Dal Corpo / Gioco al Corpo in Gioco. Arte, immaginario, linguaggi nella costruzione del Sé e le simbologie del dono.

di Carla GUIDI

DAL CORPO/GIOCO AL CORPO IN GIOCO

Arte, immaginario, linguaggi nella costruzione del Sé e le simbologie del dono (tra i miti della rinascita, consumismo e metamorfosi digitale).

FOTO 1 – Manifesto per questo progetto dello street-artist Maupal – Corpo Gioco

Questa ricerca visuo-spaziale che ho curato e sto inaugurando all’Associazione Culturale “Lavatoio Contumaciale” (Piazza Perin del Vaga 4 – Roma) il 2 dicembre 2023 ore 17,30, presentandola insieme al sociologo e giornalista Pietro Zocconali Presidente ANS (Associazione Nazionale Sociologi) ha una sua origine, un suo progetto ed una sua finalità. Queste riguardano il “corpo” in senso fisico ma anche psichico, come ormai abbiamo imparato (dopo il classico dualismo detto cartesiano) e la sua rappresentazione nelle arti visive, in particolare riguardanti la nascita del Sé nel bambino/a in relazione alle simbologie del dono e dei giocattoli che trovano il momento tradizionalmente più evocativo all’interno dei miti della rinascita della Natura dopo la stasi invernale.

2 Maupal Matriosche

La mostra sarà visibile dal 2 al 16 dicembre 2023 con la partecipazione e le opere degli artisti: Antonella Cappuccio, Maupal, Grazia Menna, Mauro Molinari e Valter Sambucini. Servizio TV e stampa a cura di MONOLITE Notiziehttps://www.monolitenotizie.it/– INGRESSO LIBERO

INFO carlaguidi@libero.itinfo@archiviotomasobinga.it

Questo primo appuntamento è finalizzato ad aprire un ampio dibattito sul contemporaneo e ambiguo culto dell’infanzia, mentre gli artisti intanto con le loro opere rappresentano simbolicamente l’ “esperienza del corpo proprio e di quello sociale”, doppiamente concreta ed immaginaria della sua raffigurazione sotto forma di giocattolo: giocattolo ricordato o desiderato, amato oppure odiato, perduto, temuto o terrificante, infine sognato in quanto oggetto di identificazione e personificato sotto forma di storia.Infine rintracciato ed eletto (dopo l’avvento del cinema e del fumetto, nonché dei libri per l’infanzia) tra i personaggi di fantasia (oggetti di vari materiali o disegnati) che hanno viaggiato in immagine o sembianza metamorfica attraverso questi media, mescolando la loro forma ad altre, appartenenti a contesti diversi, divenendo anche personaggi storicizzati, pubblicizzati e commercializzati nel contesto sociale.

3 Antonella Cappuccio. Gioco con la bambola
FOTO 4 Antonella Cappuccio. BANG

Una parte centrale di queste argomentazioni occupa la differenziazione tra giocattoli distinti in base al sesso; un libro, di grande successo negli anni ’70, aveva sfatato esplicitamente il mito che il gioco, nei rapporti di genere, esplicitasse tendenze “innate”, invece che dovute a “condizionamenti culturali”. Mi riferisco a – Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita – di Elena Gianini Belotti (Feltrinelli 1973).

Oggi che l’aggressività diffusa e la violenza si sono riprese la scena, dovremmo tutti riflettere infine sull’educazione alla tolleranza ed alla conoscenza di sé come valore. Promuoviamo quindi un appuntamento che diventerà annuale, idoneo a viaggiare in una dimensione diversa dall’entusiasmo consumistico, facendo tornare la ricorrenza del Natale a contatto con il contesto ed il significato di una festa della ri-nascita ad opera delle figure archetipiche che sempre hanno sostenuto l’immaginario magico del bambino, prima ma anche durante la grande invasione degli oggetti-merce. L’argomento è complesso ma intrigante, specialmente oggi, da quando sono entrati in campo i cosiddetti millennials o “nativi digitali” seguiti dalla generazione delle reti, poiché sembriamo temere (noi della generazione del dopoguerra) un modificato rapporto con la Realtà ed un insidioso sprofondamento in un non ben definito “virtuale” che riguarda anche gli anni dell’infanzia.

Il titolo “il corpo-gioco” potrebbe collocarsi come ipotesi di un percorso educativo-preventivo di psico­motricità, nei suoi vari aspetti interdisciplinari, con la finalità che tutti i bambini e le bambine abbiano pari opportunità per costruire il proprio schema corporeo e relazioni sociali equilibrate e soddisfacenti, anche attraverso i primi oggetti elettivi (quelli che Donald W Winnicott descrive come oggetti transazionali) poi con quei giocattoli che aiutano il piccolo essere umano nel percorso di crescita alla costruzione del proprio Sé.

5 Grazia Menna. MostraCorpoBambole

Tutto questo sembrerebbe legittimo e doveroso, mentre sempre più istituzioni ed aziende si sono attivate, almeno dall’Illuminismo in poi, seguendo le indicazioni di studiosi e filosofi per occuparsi a vario titolo di questo settore dell’educazione che corre parallelo all’alfabetizzazione e all’educazione civica. Già John Loche filosofo e pedagogo inglese nel 1693 scrisse un libro in cui spiegava l’importanza del gioco per uno sviluppo sano del bambino e come non ricordare l’Emile di Jean Jaques Rousseau che contribuì a lenire, anche se solo in parte, la dura vita dell’infante, specialmente se maschio, poiché certe rigide educazioni alla disciplina, per forgiare futuri soldati, scoraggiavano addirittura il gioco ed i giocattoli, mentre per le bambine i giocattoli rimanevano a lungo pratica idonea, come se si volesse prolungare la loro dipendenza infantile, ma già focalizzandola ad un precoce addestramento all’unica funzione ed occupazione prevista per loro; l’allevamento e la cura dei figli.

FOTO 6 Mauro Molinari Arlecchino

Da qui la profonda ambiguità che nel corso della storia, anche recente, abbiamo visto di non voler riconoscere o far finta di non sapere che il giocattolo (soprattutto quello in forma umanoide) riguarda una primitiva identificazione del bambino/a, insieme alla proiezione del proprio corpo, non la precoce predisposizione alla gestione di un bebè. Un narcisismo quindi necessariamente fisiologico, protettivo e proiettivo che aprirà (se tutto va bene) a futuri “sani scenari” di rapporti empatici positivi con il prossimo e la catena delle identificazioni. 

Sappiamo inoltre che l’immagine inconscia del corpo si costituisce sulle prime sensazioni sensoriali, vestibolari e cinestesiche del feto, sensazioni che l’organismo riceve e cerca di elaborare, così come nel lattante la rappresentazione è frammentata, andando a formare le cosiddette “isole dell’io”, allora il primo giocattolo funzionale, semplice e morbido, finisce perduto o distrutto (l’oggetto transazionale di Winnicott) e poi non se ne ha nemmeno memoria. Invece in seguito compaiono quei giocattoli veramente significativi che si fissano nella memoria dell’infante, dotati di un alone di affettività per la costruzione dell’immagine di sé, ricordati con nostalgia ed a volte conservati gelosamente per tutta la vita, difesi con ostinazione nella difficile, a volte violenta, immersione nella proteiforme cultura del presente.

Gli esseri umani hanno sempre cercato di rappresentare il corpo proprio e quello dei propri simili, un io corporeo la cui nascita ha seguito un lento processo che corre parallelamente alla nascita del linguaggio e all’inserimento del piccolo essere nel vasto consorzio sociale cui appartiene, ma seguendo un percorso filogenetico e culturale che riguarda la forma corporea è doveroso sottolineare che il discorso è assai complesso e dovrebbe essere indagato con maggiori ed estesi contributi in ambito multidisciplinare.

In questa nostra proposta basti accennare al fatto che il punto di partenza della rappresentazione del corpo umano sembra aver avuto una destinazione religiosa e/o magica, in qualche modo essere stato una primitiva macroscopica rappresentazione della divinità ad immagine d’uomo (non viceversa) oppure anche in forma mista, zoomorfa e umana, mentre in forma ridotta diveniva un primitivo sostituto simbolico di sacrifici umani. Infine, e forse parallelamente – questa forma umana, riconoscibile anche se appena accennata (tradizionalmente in cera o in radice di mandragola) – veniva utilizzata in occulti riti magici ed incantesimi, tutt’ora efficace a terrorizzare quando viene impiegata, per esempio, in film del genere horror. Anche le prime rappresentazioni artistiche del corpo sembrano provenire tutte da quelle tribali, considerate avere un grande potere magico, procedendo poi in avanti da quell’ambigua terra di confine tra realtà, immaginario e simbolico.

FOTO 7 Grazia Menna. UnghiePallone

Ma se vogliamo seguire la strada tracciata dagli strutturalisti in questo percorso tra le contaminazioni dei linguaggi, tra etica della responsabilità e l’esasperato estetismo dell’art pour l’art, infine dell’arte al servizio o semplicemente interprete della società, ricordiamo che gli anni Sessanta, nel contesto ormai consolidato della società dei consumi, avevano dato vita a movimenti sull’interazione tra l’opera e lo spettatore, mentre il corpo andava a rappresentare, con la sua sofferta adattabilità e la sua pulsazione animale, la scenografia naturale, il limite ultimo e lo spettacolo umano dell’estrema sperimentazione artistica delle neo-avanguardie, la cosiddetta Body Art.

Da dove venga questa magia delle immagini che ci attrae, ci ipnotizza o ci disgusta ce lo possono chiarire i recenti studi dei neuro/scienziati, in particolare Giacomo Rizzolatti il cui nome è legato alla scoperta dei neuroni specchio all’interno della corteccia motoria del cervello. Questo ci ha permesso di spiegare, a livello neurologico, il meccanismo dell’empatia, non solo tra le persone ma anche attivato dalle semplici immagini, artistiche o meno, astratte o meno, che non solo accendono nel pubblico emozioni simili a quelle di chi le ha prodotte, ma attivano percettivamente nello spettatore anche le aree motorie che controllano l’esecuzione dei gesti che hanno prodotto quelle stesse immagini. Questa è anche la tesi di fondo dell’interessante volume di Horst BredekampImmagini che ci guardano – (Cortina editore 2015). La forza intrinseca di un’opera l’enargeia di cui parla Aristotele nella Retorica – sostiene Bredekamp nella sua teoria dell’atto iconico – ha la capacità di legare a sé lo spettatore, arrivando perfino a togliergli la libertà.

Così dall’animaletto antropomorfizzato all’iperrealistico “doppio”, dalla bambola al soldatino infine al cyborg, l’automa, il supereroe – dall’identificazione e la costruzione dell’io corporeo all’imposizione culturale del linguaggio ma anche del “ruolo” – il passo è breve. Il bambino e la bambina trovano i loro giocattoli, o vengono loro assegnati oppure li costruiscono, ma ogni momento di questo percorso è importante e lascia un segno indelebile nella personalità dei soggetti.

FOTO 8 – Valter Sambucini. Santa Express

Particolare importanza hanno i giocattoli fatti trovare o regalati in occasione del Natale poiché si inseriscono in un mito o tutta una serie di miti di morte e rinascita che appunto perché miti, ci riguardano, così come ci ha insegnato Carl Gustav Jung. Ma per dirla con lo strutturalista Claude Lévi-Strauss, possiamo approfondire l’argomento leggendo il suo Père Noël supplicié – in italiano – Babbo Natale giustiziato, (Sellerio – Palermo 1995 – trad. Clara Caruso) che parte addirittura analizzando un fatto di cronaca. Una manifestazione tenuta a Digione nel 1951, per protestare contro la paganizzazione consumistica del Natale, che aveva previsto il rogo di un pupazzo di Babbo Natale di fronte alla cattedrale della città.

Lévi-Strauss allora dimostra, con un articolo, che proprio attraverso questa azione (la condanna religiosa al rogo) la figura mitica di Babbo Natale afferma tutta la sua essenza e persistenza, cioè di essere figura strettamente legata agli antichi riti di iniziazione, perciò non può che affermare la sua resistenza in vita e la sua “invulnerabilità”.

Si rimanda al testo originale per un’analisi dettagliata, ma dobbiamo ricordare che soprattutto Lévi-Strauss identificava il tema dei bambini come mediatori fra generazioni e come elementi di passaggio tra vita e morte, tra mondo terreno e aldilà, avendo collegato comparativamente le somiglianze grammaticali di vari rituali magici e mitici.

Dalla simbologia di Babbo Natale, Lévi-Strauss infatti passa ai riti di altre culture, come le feste degli indiani Pueblo del sud-ovest degli Stati Uniti, nei quali i Katchina, spiriti di antenati, tornano sulla terra ciclicamente per compiere cerimonie e per punire o premiare i bambini, lo Julebok scandinavo, demone cornuto del mondo sotterraneo con le stesse funzioni, oppure identifica un altro benefattore dei bambini in San Nicola che li risuscita e li colma di regali o si riferisce alle questue dei bambini per Halloween, durante la quale questi, vestiti da scheletri, fantasmi o zombie, prendono il posto dei fantasmi che tormentano i vivi per avere dei dolci in cambio di una tregua che duri fino all’autunno seguente. … Il senso ultimo è l’idea di una figura divina la cui morte è necessaria per rigenerare la vita, un complemento allo schema mitico nel quale il ruolo di mediazione risolutiva è assolto dai morti e dal loro inverso speculare costituito dai bambini.

Fortunatamente ancora persiste l’evocazione mitica di Babbo Natale per incantare i più piccoli, la cui visita ricordi loro che la sua generosità sarà commisurata al loro comportamento, mentre il carattere periodico della distribuzione dei regali servirà a disciplinare, in maniera appropriata le loro richieste, a circoscrivere il periodo in cui hanno davvero diritto di pretendere dei regali (dando anche un ritmo al loro desiderio ed un limite necessario, viceversa disatteso dall’accumulo odierno di oggetti obsoleti che non sostituiscono la presenza di genitori perennemente impegnati).

Insomma, la persistenza ineludibile dell’immaginario archetipico non è necessariamente colonizzabile ed in maniera totale dall’industria del giocattolo, che spesso può disturbare un sereno processo di costruzione dell’immagine di sé del bambino/a togliendo loro ogni invenzione, ogni gradualità, ogni libertà costruttiva, imponendo modelli precostituiti e meccanizzati (con la scusa dell’educabilità al reale) vissuti poi spesso come violenti o persecutori, perché in realtà lo sono. La cosa più semplice è che siano i genitori, o figure parentali che hanno la responsabilità del bambino/a, a rispondere alle sue domande in relazione agli eventi ed alle fasi della sua capacità di comprensione, non abbandonarlo semplicemente – così come li si abbandona davanti alla tv – direttamente a contatto di un misterioso simulacro non idoneo ad essere gestito interamente dalle fantasie del bambino/a in nome di una liberalizzazione anacronistica che non tiene conto delle tappe psichiche che il piccolo deve attraversare e superare, per esempio, come l’imposizione una precoce sessualizzazione in nome di un realismo inadeguato.

9 Mauro Molinari. Il bugiardo

I giocattoli che invece i bambini gradiscono di più, sono quelli che hanno una grande mobilità di braccia e gambe, anche se si tratta degli assai amati animali antropomorfizzati, ma che possano essere vestiti e spogliati, messi seduti o sdraiati o fatti camminare. Potrebbero essere definiti, a buona ragione, giocattoli poetici.

Film e libri su questi esseri immaginari sono stati moltissimi e le persone della mia età hanno vissuto la loro infanzia in compagnia dei simpatici personaggi della produzione di Walt Disney, ma vorrei ricordare anche personaggi divenuti mitici come il famoso burattino Pinocchio (marionetta senza fili) libro conosciuto a livello mondiale che, solo a titolo d’esempio, molti artisti hanno evocato e rappresentato: uno tra tutti Jim Dine (Cincinnati, USA 1935) tra i maggiori protagonisti dell’arte americana dagli anni ’60, recentemente presentato (nel 2020) in una mostra documentaria al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Si può tra l’altro dire quanto questo personaggio sia stato o sia per lui una vera ossessione, avendo anche confidato lui stesso al pubblico in quella occasione, di essere stato scioccato dalla visione di quel film d’animazione del 1940, realizzata da Walt Disney. A partire dal 2004 infatti dedicherà molte sue opere alla sua predilezione per il personaggio di Carlo Collodi, a quella creatura meravigliosa portatrice dell’antica metamorfosi dell’inanimato che prende vita. Fino a circa il 2012 ha proseguito in tale proponimento, epoca della prima gigantesca scultura intitolata Pinocchio (Emotional) a Cincinnati, sua città natale, posta di fronte al Museum of Art, dove per l’occasione esponeva il portfolio dedicato al burattino realizzato nel 2006.

L’argomento della metamorfosi e dell’inanimato che prende vita ci rimanda all’argomento creature umanoidi. Androide (chissà perché il termine Ginoide viene solo usato nell’estetica mentre se ne hanno esempi indimenticabili nei film Blade Runner e Metropolis per esempio) un essere artificiale, un robot con sembianze umane, presente soprattutto nell’immaginario fantascientifico, Replicante oppure Cyborg, il cui termine deriva dall’unione di due parole – “cibernetica” e “organismo”, costituito quindi da parti biologiche oltre che artificiali, nell’interazione quindi tra una componente biologica ed una elettromeccanica … A questo proposito non si può non citare, tra mille altri, il capolavoro di Isaac Asimov L’uomo bicentenario (The Bicentennial Man) del 1976.

Ernst Anton Jentsch è stato uno psichiatra tedesco, ricordato soprattutto per l’influenza esercitata su Sigmund Freud, il quale lo menziona nel suo trattato The Uncanny (Il perturbante 1919), termine utilizzato da Freud per esprimere la paura che si prova quando qualcosa viene avvertita allo stesso tempo familiare ed estranea, generando pertanto confusione, angoscia; legata essenzialmente alla difficoltà di distinguere fra un oggetto animato ed uno inanimato (figure di cera, automi, pupazzi vari).

L’industria cinematografica in tal senso ha utilizzato a piene mani i bambini in un ruolo sinistro e diabolico nei racconti “horror”, proprio in ragione di questa loro somiglianza con le bambole, i bambolotti, e insomma qualcuno o qualcosa di fragile, dotato però di grande potenza, oggetto che simula la vita e insidiosamente induce ad abbassare le difese per trovarsi infine di fronte alla morte. In conclusione, sono caratteristiche imprescindibili del “perturbante” non solo il dualismo e l’ambiguità fra familiare/innocuo ed estraneo/pericoloso, ma anche la sorpresa e la condizione di disarmo psicologico che derivano dallo spiazzamento delle usuali difese operato da tale dualismo, da tale “familiarità” e da tale ambiguità. L’argomento partecipa e si innesta in un discorso molto ampio sul cosiddetto “doppio non umano” sullo sguardo, l’invidia, la persecuzione e l’ostilità e il suo trasformarsi in un’inimicizia mortale fra fratelli, o in senso lato, fra i popoli.

FOTO 10 – Valter Sambucini. Trio plastico

Alimentare tali sentimenti nel bambino porterà a conseguenze disastrose per la sua salute e quella del futuro dell’umanità, auspicabile invece che possa scaricare la sua angoscia ed aggressività (spesso nata dalla paura) legandola ad espressioni positive e costruttive come le fiabe spesso sono riuscite a fare, “interfacciandosi” tra l’adulto, il giocattolo ed il linguaggio simbolico dell’arte, anche nelle sue primitive espressioni infantili, quali la mimica teatrale del gioco, il disegno, il racconto di fantasia … Ricordando sempre che le fiabe non sono racconti qualsiasi, a conferma rileggiamo quello che ci insegna la celebre lezione di Morfologia della fiaba, un saggio di Vladimir Propp, pubblicato a Leningrado nel 1928, uscito in Italia nel 1966 per Einaudi, a cura di Gian Luigi Bravo.

L’argomento “bambole come trappole della bellezza” che apre uno scenario molto interessante e terribile, è un argomento che ha bisogno di molto spazio e che tratterò in un prossimo articolo, ma gli artisti che partecipano a questa prima fase espositiva hanno già partecipato ad un dibattito su questi argomenti, dibattito che proseguirà ne “le Nuits de la Lecture” dal 18 al 21 gennaio 2024. Tre intense giornate e serate dedicate alla lettura, incontri con autori ed altro, incontri gratuiti e aperti al pubblico francofono e non solo. Manifestazione creata nel 2017 dal Ministero della Cultura francese per celebrare il piacere di leggere e democratizzare l’accesso alla lettura, che quest’anno ruota attorno al tema “Le corps”.

Carla GUIDI  Roma 26 Novembre 2023

Un breve cenno biografico agli artisti di questo primo appuntamento:

ANTONELLA CAPPUCCIO – Ha iniziato il suo percorso artistico nel 1975, affiancandolo al suo lavoro di costumista per il cinema, la televisione ed il teatro. Nel 1986 ha preso parte alla XI Quadriennale di Roma e da allora è stato un susseguirsi di mostre sia in Italia sia all’estero. Nel sito dell’artista si possono vedere le varie fasi della sua produzione artistica, i suoi traguardi professionali e le sue predilezioni poetiche nel tempo, ma si può anche leggere quanto hanno scritto su di lei storici dell’arte e scrittori quali Giorgio Di Genova, Paola Langerano, Dacia Maraini, Gianluigi Mattia, Lorenzo Ostuni, Katriona Munthe, Claudio Strinati, Duccio Trombadori, Marco Bussagli  ecc www.antonellacappuccio.it

 

MAUPAL (Mauro Pallotta) – è nato e vive a Roma, città alla quale è legato sentimentalmente, anche se le sue opere sono presenti in tutto il mondo. E’ un artista indubbiamente dotato di una grande sensibilità osservativa e fine ironia, soprattutto noto come Street Artist e riconosciuto come uno degli esponenti di spicco del settore. Di lui hanno scritto numerosi quotidiani e riviste internazionali e ARTNET l’ha inserito al ventunesimo posto della classifica dei primi trenta street artist più influenti al mondo – oltre a prendere parte ad opere a livello istituzionale ed internazionale, non disdegna fiere, musei e gallerie, esponendo anche lavori di “fine art” e tecniche diverse.

 www.maupal.net/-

GRAZIA MENNA – Nasce a Roma dove vive e lavora. Dopo aver completato la sua formazione umanistica presso l’Istituto Fuà Fusinato di Roma inizia ad occuparsi con passione di fotografia, ma sono i master di Fotogiornalismo presso la Graffiti Press di Roma e di Antropologia Visuale presso l’Istituto Superiore di Fotografia di Roma che danno una svolta radicale al suo lavoro artistico con i reportage su tribù quasi in estinzione e gli innumerevoli viaggi che la portano dalla Nuova Guinea al Cile, all’India, dal Perù alla Birmania, dal Viet-Nham all’ Etiopia … Sua ultima passione il calcio femminile, al quale ha dedicato il libro fotografico Tacco & Punta, testo introduttivo di Antonello Tolve –

https://www.womenews.net/2023/03/23/tacco-punta-il-calcio-delle-donne-una-storia-fotografica-di-grazia-menna/

MAURO MOLINARI – è nato a Roma, vive e lavora a Velletri. La sua ricerca artistica si è svolta per cicli che vanno dai registri informali degli anni ’60 alla pittura scritta ed alle geometrie modulari del ventennio successivo. Negli anni ’90 si dedica alla rielaborazione pittorica dei motivi tessili, avviando un ciclo che durerà più di 15 anni. Rielaborati come segni di scrittura, frammenti di cose e di presenze naturali in una lunga e appassionata ricerca di una trama, di un racconto. Infine dal 2008 Mauro Molinari sviluppa un ciclo pittorico dove torna centrale la figura umana, immersa in architetture urbane per un percorso socio-narrativo denso di prospettive – http://www.mauromolinari.it/

VALTER SAMBUCINI – Laureatosi in ingegneria elettronica nel 1980, dagli anni ’90 l’immagine è stata presenza costante in senso prettamente tecnico, dall’inizio della sua carriera lavorativa, come direttore responsabile della rivista Effeuno ad oggi, soprattutto riguardo le manifestazioni popolari e le “mode”, nel loro significato culturale ed antropologico. Le sue foto sono state pubblicate su diverse riviste e quotidiani, si segnalano le ricerche fotografiche inserite nel libro di Carla Guidi Città reali, città immaginarie. Migrazioni e metamorfosi creative nelle società nell’Antropocene, tra informatizzazione ed iper/urbanizzazione (Robin 2019) www.valtersambucini.it