Il lungo percorso artistico di Placido Scandurra nel segno della ricerca formale e della sperimentazione

di Sergio ROSSI

Ho conosciuto Placido Scandurra (Santa Maria di Licodia -CT- 1947) nell’ormai lontano 1968 quando entrambi giovani siciliani (io di Messina, lui delle falde dell’Etna) da poco venuti a Roma, frequentavamo la scuola libera di disegno dal nudo di via Ripetta. Poi io sono passato dall’altra parte della barricata, dando apparentemente ragione a chi dice che gli storici dell’arte sono in maggioranza dei pittori falliti; dico apparentemente, perché in realtà già allora ero uno storico, seguace di Argan, che aveva per la pittura un interesse non solo teorico ma anche operativo e che non ho mai pensato di trasformare in qualcosa che fosse più di un hobby.

Scandurra invece ha proseguito ed approfondito il suo “mestiere” di pittore e incisore (si è comunque anche diplomato presso l’Istituto Centrale del Restauro) ed io l’ho seguito si può dire in tutte le fasi della sua attività. Innanzi tutto quella figurativa degli anni ’70, legata agli artisti della scuola romana (che giustamente Claudio Strinati considera come una delle fonti del nostro artista) rivisitati alla luce della tradizione pittorica e artigianale siciliana che Scandurra ha sempre tenuto presente, come confermano certi grandi ritratti solo apparentemente ingenui e che sono invece tra le sue opere di maggiore impegno e qualità, e rivisti oggi a distanza di quasi cinquant’anni possono essere rivalutati come piccoli autentici capolavori; qui, negli sfondi trattati ora a fasce o a scacchi ma sempre con giochi tonali molto avvertiti, emerge ancora l’antico decoratore, mentre le figure in primo piano rivelano un disegnatore dotato di grande forza plastica.

Ritratto di Biagio, 1973, olio su tela, 106 x 83 cm

Mi riferisco ad esempio a Marco sul puff rosso o al Ritratto di Biagio, dove la giovanile sfrontatezza del “caruso siciliano” è addolcita dall’insegnamento di Orfeo Tamburi (che del nostro è stato un grande estimatore) e dove più che a Guttuso penso a un grande pittore ingiustamente dimenticato come Saro Mirabella. Ma è nei ritratti dei famigliari che Scandurra dà il meglio di sé, come nel possente ritratto del fratello, Carmelo marinaio, del padre, della madre riuniti (insieme ad un gatto) nel bellissimo La famiglia: i tre parenti dominano imperiosi la scena con le loro masse imponenti e le larghe campiture dei vestiti su un fondo a scacchi e fiori, quasi un Balthus in salsa etnea dotato di straripante vitalità.

La Famiglia, 1972, olio su tela, 129 x 166

Ma questa forza quasi selvaggia si stempera e addolcisce nei numerosi ritratti dell’amata moglie Clara, prematuramente scomparsa dopo una lunga malattia.

Poi la sua arte si è andata evolvendo verso tematiche astratte come la serie delle Metamorfosi delle Figure archetipali e dei Totem, sorta di rilettura onirica dell’arte europea delle origini dell’astrattismo così commentata da Guido Giuffré nel 1979:

«C’è quella sorta di elementarismo formale e narrativo che è della sua pittura meno recente, e ci sono la visionarietà e il mistero di certe immagini inseguite con ostinazione nei quadri degli ultimi anni. C’è l’apertura fantastica e cupa dell’opera incisa; e c’è naturalmente la grande fantasia del disegnatore».
La coppia archetipa, 1982, olio su tela 140 x 103 cm

Sono opere nelle quali Picasso e Max Ernst convivono con i ricordi dei Pupi siciliani e delle pendici dell’Etna, Francis Bacon con i cactus, le agavi e i giganteschi carrubi dei paesaggi siciliani, le forme ataviche e primordiali legate alla cultura isolana  incontrano dottrine sapienziali di matrice indiana nell’idea, come sottolinea ancora Strinati

«di una dimensione organicistica, di una sostanza dura e trasparente che attraversa il nostro corpo come attraversa l’Universo, di un principio generatore che è contrasto ma nel contempo unione, della esigenza primaria, infine, di liberare le energie latenti della mente in un momento prelogico che può essere di fatto oltre la logica e portatore, per antonomasia, di sapere estetico».
Dialoghi primordiali, 1981,tempera su carta, 31 x 47 cm

O come osserva Carla Guidi queste creature sono il risultato delle riduzioni in maschera che servono ad accentuare un mondo “altro”, divino, rituale, mistico, eroico e fantastico. E’ un illusionismo ipnotico con il quale captare la forza soprannaturale degli spiriti ed appropriarsene, oppure strumento attraverso il quale la divinità stessa agisce e possiede temporaneamente l’uomo:

 

«Poi, dopo gli insetti sono arrivati gli antieroi, i bagnanti completamente nudi della serie di incisioni e acquarelli di Spiaggia libera o le figurine di Pastorali ispirati alla mitologia greco/romana, con centauri e guerrieri, comparsi nel 1978 e negli anni a seguire, disposti anche loro in lunghe sequenze sovrapposte senza griglie, come un’iscrizione figurale, ovvero righe animate di un alfabeto visivo.
Bagnanti al tramonto, olio su tela, 40 x 50 cm
Solo dopo, ma separatamente dalle prime, si sono fatti strada i nuovi Eroi, gli Archetipi, i Transformers nell’adattabilità alla complessità del Postmoderno. Ecco la schiera di Cavalieri Inesistenti, dotati di armature e strumenti di mimetizzazione, poi tutti insieme i Totem, gli Archetipi, le Sibille, infine i Guardiani della soglia, con evidenti contaminazioni tra i regni minerale, vegetale e animale.
Guardiano della soglia, olio su tela, 70x50cm
Questi personaggi esemplari, a figura intera o come semplice ritrattistica, sono incorniciati da panneggi, tappezzerie e percorsi da cuciture, cicatrici … dotati di armature e solcati da tubicini, per un’improbabile circolazione di fluidi. Alcuni sembrano provenire dalla sorgente immortale della Natura stessa, piante, fiori, energie primordiali, allusive al corpo ed alla sessualità, altri invece sono feticci autorevoli, dotati di potere malvagio e falsamente prestigioso».

Si tratta tutte di opere, a partire dagli anni ’90, che in qualche modo racchiudono ed inglobano tutte le esperienze precedenti ed in più tornano con la fantasia alla memoria delle origini siciliane, con sabbie dorate e mari azzurrissimi, certo di ispirazione fantastica ma che richiamano anche in modo persuasivo i colori dell’isola lontana. E sono figure che seppur apparentemente colte in un continuo dialogare tra loro rimangono al contrario immerse in un proprio mondo incomunicante e interiore. Infatti, come osserva sempre Strinati

«Le figure di Scandurra pare comunque che si guardino male, non si direbbero amici raccolti in un incontro piacevole: a volte, raramente, si vedono, dentro o fuori le piccole scenette, gesti graziosi come due donne che si offrono un fiore. Ma per lo più si mostrano i denti, senza sbranarsi tuttavia, quasi fosse predisposto a ciascuno uno spazio vitale…guardano la luna, magari, o qualche apparizione inquietante nel cielo. O sono semplicemente contemplatori rabbiosi che attendono».
Figura archetipa e paesaggio, 2002, olio su tela, 80x60cm

Ecco, sembra che Scandurra abbia profeticamente previsto l’effetto del Covid 19, il distanziamento sociale, la paura che ogni altro essere umano, magari proprio un amico o addirittura un parente possa essere l’untore che ci farà ammalare. E in effetti come diceva il sommo Brechtquali tempi son questi, quando anche parlare di alberi è quasi un delitto, perché di troppe stragi si deve tacere”. Ma direi al contrario che parlare o dipingere di alberi, fiori, bagnanti, ometti che guardano la luna, proprio adesso è non solo salutare ma anche doveroso. E allora mi piacerebbe che Scandurra tornasse a rivisitare queste sue figurine fantastiche dotandole appunto di mascherine e termometri, tutte sempre sospettosamente rispettose del doveroso “distanziamento sociale”.

Sono, si diceva, ora uomini e donne nudi che danzano en plein air, cani rabbiosi che abbaiano alla luna, bagnanti sospettosi e guardinghi in attesa di piroscafi in lontananza, oppure colti in caroselli impudichi, figure antropomorfiche rese in improbabili dialoghi primordiali che danno vita ad un universo parallelo fascinoso e sognante, seppure a volte venato da incubi ancestrali e profondi.

Cani randagi, 1999, olio su tela, 40 x 40 cm

Scive Claudio Crescentini:

«Le opere di Scandurra nonostante le diversità e la molteplicità dei periodi, sono costruite  e pensate proprio mediante la risoluzione di tutto ciò che generalmente è appreso nella convenzione dello studio critico. Saltano del tutto, ad esempio, i riferimenti stilistici formativi e, in special modo, il particolare stimolo visivo dell’ispirazione. Questo perchè il nostro a. è un onnivoro coltivatore di cultura visiva, dove alle icone bizantine vanno a sovrapporsi i toni e i colori della sua terra natale, la Sicilia, le suggestioni indiane e junghiane, la fuga seppur senza traumi visivi, dalla realtà che sembra rivelarci proprio la serie dei Bagnanti, dove il rappresentare una realtà minima e fitta sembra proprio essere ispirata dal contrario di una rappresentazione della realtà stessa».

Mentre Antonella Perna osserva che i dipinti di Scandurra

«sono composti da due elementi principali: uno fortemente personale di una realtà interiorizzata e soggetta alla potenza dell’immaginazione, l’altro di tipo letterario con riferimenti, sia mitologici che narrativi, legati alla grande tradizione artistica italiana, dalle lontane origini ai maestri e colleghi che ha potuto conoscere personalmente. Le sue opere riflettono quindi sia la vita interiore dell’artista, le esperienze vissute nello spirito, la religione e i bivi passati, sia la vita fisica, i viaggi e gli incontri, professionali ed intimi».

E gli fa eco Eugenio Giannì quando osserva che in Scandurra

«L’Alchimia dell’arte – come a richiamare l’Alchimia del verbo di Rimbaud – ha un’origine ‘fetale’: nasce e prende forma nel grembo materno, è modellato dallo spirito che caratterizza il paesaggio notturno o assolato della sua regione, si sviluppa nella cultura nella quale si è trovato a crescere, in ciò che lo circonda. Lo stesso ambiente familiare, gli oggetti che adornano nelle semplicità e quotidianità la dimora paterna, costituiscono ‘emblemi’ di un mondo altro, che se acquietano le agitazioni interiori è perché l’artista trova in loro archetipi di millenaria memoria.»

Ecco, sicuramente, quella autobiografica è una delle chiavi per comprendere appieno l’arte del nostro pittore, ma è un’autobiografia sempre filtrata e depurata in una pittura che ha anche un valore catartico di sublimazione delle sofferenze e dei drammi vissuti personalmente e riportati in quella chiave “poetica” che è anche ristoro, amore incrollabile per la vita, sempre e comunque. Ma questa catarsi è raggiunta anche attraverso la manualità, che ho già definito quasi artigianale, la sapienza fattuale di colui che conosce tutte le tecniche dal restauro all’incisione, dalla pittura di cavalletto a quella su muro e tutte le sa usare a perfezione.

Del resto di recente osservavo in altra sede:

«L’arte vive del suo indissolubile rapporto tra mente e mano, tra lavoro e intelletto. Per tanto la vera distinzione non può più porsi tra artisti figurativi e artisti astratti o concettuali, ma tra coloro che sanno usare insieme la mente e la mano, qualsiasi tipo di arte facciano e coloro che non sanno farlo. Così come non vi è alcuna incompatibilità o dualismo tra razionalità e fantasia ed entrambi questi elementi sono necessari per la perfetta riuscita di un’opera d’arte. Sentimento e ragione, idea e prassi, forma e contenuto, ecco gli estremi entro i quali si snoda l’intero percorso della creazione artistica e che devono porsi come pilastri di una nuova estetica “umanista” che ambisca ad essere non una prigione ideologica che detti stili e forme ma un contenitore di valori irrinunciabili entro cui gli artisti che “producono” e i critici che ne commentano l’opera possano muoversi in piena libertà».

Scandurra può dunque essere considerato per me una sorta di “artista tipo”. che sa usare sia la mente che la mano, che sa spaziare dal figurativo all’astratto e viceversa ed ha saputo sempre mantenere un dialogo fecondo con i critici che hanno parlato del suo lavoro, da Orfeo Tamburi a Guido Giuffrè, da Carlo Bertelli a Vito Riviello, da Pasquale Rotondi a Lorenza Trucchi, da Rosanna Barbiellini Amidei a Claudio Strinati, da Giorgio Di Genova ad Edugenio Giannì, da Claudio Crescentini a Lucrezia Rubini, da Antonella Perna a Carla Guidi, che tutti, in diverse epoche e in diversa misura si sono occupati in maniera lusinghiera della sua opera, caratterizzata inoltre da un’attività espositiva molto intensa e proficua, da Dublino a Damasco, da Palermo a Roma, da Mantova a Vienna, solo per citare alcuni luoghi tra i più significativi.

Tutti coloro che si sono occupati della sua arte, a cominciare da me stesso, hanno comunque evidenziato come, al fondo rimanga comunque sempre una Sicilia rivissuta nel mito e se si vuole mischiata anche nella memoria, con le spiagge e coi cieli così diversi dell’Irlanda, così come i Pupi si confondono con le statue Indù, i templi di Agrigento con quelli, ahimè ormai distrutti, della Siria. Ma per quanto un siciliano possa girare il mondo (e quasi sempre lo fa) rimane sempre nel suo subconscio il ricordo, o forse solo la sensazione dell’isola lontana e del resto, come scrivevo in una poesia giovanile:

«Il cielo è giallo quasi tramonto/la spiaggia bianca quasi una baia/più lontano foglie d’arancio/lame appuntite squarciano l’aria/la Sicilia è un’isola lontana/ archi di canne canti di sirene/ nenie di donne pianti di bambine/ squame di spuma distese di saline/ grida di ubriachi sapore di arancine/ eco di suoni o spari di lupara/ pezzi di pupi o resti di tonnara/ si fa scuro, viola quasi nero/ luci di barche macchiano il mare». O ancora, quando l’ironia amara prende il posto della nostalgia:«C’è sempre il mare nelle città di mare/ sotto le stelle/calde di vento e piene di zanzare/ e nelle strade umide di sera/ recidive di primavera/un ragazzo passeggiava col suo cane/e dietro il Duomo ridevan le puttane/poi il cane è morto e nella città di mare/sono rimaste solo le zanzare».

Col tempo poi tutto si rasserena e basta un arancino/a fatto come Dio comanda o il ricordo della Madonnina vista dal traghetto a riconciliarti con l’isola lontana di cui ormai Scandurra nella recentissima produzione astratta riproduce solo griglie di forme geometriche primarie che curiosamente riprendono proprio i primissimi quadri astratti della fine degli anni ’60 quasi come a voler chiudere un cerchio che in realtà non si chiuderà mai.

Sergio ROSSI  Roma 25 ottobre 2020