Caravaggio: un “ingegno torbido, e contentioso” nella Roma dei committenti porporati e plebei affamati.

di Francesco DE FEO & Franco RUSSO

Fortunatamente, ma non per caso, il nostro paese è il più ricco di beni culturali e tra questi vi sono quelli documentali. Gli Archivi sono colmi di tali beni e c’è chi ha conservato la memoria storica e documentale e chi si è preso l’impegno di effettuare approfondite ed impegnative ricerche per restituire a tutti un aspetto notevolissimo, e imprescindibile, della cultura italiana e di quella romana in particolare.  Franco Russo che da oltre trent’anni si occupa professionalmente di legislazione in materia di armi è l’autore del libro “Forma Cultri” dal quale ha tratto, in estremo sunto, le notizie che seguono. Il libro unico nel suo genere conta 700 pagine frutto di anni di ricerche presso l’Archivio di Stato di Roma, in particolare nei fondi dei Tribunali Criminali di Roma ed ha richiesto anni di elaborazione della grande mole di documentazioni raccolte.

LA ROMA VIOLENTA DI CARAVAGGIO TRA PORPORATI E PLEBEI

Se i risvolti drammatici della vita artistica di Caravaggio sono sottolineati il contesto tumultuoso in cui si svolsero è sottovalutato dagli storici dell’arte che raramente incrociano le testimonianze sui fatti di sangue che lo riguardano con le carte processuali e i bandi che vietavano il porto e l’uso di armi ai non autorizzati come lui.

Copertina del libro Forma Cultri; fa da sfondoa un serratore ottocentesco, la punta è sagomata a lenticchia per non trasgredire i bandi.

L’inaspettata mole di questi documenti emersi dagli archivi dimostra che Caravaggio dipinse ciò che visse: la Roma violenta dei committenti porporati e dei plebei affamati e che non fu solo il suo “ingegno torbido, e contentioso” a spingerlo in “questioni” dagli esiti sanguinosi perché soprattutto a Roma erano largamente praticate e represse dal Papato in altrettanto sangue che non bastò però a non protrarle fino all’unità d’Italia in seno ad una plebe fiera e impetuosa che, per fedeltà alle proprie tradizioni, dal gladio era passata alle spade, poi ai pugnali e infine ai cortelli serratori più adatti a sottrarla alle condanne a cui il Merisi anche per l’influenza dei suoi protettori riuscì a sfuggire.

 

 

F. Russo e F. de Feo presentano il libro al Muciv di Roma

Non fu lo stesso, ad esempio, per il suo ex maestro il Cavalier d’Arpino perché nel 1607 lo spregiudicato e avido cardinal nepote Scipione Borghese adocchiati i suoi beni  usò a pretesto il processo che accusava il pittore di essere il mandante del ferimento dell’allievo e rivale Pomarancio per impadronirsene.

Il Cavalier d’Arpino venne poi assolto dall’accusa ma fu condannato per detenzione illecita di armi perché nascondeva in casa degli archibugi e potè patteggiare la pena in cambio della collezione: ben 107 dipinti tra cui “Giovane con canestra di frutta” e “Autoritratto in veste di Bacco”, di Caravaggio che finirono così nella Galleria Borghese! (FdF)

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Il XVII secolo si presenta, in tutto il continente europeo, come un periodo molto travagliato: ricorrenti epidemie di peste, di tifo, di vaiolo causarono un forte calo demografico; rivolte sociali esplosero un po’ ovunque a causa delle forti crisi economiche.

La penisola italiana era ancora fondamentalmente un paese agricolo-pastorale ed aveva perso il primato del secolo precedente. Lo Stato della Chiesa non presentava certamente caratteri diversi ma era comunque soggetto ad una forte immigrazione, essendo la Chiesa stessa un forte catalizzatore; il secolo aperto dal rogo di Giordano Bruno in Campo dè Fiori vedeva la città di Roma  popolata, secondo varie fonti, da circa centomila abitanti di cui il sessanta per cento provenienti da altre regioni italiane, in particolare la Lombardia, il venti per cento stranieri ed il venti per cento originari della città. Roma di inizio secolo era una città senza illuminazione notturna, se non quella delle frequentissime osterie, chiese, edicole religiose; l’ordine pubblico era funestato da violenze, rapine, omicidi, grassazioni, la sopraffazione individuale era modo di vita, senza distinzione di ceto o di censo.

Dalle carte dei Tribunali Criminali  emerge l’intensità del fenomeno: risse, liti, ferimenti, omicidi per futili motivi erano all’ordine del giorno; sassi, bastoni, pugnali archibugi, spade e coltelli erano costantemente usati a tali fini. I malfattori, quando non erano squartati o mazzolati venivano condannati a remare sulle galere della flotta pontificia; nonostante ciò le autorità avevano grosse difficoltà ad arginare il fenomeno e pertanto emanarono una serie di norme di natura repressiva.

Pugnali e un coltello con fodero seicenteschi poggiati su un bando milanese che li proibiva nel1666.

All’inizio del XVII secolo le “Costituzioni” di Papa Pio V e di Papa Pio VI, risalenti al secolo precedente, che fondamentalmente proibivano la detenzione ed  il porto di armi da sparo più corte di due palmi di canna mercantile romana (circa 498 mm) e di armi bianche, compresi pugnali e coltelli, più corti di tre palmi si dimostrarono inadeguate al miglioramento dell’ordine pubblico e nel corso del secolo le autorità reagirono con poco meno di cinquanta atti normativi in materia. Nel 1605 fu emanato un bando che vietava a chiunque, di qualsiasi grado e condizione, di portare, di giorno come di notte, il pugnale corto, ancora più temuto delle lame lunghe perché occultabile e usabile a tradimento.

Verbale del 1605 con pugnale analogo a quello raffigurato.

Nel 1626 e nel 1628 altri bandi vietarono coltelli e lanterne proibite e revocarono temporaneamente tutte le licenze di porto d’armi. Le autorità pontificie infatti rilasciavano licenze per portare archibugi e storte ai fini della caccia nonché licenze per portare la spada da lato; esse valevano normalmente dai sei mesi a un anno. Dalle relazioni dei birri emerge la frequenza con cui venivano sequestrate le spade in quanto i portatori avevano la licenza scaduta o non ne erano titolari, ed emerge un’ allarmante e inaspettato dato di fatto: gran parte della popolazione maschile non ecclesiastica romana portava la spada, senza alcuna distinzione di ceto sociale o di condizione economica. Molti artigiani e lavoranti di qualsivoglia livello e “qualità”, oltre ovviamente ai nobili ed ai “birri”, usavano, con o senza licenza, portare la spada al fianco. E nel corso di risse, dovute spesso ad ubriachezza o al gioco, gli unici intrattenimenti coinvolgenti praticamente l’intera popolazione maschile, essa era malamente usata.

Le autorità pontificie, come di consueto, reagivano emanando norme ed inasprendo pene già molto severe. Diversi altri bandi, nel corso del secolo, interessarono le “spade, mezze spade, storte, pistolesi, pugnali e coltelli stillettati alla genovese” nonché “stiletti, triangoli, quadrangoli, daghette, rasoi” e poi “coltelli a fronda d’oliva, stortini, stocchi” ed in ultimo “coltelli serratori con molla, cerchietto, vite o altro ingegno che fermi la lama al manico”. Per i trasgressori le pene andavano dal minimo dei “tre tratti di corda”, multe e requisizioni fino alla galera a vita o alla pena di morte a seconda delle situazioni, della “qualità” delle persone, del momento storico. Le esecuzioni avvenivano tra l’altro a Campo dè Fiori, a Tor di Nona, a Corte Savelli, al Pasquino, a Castel Sant’Angelo.

Esecuzioni dei condannati disegnate dai periti 

Il popolo di Roma però finchè fu sotto le autorità pontificie non rinunciò a portare, e usare, qualche “attrezzo” di quelli su elencati: prova ne siano i faldoni dei Tribunali Criminali, la notevole operosità di birri, magistrati e periti coltellinai, autori anche dei disegni delle armi periziate, l’affollamento di galere e carceri e, non ultimo, i numerosi armaioli spadai e coltellinai che dalle indagini negli archivi dell’Università e della confraternita di Sant’Eligio dei Ferrari risultano attivi in decine di botteghe fino a tutto il pontificato di Pio IX.

Franco Russo (con la collaborazione di Francesco de Feo)  Roma 13 giugno 2021