suo modo continua a conoscere, mentre il cittadino risulta da tempo in cammino, suo malgrado, verso altri sensi della vita. Lui, essere mutante, con i pezzi di ricambio che si procura da sé e per sé. Senza voltarsi indietro. E’  Gadda infine che elenca con minuzia i frutti e gli ortaggi del misterioso orto Ricci Filesi. Grazie. La barbabietola (cotta e ustulata) l’inattesa regina della festa. Pirandello porta in dote il dubbio se applicato al concetto di identità. Il binomio quell’uomo/quell’orto è investito da una tempesta, perché (entrambi) vengono chiamati a rappresentare direttamente se stessi.  E non più sulla base del canovaccio di una commedia. Bensì densi e carichi del loro reale quotidiano. Che è completo di contraddizioni, sentimenti, forse anche di irrilevanza. Cosa reciterà quell’orto laggiù in fondo alla Tuscia, non certificato dai selfie? Cosa reciterà quell’uomo laggiù, schivo, antieroico, che guarda alle sue zolle più per capirle che per lavorarle? Mentre magicamente mille altre identità diventano possibili. Certo provvisorie. Più stabili evviva se nell’immaginario dell’arte. Avendo l’accortezza di restare nell’arte. (fig 6)

Figura n.6- Chimica mentale n.1(da opere di Cy Twombly e Richard Long) (2019) di Massimo Martini, Roma (Immagine elaborata)

Due coppie di amici, colti e curiosi, decidono di trascorrere un week end nella Tuscia irrisolta. La  terra è cosparsa di stereotipi di ogni tipo, anche se il turismo è blando, lontana l’overdose degli antichi sapori. Certo tutto è tipico! Ma l’amico di un amico consiglia loro di fermarsi un poco a Vasanello: “… C’è un museo povero e stringente. La ceramica è un ricordo ma il castello non manca. Un civilissimo giardino comunale si rivela gradevole, accogliente. Poi, non lontano, al civico n. 21 di via Mazzini, una targa recita: Parco Letterario Orto Ricci Filesi. Una volta entrati, bene accolti da una gentile signora, si può visitare il sito e leggere un libricino omaggio. Le sorprese sono racchiuse nel percorso di uno spazio disegnato come sconosciuto. Tutto è in un ordinato disordine. I lavori fanno mostra di sé come appena interrotti. Gli attrezzi appoggiati dove capita. Il tempo sospeso dentro un eccesso di quotidiano. Ma tutto fatalmente che assomiglia a qualcos’altro, che sonnecchia sornione nella mente di ciascuno. L’innesco è lì. Averlo forse già visto. Perplessi anche nel ricordare. Quella breve, magica, sosta in una pieve fuorimano. Forse quella paleocristiana, in una Grecia trasognata, in una campagna spelacchiata. Parlare sottovoce. Sentire il vento. In un luogo polveroso. Eppure stranamente candido … “ Così, in un prolungato dormiveglia. Grazie (fig 7)

Figura n.7- Chimica mentale n.2 (da opere di Cy Twombly e Liliana Porter) (2019) di Massimo Martini, Roma (Immagine elaborata)

Massimo MARTINI   Roma aprile 2019