La Villa Romana di Cottanello: una villa “rustica” con bei pavimenti musivi del I secolo nella provincia di Rieti

di Nica FIORI

Il comune laziale di Cottanello, collocato nella Sabina occidentale, a contatto diretto con l’Umbria, occupa una posizione di grande interesse naturalistico e storico, al centro della penisola italiana. L’aspetto del paese è interamente medievale, ma la sua origine è romana e legata all’importante famiglia degli Aureli Cotta, da cui sembra derivare il nome.

Disegno ricostruttivo

Se nel passato l’ipotesi che il nome fosse dovuto al fundus Cottanus era incerta, la scoperta nel 1968 della villa romana in località Collesecco non lascia più dubbi, perché sull’orlo di uno dei dolia immagazzinati nel criptoportico è stata trovata la scritta M. Cottae.

La scoperta della villa non fu casuale, perché negli anni precedenti vi erano stati alcuni ritrovamenti nel corso di lavori agricoli e lo stesso toponimo di Collesecco sembrava legato al  fatto che il colle, che dista un chilometro in linea d’aria dal centro storico, doveva essere particolarmente arido per la presenza di ruderi, detriti murari e calcinacci. Pare che negli anni ’20 del Novecento fosse ancora visibile in superficie una piccola costruzione romana, poi interrata, e si sapeva pure che lì durante l’occupazione tedesca i contadini nascondevano le derrate alimentari e le cose a cui tenevano maggiormente, entro stanze e cunicoli sotterranei.

Soglia decorata a mosaico

Sulla base di queste testimonianze un gruppo di volontari che si erano costituiti nell’associazione Pro Loco (una vera novità all’epoca per quella zona della Sabina), capitanati dal geometra Fabio Mastrodicasa Rinaldi, decise di scavare a Collesecco, là dove era la costruzione interrata, per riportare alla luce nell’arco di alcuni anni quella che si rivelò essere una villa romana con bei pavimenti mosaicati: una di quelle ville rustiche, tanto diffuse nel territorio sabino, costruite a partire dalla romanizzazione della zona nel III secolo a.C.

Peristilium

 

Seguirono ulteriori scavi promossi dalla Soprintendenza archeologica (realizzati dalla Sapienza Università di Roma), tutti relativi alla parte centrale della villa, comprendente un portico di accesso, un atrio con l’impluvium, un ambiente più grande che doveva essere adibito a triclinio, una serie di stanze per gli ospiti (cubicola), un peristilio, la camera da letto padronale e una zona termale, oltre al criptoportico, che era un grande corridoio di servizio, lungo 36 metri, ma in gran parte  ancora pieno di terra, che ha restituito parti di anfore e dolia che vi erano immagazzinati.

 

Restano invece da scavare le altre parti del complesso, che risultano da prospezioni aerofotografiche e geofisiche. Dal 2013 le ricerche sono state condotte dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo antico (ISMA), in collaborazione con la Soprintendenza, con il CNR e altre istituzioni.

Come ha spiegato la direttrice del sito Francesca Licordari, nel corso dell’apertura della villa in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, queste ville erano vere e proprie aziende agricole (del resto la Sabina si prestava bene alla coltivazione dell’olivo e della vite, come pure all’allevamento), con una parte padronale ricca e dotata di tutti i comfort e fattorie esterne per gli schiavi che lavoravano alle dipendenze del proprietario.

Resti di colonne

Era normale che i senatori romani, che per la loro attività pubblica non erano pagati, si mantenessero grazie alle loro proprietà agricole e, pur abitando a Roma, si recavano volentieri in queste ville di campagna, non tanto per controllare i lavori, compito che affidavano a uno schiavo o a un liberto di loro fiducia, quanto per appagare il loro bisogno di svago e di riposo, quello che veniva chiamato otium. L’otium prevedeva attività intellettuali e fisiche e si contrapponeva al negotium (ovvero la negazione dell’otium). Diverse fonti letterarie ci fanno capire che la vita in campagna veniva idealizzata rispetto a quella cittadina, come per esempio Plinio il Giovane, che nella V epistola scrive, riferendosi alla sua villa rustica in Toscana:

Non mi trovo  mai così bene, sia intellettualmente che fisicamente, come là: infatti tengo in allenamento il mio spirito con le occupazioni letterarie e il mio corpo con la caccia”.

Non si sa con certezza chi potesse essere il Marco Cotta che ha lasciato il suo nome sul bollo, ma potrebbe essere identificato con Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, figlio di Marco Valerio Messalla Corvino (letterato intorno al quale ruotava il Circolo di Messalla) e di Aurelia Cotta. Massimo Messalino ricoprì molte cariche pubbliche (fu console nel 20 d.C.) e viene ricordato da Tacito come uomo crudele e adulatore di Tiberio, mentre Plinio il Vecchio lo cita come autore di testi sulle colture agricole. Sappiamo che la famiglia Cotta era nobile, importante e molto ricca: era un ramo della gens Aurelia che si era insediata in questa zona dal 241 a.C. quando il console e generale Caio Aurelio Cotta l’aveva conquistata insieme a Marco Fabio Buteone, e aveva dato il nome alla via Aurelia.

La villa ha subito nell’arco dei secoli varie modifiche ed è possibile riconoscere almeno tre fasi edilizie. La prima è relativa al II-I sec. a.C., con alcune attestazioni ancora più antiche (III sec. a.C.); la seconda è relativa alla prima metà del I sec. d.C. quando venne costruito l’edificio attualmente visibile, mentre all’ultima fase (IV-VI sec. d.C.) si riferiscono strutture murarie irregolari presenti soprattutto nell’area occidentale, la chiusura del portico occidentale del peristilio e di alcuni accessi alla  zona porticata a est, e altri interventi che segnano profonde trasformazioni nell’uso dell’edificio.

Veduta d’insieme delle murature

Tutto l’insieme, all’interno di una verde campagna coltivata a oliveti e pascoli, è stato coperto da una grande tettoia che protegge ciò che è venuto alla luce. I resti di frammenti di terrecotte architettoniche rinvenuti durante gli scavi sono invece conservati nei magazzini e in parte nel Museo archeologico di Rieti.

Mentre in origine l’accesso doveva essere dal portico orientale, attualmente si accede al complesso da un ingresso moderno collocato nel lato sud, che coincide con il punto dal quale hanno avuto origine gli scavi, in corrispondenza di una voragine causata dal crollo di parte della volta del criptoportico.

Nella visita ci colpiscono non tanto i resti delle murature (tutte in opera pseudoreticolata con conci di pietra calcarea e angoli in opera listata), quanto le pavimentazioni a mosaico che si sono conservate quasi integralmente.

Pavimento colorato a motivi geometrici

Si tratta di mosaici a tessere finissime, per lo più bianche e nere con motivi geometrici di repertorio, ma non mancano alcuni motivi colorati, come maschere teatrali, composizioni vegetali, animali e anforette. In alcuni pavimenti, nel capitello di una colonna e in alcune soglie (dove sono visibili gli incavi per i cardini) domina il colore rossastro dovuto all’impiego del marmo di Cottanello, un materiale locale particolarmente usato nella zona in epoca antica e a Roma in epoca barocca in diverse chiese, dove è stato utilizzato da architetti quali Bernini e Borromini.

 

Pavimento con maschere teatrali

Tra i mosaici ci colpiscono in particolare quelli collocati nelle soglie di accesso alla camera “padronale” e in particolare quello con una scena di corteggiamento tra gallinacei (anche in questo caso s’intravedono alcune tessere rossastre del marmo locale che colorano la cresta del maschio).

Soglia musiva con gallinacei

È un motivo questo che fa intuire la funzione di alcova che doveva avere la camera. Non è più in loco, invece, un grande riquadro (emblema) al centro di un grande ambiente, che pure era presente al momento degli scavi e successivamente è scomparso, forse trafugato illegalmente. Un’altra cosa che ci colpisce è la vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvium).

Nel fondo di questa si osservano un pavimento con mattoncini disposti a spina di pesce (opus spicatum) e muri risalenti alla prima fase costruttiva della villa. Agli angoli dell’impluvium dovevano trovarsi quattro colonne in laterizio ricoperte di intonaco sfaccettato e dipinto. Sempre dall’impluvium si vede l’impronta del canale di collegamento che doveva portare l’acqua alle terme. Nel settore termale non è agevole riconoscere le funzioni dei singoli vani che allo stato attuale sono privi di pavimenti e di arredi.

Un ambiente termale

Si indica generalmente come frigidarium un vano contraddistinto da una forma circolare con quattro nicchie e pavimento cementizio, dove tuttavia non è stata individuata una vasca. Le ricerche degli ultimi anni si sono concentrate su un ambiente attiguo dove è stato rinvenuto un grande accumulo di materiali pertinenti a un impianto di riscaldamento andato distrutto; in particolare i mattoni, circolari o quadrati, per i pilastrini che dovevano sorreggere il pavimento rialzato sotto il quale circolava l’aria calda e tubuli fittili per il riscaldamento delle pareti, oltre a frammenti di vasche e dei rivestimenti pavimentali e parietali.  C’è poi un ulteriore ambiente absidato, forse da identificare con il calidarium, che conserva un pavimento in opera cementizia risalente alla fase costruttiva precedente, ma con uno spesso muro che rompe la simmetria della parete absidata, evidentemente perché aggiunto in un secondo tempo per creare una grande intercapedine.

Calidarium

Non è certa la posizione del forno per il riscaldamento, il praefurnium, mentre un altro piccolo ambiente è stato considerato come latrina.

In epoca romana la villa è da collocare nel territorio di Forum Novum (presso Santa Maria in Vescovio), sorto come luogo di mercato, soprattutto pastorale, su una delle principali vie di traffico della Sabina e organizzato come municipio in età cesariana, come attestato da fonti letterarie ed epigrafiche. Esso svolgeva la funzione di polo di aggregazione in un ambito territoriale in cui prevalevano forme di insediamento sparso (i cosiddetti vici). A Cottanello, oltre alla villa degli Aureli Cotta, è stata ritrovata un’epigrafe che attesta la presenza di un liberto della famiglia Ulpia (quella di Traiano), che era scriba del municipium di Forum Novum.

Nica FIORI Cottanello (RI) 4 ottobre 2020

COTTANELLO, Villa degli Aurelii Cottae

Via di Collesecco 1, località Collesecco, Cottanello (RI)

Le prossime aperture – a ingresso gratuito- sono domenica 11 ottobre e domenica 8 novembre con turni di ingresso alle 10,30 – 11, 30 – 12, 30 .

Prenotazione obbligatoria a sabap-laz.comunicazione@beniculturali.it

Apertura in occasione di visite guidate a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina, Rieti