Giacomo Balla dal primo autoritratto alle ultime rose; importante retrospettiva alla Galleria Russo

di Nica FIORI

Un artista che indubbiamente ha lasciato il segno nel corso del secolo passato è Giacomo Balla (1871-1958).

A 150 anni dalla sua nascita, la Galleria Russo, una delle più prestigiose gallerie d’arte romane, propone fino al 22 maggio 2021 una mostra che ci appare imperdibile: “Giacomo Balla. Dal primo autoritratto alle ultime rose”, a cura di Fabio Benzi.

Immaginate di entrare nello studio dell’artista e di trovare nei suoi cassetti la genesi di capolavori e opere di studio, che mostrano fasi iniziali e finali del suo intricato percorso creativo, oltre a quadri finiti, lungo un arco temporale di oltre cinquanta anni.

1 Giacomo Balla, Autoritratto, 1894 circa, olio su cartone
1 bis retro dell’ Autoritratto

Allo stesso tempo si può scoprire il suo volto, a partire dal primo Autoritratto, del 1894 circa, che sembra quello di un eroe romantico, con bellissimi occhi azzurri che ci attirano magneticamente e folti baffi rossastri. In questo olio, realizzato su carta fotografica, egli si è curiosamente ritratto sul retro di una foto, che lo riprende all’età di tre-quattro anni con lunghi capelli biondi (foto 1 e 1 bis).

Nella stessa sala un altro autoritratto, Ball’Io, un pastello datato 1940, reca sul retro la scritta:

Se mi guardo nello specchio / m’assomiglio / Se mi guardo nell’interno / non m’assomiglio / Balla 1940 / Sbagliatissime queste affermazioni /A. 1943 / A mia figlia / Elica Balla”.
2 Giacomo Balla, Ball’Io, 1940, pastello su carta

Ed è proprio Elica, secondogenita di Balla (nata dopo Luce), che racconta in un suo scritto del 1986 come i capelli grigi arruffati del pittore avessero spinto la madre a chiamare quell’autoritratto “Prof. Picard”, dal nome dell’oceanografo che si era spinto con il suo batiscafo nelle profondità marine (foto 2).

La moglie di Balla si chiamava Elisa Marcucci ed era la sorella di Alessandro Marcucci (aspirante pittore, grande amico di Duilio Cambellotti). Giacomo l’aveva conosciuta nel 1897 e dopo quella data l’aveva ritratta più volte, come per es. nel piccolo olio del 1902, dove si legge Elisa al Giardino del Lago.  La giovane donna è raffigurata di profilo con il suo ombrellino, seduta sulla staccionata che delimita il laghetto di villa Borghese. Una villa questa che per Balla è stata un paesaggio naturale d’elezione, con i suoi sentieri, le fontane, le statue antiche e soprattutto gli alberi: un paesaggio che ha indagato in continuazione (foto 3).

3 Giacomo Balla, Veduta di Villa Borghese, 1902, pastello e gesso su carta

Come si legge nella scheda di Elena Gigli, quello della villa romana è

uno dei primi temi sperimentali affrontati dal pittore, proprio come saranno all’epoca eroica del Futurismo i temi della Rondine, l’Automobile in corsa, la Velocità astratta, le Linee forza di paesaggio, le Trasformazioni forme spirito, il Mercurio che passa davanti al sole, e così via”.

Nella mostra veniamo di fatto introdotti nell’intimità di casa Balla, attraverso una serie di documenti e fotografie che mostrano la celebre abitazione di Via Oslavia, col suo grande salone pieno di quadri e dove “ogni singolo mobile, piatto, soffitto e parete erano decorati … Seppur fossero oggetti statici, era tutto in movimento”, come scrive nel catalogo Valentina Tosti, ricordando come ai suoi occhi di bambina quella casa “sembrava un luogo incantato”.

Quando pensiamo a Balla, lo inquadriamo subito come genio futurista, ma è sbagliato ricondurre alla sola gloriosa stagione futurista la poliedrica e complessa attività di Balla, che ha attraversato da autentico precursore la prima metà del Novecento.

Nato a Torino nel 1871, Giacomo Balla assorbe dal padre Giovanni, fotografo dilettante, i primi stimoli verso la fotografia che approfondisce durante la frequentazione dell’Accademia Albertina. Si trasferisce nel 1895 a Roma, dove conquista presto un ruolo di primo piano e vi rimane fino alla morte nel 1958. Dagli esordi nel segno della scomposizione divisionista del colore (ispirata a Segantini e Pellizza da Volpedo), alla forte impronta fotografica delle inquadrature nei ritratti, egli giunge al dinamismo e alla velocità futurista per poi tornare al figurativismo, ai ritratti di famiglia o ai paesaggi. Come ha dichiarato Fabio Benzi, Balla è stato

un innovatore fino alla fine, tanto che vent’anni prima di Andy Wahrol studia un sistema iconografico che somiglia a quello della pop art”.

In lui c’è una tensione continua verso la sperimentazione e il filo conduttore potrebbe essere proprio la luce, il suo scomporsi e ricomporsi nel movimento. Luce solare, luce artificiale, ma anche studio dei raggi luminosi derivato dall’uso della camera ottica fotografica, da cui derivano i tagli diagonali e gli effetti di luce radente e di controluce, l’autoscatto e l’inquadratura parziale dell’immagine.

4 Giacomo Balla, Ritratto di Elica, 1936

Troviamo in mostra un quadro decisamente fotograficio, quasi in bianco e nero, il Ritratto di Elica del 1936 (pastello su cartoncino nero), dove la linea del profilo della secondogenita di Balla è evidenziata da una luce, mentre il resto del viso e dello sfondo appare in penombra (foto 4). In altri quadri raffiguranti le figlie, al contrario, il colore viene esaltato, come nel ritratto di Luce del 1933, intitolato Color Luce, o Dissonanze e armonie. Si tratta di un olio su tavola che raffigura la giovane in costume da bagno blu contro un coloratissimo sfondo futurista. Sembra quasi una diva del cinema, e del resto anche il nome Luce appare moderno e cinematografico, essendo una rielaborazione, legata al periodo futurista, del nome anagrafico Lucia (foto5).

5 G.Balla, Colorluce, olio su tavola, 1933

Un altro importante ritratto femminile è quello intitolato Pianticella delicata, un olio su tavola del 1937 con la sua cornice originale, che riprende in parte la stessa tonalità viola del dipinto: raffigura Elica, che ha raccontato di aver posato stando su un piede solo, per mantenere la stessa linea della pianta delicata che teneva in mano (foto 6).

6 G. Balla, Pianticella delicata, 1937, olio su tavola

Doveva essere un padre particolarmente legato alle proprie figlie Giacomo Balla, ma il suo amore soffocante le ha, per così dire, relegate nella casa di via Oslavia, dove si sono dedicate alla pittura e alle arti applicate, senza farsi una famiglia propria.

La mostra, ricca di 80 opere, tra cui alcuni studi inediti, permette di approfondire con le sue accurate schede didascaliche e con alcune frasi evidenziate sulle pareti il geniale personaggio, che, da vero creatore di arte totale, si paragonò scherzosamente ai grandi del Rinascimento:

Nel ‘500 mi chiamavo Leonardo o… Tiziano. Dopo i secoli di decadenza artistica, son riapparso nel ‘900 per gridare ai miei plagiatori che è ora di finirla con il passato perché son cambiati i tempi” (da Futurballa).
7 G.Balla, La pazza in via Parioli, studio, 1905, matita su carta

Quando arrivò a Roma, Balla doveva apparire molto moderno agli occhi degli artisti dell’Urbe, tanto che qualche anno dopo il suo allievo Umberto Boccioni lo definì “un torinese diverso e feroce”. La sua modernità è ben sintetizzata da un gruppo di studi preparatori per le tele del Ciclo dei Viventi, realizzate tra il 1902 e il 1905.  Dei sei bozzetti, uno si riferisce al Mendicante e cinque a due diverse versioni della Pazza, quella in collezione GNAM e una di cui non si conosce l’attuale ubicazione (foto 7). I disegni preparatori dell’opera dispersa rivelano chiaramente l’ispirazione alle opere grafiche di Edvard Munch, visto da Balla all’Esposizione degli Amatori e Cultori di Roma (dove egli stesso presentava un gruppo di nove opere) e subito individuato come portatore di un prezioso tesoro di novità.

Come scrive il curatore Benzi, anche

un disegno apparentemente decorativo ci mostra torsioni espressive inedite e insospettabili… Quello che appare come un innocente disegno per il ricamo di una tovaglia (finalità del disegno su cui mi permetto di dubitare), è in realtà uno studio estremamente complesso di una sintesi futurista che stringe in sé diverse ispirazioni eccentriche”.
8 G.Balla, S’è rotto l’incanto, 1921

Ma anche sui quadri finiti c’è molto di più di quello che appare a uno sguardo superficiale, come nel caso di S’è rotto l’incanto (1920-25), un grande olio su tela esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1926, che Marinetti definì “Lo stato di un’anima che ha un’illusione che a un tratto si rompe”. In quella straordinaria invenzione cromatica di variazioni sul rosa va visto il momento più alto di una nuova ricerca di Balla, questa volta concentrato sulla parola. La superficie pittorica è, infatti, composta da un incastro di elementi geometrici che, a un’osservazione ravvicinata, risultano essere le lettere maiuscole  della parola “incanto”, spezzate dall’interferenza di saettanti linee grigie (foto 8).

9 G. Balla, Balfiore petunie, 1924, olio su tela
10 G.Balla, Balfiore rose, 1927 ca, olio su tela

Tra le altre opere futuriste in mostra troviamo Sbandieramento (tempera su carta, 1918-20), un dipinto in cui lo sventolio delle bandiere tricolori è inserito sullo sfondo di un cielo azzurro e di linee nere; Linee Forza di mare (tempera su carta intelata, 1919), dalla forma rettangolare lunga e stretta; Balfiore-petunie (olio su tela del 1924) e Balfiore-rose (olio su tela del 1927), due opere che colgono la vibrazione coloristica che emana dallo splendore dei fiori nella luce; Giocoforza n.15 e Forme rumore + spazio n.45, due oli su tela del 1929-30 che rientrano per la loro forma tra i cosiddetti “quadri quadrati” (foto 9, 10 e 11).

 

11 G.Balla, Giocoforza n.15, olio su tela

Una frase su una parete è tratta dalla Ricostruzione futurista dell’Universo, un manifesto che egli firmò insieme a Depero, proponendo un’estensione dell’estetica futurista dall’arte alla vita, che doveva investire l’abbigliamento, l’arredamento, il teatro, la casa e l’architettura. Fu per questo che la sua casa divenne un laboratorio di arti applicate, ma non dobbiamo dimenticare che Balla era attratto dalla teosofia, oltre che dal moto e dalla luce, e quindi dall’idea di un dinamismo anche spirituale, che va al di là della terza dimensione.

G. Balla, Studio per soffitto,1920 ca., tempera su carta

Colpisce la nostra attenzione anche uno studio del 1925 (matita su carta) per Genio futurista, il gigantesco dipinto su tela d’arazzo realizzato per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1925 (nella sezione delle arti decorative): una costruzione incentrata su una schematica figura antropomorfa, da cui si irradiano “forme rumore” che condensano le diverse esperienze pittoriche futuriste in una sorta di summa artistica.

12 G. Balla, Ultime rose

Le Ultime rose ricordate nel titolo della mostra sono state dipinte nel 1952 e, come scrive Luce Balla sul retro, sono “l’ultimo quadro di fiori dipinto dal padre”, poetico ritorno alla realtà fatta di piccole cose, ai colori e ai profumi della primavera romana (foto12).

Quasi tutte le opere esposte nella mostra provengono da Casa Balla, che a fine maggio aprirà le sue porte al pubblico per iniziativa del MAXXI in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della nascita del grande artista.

Nica FIORI  Roma 18 aprile 2021

GIACOMO BALLA. Dal primo Autoritratto alle Ultime rose

Galleria Russo, Via Alibert, 20 – Roma  http://www.galleriarusso.com 15 aprile – 22 maggio 2021

Orari: lunedì dalle 16,30 alle19,30, dal martedì al sabato dalle 10 alle19,30 Ingresso libero