Leggenda e attualità del Pop, l’arte del Benessere

di Marco FIORAMANTI*

*Marco Fiormaanti (Roma, 1954) è un artista che ha attraversato molte esperienze realtive all’arte contemporanea d’avanguardia. Laureatosi in Ingnegneria ha studiato poi Estetica e Antropologia Culturale. Fondatore di vari gruppi artistici negli anni ottanta e novanta, ha vissuto a lungo in Germania, a Barcellona e a New York dove ha stretto amicizia con Anton Perich (vedi intevista in calce all’articolo), collaborando con artisti internazionali. L’ultima sua performance è stata l’istallazione Il Relitto della Sirena ( https://www.aboutartonline.com/2017/08/31/sculture-installazioni-le-novita-del-contemporaneo-venezia-venerdi-1-settembre/) insieme ad Ana Rusiniuc a Venezia. Con questo articolo -con cui inizia la sua collaborazione con About Art- riprende le considerazioni espresse a proposito della grande mostra sulla Pop Art tenutasi alle Scuderie del Quirinale nel 2007

POP – LE ICONE DEL BENESSERE

Nel cambio radicale del pensiero nella società di massa l’oggetto comune si evidenzia come logo, la pubblicità come marketing, il fumetto e il poster diventano arte. L’iconografia di Andy Warhol e i suoi sviluppi e il poster diventano arte.

… quando si finisce per guardare in continuazione un’immagine macabra, alla fine non ha più effetto”. Andy Warhol

Andy Warhol, Marilyn, 1964. Serigrafia su tela

LINGUAGGI E INFLUENZE

Le idee sono come le nuvole, viaggiano per loro conto, cambiano continuamente forma, genere, stato e sono potenzialmente alla portata di tutti. Gli artisti, conformati da particolari caratteristiche che uniscono libertà espressiva a finalità oggettiva, sono coloro i quali più di altri hanno la capacità di afferrarle le idee e trasformarle in espressioni emozionali, sotto forma di colore, oggetto, pensiero, scrittura, suono ecc. Le Idee, quando sono potenti, agiscono in simultanea nelle zone più disparate del pianeta, contagiando artisti molto distanti tra loro che si trovano improvvisamente a usare un linguaggio comune. per forza di cose il ceppo del virus da ‘germi d’arte in movimento’ viene localizzato e diffuso per primo nel luogo dove figure di riferimento sono maggiormente pronte, potremmo dire, a evidenziarne l’impatto ambientale. Individueremo così nel corso dell’anno una serie di epidemie il cui linguaggio ha caratterizzato fortemente il pensiero contemporaneo, fino a farlo diventare, come nel caso della Pop Art, un vero e proprio stile di vita.

Una mostra colorata, dissacrante, immediata, quella che proprio dieci anni fa alle Scuderie del Quirinale, a cura di Walter Guadagnini, ci riportava ai favolosi anni ’60, al boom economico, al mito delle immagini, in una società dei consumi e del superfluo. Vale la pena di riparlarne oggi.

 

L’origine inglese

Pop, da popular art, è un’arte legata all’immagine, a un linguaggio nuovamente comprensibile a tutti – l’arte astratta è finita al bando – attraverso l’uso di qualunque mezzo espressivo. Troviamo la parola POP per la prima volta nel 1956 in un’opera di Richard Hamilton (Londra, 1922). Si tratta di un piccolo collage (con corpi e oggetti trendy) dal titolo esagerato, Just What Is It Makes Today’s Homes So Different, So Appealing? (Cosa rende così diverse e attraenti le case di oggi?), nel quale l’autore ci presenta un uomo e una donna in un interno borghese. Sono entrambi praticamente nudi. Lui, palestrato, troneggia in piedi al centro della stanza e sfoggia con grinta quella che sembrerebbe essere una racchetta, in realtà è un enorme lecca-lecca ‘marca Pop’ con evidente rimando sessuale. Lei, di tre quarti, distesa sul divano, con una mano si tiene un seno ostentando una posizione da modella. Tutt’intorno saltano all’occhio nuovi elettrodomestici, un televisore a valvole acceso mentre manda una pubblicità, un registratore a bobine, del cibo in scatola e un aspirapolvere guidato da una cameriera in cima alle scale. Alle pareti un poster con l’immagine di un fumetto anticipa le successive opere di Roy Litchenstein. 

USA: quando l’arte diventa merce

È un americano, Roy Johnson, nel 1957 a stupire lo spettatore con l’immagine di Elvis Presley trasformata in icona (foto 2). In questo modo anticipa il mondo dello star system (del cinema, della musica e dello sport) che presto invaderà la scena artistica e sarà per il pubblico stesso fonte di esaltazione. Come le serie delle Marilyn, Liz Taylor, Marlon Brando (Andy Warhol), Virna Lisi (Mel Ramos), Brigitte Bardot (accuratamente impacchettata nel cellophane da Christo), Cassius Clay (Joe Raffaele) e Frank Sinatra (Fabio Mauri). La Pop Art si manifesta negli USA all’inizio degli anni Sessanta. Con uno sfacciato ritorno al figurativo gli artisti manifestano un dichiarato interesse per la rappresentazione della realtà, nella quale l’oggetto di uso quotidiano diventa strumento di analisi e perfino opera d’arte come nel caso della Campbell Soup o delle Brillo Boxes (per lucido da scarpe) di Warhol.

L’universo pop si allarga poi a tutto il fenomeno della società dei consumi, dal cartellone pubblicitario al marchio della benzina fino ai segnali stradali. Spesso questi oggetti vengono ingigantiti (Oldenburg, Rosenquist) conferendo al prodotto interessato una valenza straordinaria. Prendiamo ad esempio la Marilyn di Warhol (1962) (foto in copertina). L’immagine serigrafata deriva dal manifesto del film Niagara che l’aveva resa famosa. Isolandone i lineamenti della testa, fortemente marcati dal rosso carminio delle labbra, le varie immagini di Marilyn creano quell’affascinante desiderio di possessione nel loro esser ripetute all’infinito. Nell’estate dello stesso anno l’attrice dava fine ai suoi giorni. Warhol portò il concetto dell’immagine alle estreme conseguenze fino a trasformare se stesso in un’icona vivente – l’immagine dell’immagine – facendosi rappresentare attraverso un autoscatto, con in testa una parrucca d’argento, il viso truccato su uno sfondo nero. Nello stesso tempo contribuì a estendere l’arte a operazione becera di business attraverso la creazione della Factory, sull’idea di bottega medievale, nell’ottica spietata di una fabbrica di oggetti in produzione seriale. Siamo alle porte del concetto di supermercato, ma ancora lontani dagli inevitabili sviluppi dell’Ikea e di Mc Donald’s.

Il fumetto, icona popolare

Fu Leo Castelli, famoso gallerista newyorkese, a dare credito all’artista che più degli altri fece del fumetto il proprio emblema, Roy Lichtenstein. Nessuno all’epoca avrebbe mai immaginato che ispirarsi alle strisce per bambini, ingrandendole in maniera esagerata fino a evidenziarne la retinatura della stampa, avrebbe potuto raggiungere senso e valore artistico. Dichiara Lichtenstein a questo proposito, Più che raccontare una storia io mi curo di rappresentare i mezzi usati per farlo. E si appropria fortemente di un’arte che originariamente viene dall’edicola. L’opera in mostra, sulla copertina del catalogoLittle Aloha – (foto 3), non è che l’immagine derisoria dei sogni di erotismo e di esotismo, racconta l’artista, non è una vahine di Gauguin. Anche Mel Ramos resta nell’ambito della stessa ricerca iconografica, soltanto più legata alla mitologia delle immagini d’avventura.

Lettera del MoMA ad Andy Warhol

THE MUSEUM OF MODERN ART
11 West 53rd Street – The Museum Collections 
New York City, October 18, 1956

Dear Mr. Warhol,Last week our Committee on the Museum Collections held its first meeting of the fall season and had a chance to study your drawing entitled Shoe which you so generously offered as a gift to the Museum. I regret that I must report to you that the Committe decided, after careful consideration, that they ought not to accept it for our Collection. Let me explain that because of our several limited gallery and storage space we must turn down many gifts offered, since we feel it is not fair to accept as a gift a work which may be shown only infrequently. Nevertheless, the Committee has asked me to pass on you their thanks for your generous expression of interest in our Collection. Sincerely,Alfred H. Barr, Jr. – Director of the Museum CollectionsMr. Andy Warhol/ 242 Lexington Avenue  New York, New York

PS. The drawing may be piched up from the Museum at your convenience.

“Egr. Mr Warhol,
la scorsa settimana la nostra Commissione del Museo ha organizzato il suo primo incontro della stagione autunnale e ha avuto l’occasione di prendere in esame il suo disegno intitolato Shoe che lei ha gentilmente donato al Museo. Mi rincresce doverLe comunicare che il Comitato, dopo un’attenta analisi, ha deciso di non accettarlo nella Commissione. A causa della nostra limitata galleria e ristrettezza di magazzino siamo costretti a restituire molte delle opere donate anche per il fatto che non è dignitoso accettare in regalo un’opera che può essere esposta solo raramente. In ogni caso il Comitato mi ha incaricato di presentarLe i suoi ringraziamenti per l’interesse generoso mostrato verso la nostra Collezione.
In fede
Alfred H. Barr Jr – Direttore della Collezione del Museo”

La Pop Art in Italia

Già nel 1961 Mario Schifano aveva presentato i Segnali in versione pittorica. In seguito continuerà a restare legato al mondo dell’immagine attraverso le polaroid e le immagini televisive. Nel 1963 Mimmo Rotella presentava uno dei suoi décollage, Viva l’America (foto 4) con il volto di John Kennedy in doppia copia, minimizzando l’effetto stratificato dei manifesti tipico dell’artista. L’anno successivo la Pop esplode alla biennale veneziana. Tano Festa e Franco Angeli restano affascinati dal legame col passato storico, il primo con citazioni michelangiolesche della Sistina (l’equivalente semantico popular della Coca Cola negli USA), più legato alla simbologia della Storia di Roma (la lupa) il secondo. Anche Giosetta Fioroni fa in qualche modo il verso a Carpaccio. Michelangelo Pistoletto inventa invece superfici specchianti di grandi dimensioni su cui il fruitore si riflette e viene automaticamente inserito nelle scene di vita quotidiana serigrafate nel quadro. Chiuderei col Torso di negra di Pino Pascali (1964-65) quadro/scultura, frammento di torso femminile in tela smaltata.

 

I PRODROMI DELLA POP ART

Incontro con Anton Perich di Marco Fioramanti (dalla rivista ARTE IN, 1994)

Giovedi, 2 maggio 1984

[…] Benjamin ed io andammo a trovare Virginia Dwan e sua figlia, quella che ha sposato Anton Perich, che fece tutti quei video e prese in affitto il vecchio piano al 33 della Union Square West quando noi traslocammo. Ci dissero che Anton era a casa con la sua painting machine e io ero così geloso. Il mio sogno. Avere una macchina che potesse dipingere mentre tu sei fuori. Ma loro risposero che lui doveva essere presente mentre quella dipingeva perché (e sorride) ogni tanto s’inceppava. Non è divertente?   (Dal Diario di Andy Warhol.


Anton Perich non dipinge con le sue mani, preferisce farlo con una macchina elettrica di sua invenzione. Tutto il suo percorso artistico segue una metodologia di tipo scientifico, scegliendo come campo di appartenenza il linguaggio della comunicazione. Sono un pittore che ha un occhio da poeta e uno da scienziato. Il pittore che è in me deve prendere in prestito in continuazione entrambi gli occhi. Così mi parla Anton nel nostro primo incontro al 40 della Horatio Street, al Greenwich Village, nella casa di un comune amico, il poeta tamil Indran Amirthanayagam. I capelli lunghi gli scendono a boccoli giù sulle spalle, ha lo sguardo di qualcuno che ti fa sentire subito bene, i suoi occhi non mentono, la voce trasmette una profonda emozione, ma il suo ottimo inglese non riesce a mascherare la sua provenienza straniera. Originario della Yugoslavia, nasce a Dubrovnik. Dopo un’esperienza non troppo soddisfacente a Zagabria lo troviamo a Parigi alla metà degli anni Sessanta dove prende parte al gruppo Le Lettrisme (certe volte mi sento ancora di farne parte, mi dice Anton, perché gli elementi principali del mio lavoro sono proprio le linee, corte o infinite che siano, come in un alfabeto Morse, e il tema principale del mio lavoro è la comunicazione). Nel 1970 si sposta a New York e a Manhattan durante un party serale conosce la sua futura moglie, la bella Candace, californiana. Smette di dipingere per dieci anni (dipingevo solo nella testa, sentivo che non avevo niente di nuovo da mettere su tela). Comincia così la sua trasformazione e la sua avventura nel campo visivo: collabora come fotografo e video maker per Interview Magazine di Andy Warhol. Contemporaneamente fa partire una nuova rivista NIGHT, tutta sua, un periodico glamour in bianco e nero di grande formato, stile quotidiano, che si occupa inizialmente di arte, moda e della Manhattan by night. Collabora a un canale TV via cavo dal contenuto ritenuto provocatorio. La sua pittura aveva lasciato pennelli e  colori per altri strumenti (I painted with cameras, video monitors and printing presses. Il mio primo lavoro col video fu responsabile della scoperta della horizontal line. Lì il tubo catodico sostituiva il pennello nei confronti della tela”). Mi porta nel suo studio a Cross River, Katonah, a nord d Manhattan e mi mostra la sua creazione, quell’importante strumento che Warhol gli invidiava. Ho davanti a me una tavolozza metallica, come una consolle,, che comanda alcune punte d’aerografo le quali, come in un tecnigrafo d’architetto, possono scorrere e spruzzare colore attraverso due bracci mobili su ogni punto della tela. […] Una diapositiva dell’immagine che si vuole riprodurre viene proiettata sulla superficie e una cellula fotoelettrica legge per punti l’intera immagine che viene magicamente riprodotta a scala gigante sulla tela. Il risultato è una pittura automatica che assomiglia molto all’immagine TV. Naturalmente Perich può comandare la consolle a suo piacimento e realizzare qualunque cosa. La consolle è la mia mano, dice, e un robot si è inserito tra me e la mia pittura. Ogni tela è un solido stato elettrico modale che lavora con la forza della luce. L’artista comanda a distanza la sua pittura, sente sotto le sue mani la punta scrivente che reagisce al minimo tocco, dall’occhio mentale a quello reale. Ci spostiamo poi nella sua villa, immersa nel verde e nel silenzio, accanto al fiume. Suo figlio Tristan, che ha oggi nove anni, stava giovando con un videogame davanti a un televisore più grande di lui. Quest’immagine si sovrappone nella mia mente a quella di poche ore prima, quando Anton, suo padre, giocava con un altro videogame di sua invenzione. Da quella macchina è uscito di tutto, da quelli che lui stesso definisce parametri d’informazione hanno preso vita anche una Monna Lisa e tante rose (ho usato le rose per tre anni attratto dall’umano, divino e diabolico potere di quel fiore dai petali rossi e neri). Anton Perich ama il contatto con gli artisti e preferisce le esposizioni di gruppo, comunicando con uno stesso codice e tanti strumenti diversi, perché, come scrive in una sua poesia, probabilmente a se stesso, caro ragazzo, l’incantesimo sta nel saper forgiare il boomerang. (www.antonperich.com)

“Per me la Monroe non è altro che una persona fra le tante altre. E riguardo alla questione se dipingere l’attrice in toni di colore così vivaci rappresenti un atto simbolico, posso soltanto rispondere che  me interessava la bellezza: e la Monroe è bella. Per un bel soggetto ci vogliono infine bei colori. Questo è tutto. La storia si comporta più o meno allo stesso modo”. Andy Warhol

In copertina: Andy Warhol, Marilyn, 1964. Serigrafia su tela