Antonio Canova e Bologna. Alle origini della Pinacoteca. Note conclusive sulla mostra dei dipinti trafugati in epoca napoleonica.

di Beatrice BUSCAROLI

 “Io sono dunque autorizzato dalle Potenze Alleate a ripigliare la massima e la miglior parte dei nostri Capi d’Opera di pittura e scultura. Di ciò la massima e miglior parte, perché sono costretto a lasciarne qui parecchi, a mia scelta però. Ho la consolazione di dirvi, che i nostri quadri veneti sonosi riavuti, e già s’incassano per l’Italia. La famosa cena di Paolo rimane qua.  (…). I primi Capi di scultura stanno in mie mani, anzi in una Caserma austriaca, e s’incassano coi quadri migliori che ho potuto recuperare di Roma e dello Stato, senz’averne pure una nota precisa, com’era necessario, e come l’aspetto da Roma ad ogni momento…”.

Ad Antonio Canova, Direttore dei musei di Roma, era stato affidato l’arduo compito di restituire parte del bottino sconfinato che, con le truppe napoleoniche, aveva lasciato l’Italia, la maggiore, la minore, le chiese, i conventi, su quelle decine e decine di carri stipati che senza una ragione, senza un’obiezione, avevano passato le Alpi per giungere a Parigi.

J.L. David, Ritratto di Pio VII

Il papa in persona, Pio VII, gli aveva dato quell’incarico, che Canova svolse con cura,  occupandosi personalmente di catalogare e imballare le opere, con la ovvia resistenza francese, in particolare dell’allora direttore del Louvre, Vivant Denon, ma con l’aiuto di William Hamilton, sottosegretario del Ministro degli Esteri britannico. Fu, scrisse lo storico Paul Wescher, “il più grande spostamento di opere d’arte della storia”: 506 pezzi trafugati, tra cui un gesso dello stesso Canova.

Senza una lista, senza nessun aiuto dall’Italia di sempre, Antonio Canova scrive orgoglioso a Leopoldo Cicognara, coltissimo scrittore, storico d’arte e bibliografo di origini ferraresi, da Parigi il 2 ottobre 1815. Felice di aver riportato a casa quasi tutto il bottino veneziano, non nasconde il suo orgoglio:

” Io non mi dilungo a descrivervi la storia della mia missione; dicovi solo che riuscì a buon fine. E sarebbe veramente stato uno scandalo, se Roma sola fosse esclusa da tal numero”,

ma,

“se qualcosa si lascia o si perde, la colpa non è mia; colpa di chi mi ha mandato senza una speranza di frutto, e senza un documento solo di ciò che si doveva reclamare. Eppure il meglio si è tolto; e tutto per forza di baionette prussiane, austriache ed inglesi; perché queste tre Potenze particolarmente ci proteggono, e l’Inghilterra paga le spese del trasporto da Parigi a Roma. Bella cosa!”.
Antonio Canova

Sette carri pieni di statue, quadri e libri, tornano a Roma, e alla fine di dicembre del 1815 rientrano finalmente in Italia, passando da Bologna. Stupisce, e commuove anche. Canova aveva avuto un predecessore celebre, Raffaello. Che Leone X, nel 1515 aveva nominato “prefetto dei marmi e delle lapidi”, una sorta di primo conservatore delle ricchezze italiane, a difesa delle spogliazioni continue che avvenivano a Roma.

Il grido di dolore che due tra i massimi artisti italiano rivolsero al Papa è un segno straordinario di quella che oggi chiamiamo “conservazione”, fosse una sorta di dovere morale da parte di chi ne poteva comprendere il valore, la straordinaria grandezza, l’unicità.

Raffaello, 1519, a Leone X:

“Onde quelle famose opere che oggidì più che mai sarebbono floride e belle, furono dalla scellerata rabbia e crudele impeto de’ malvagi uomini, anzi fiere, arse e distrutte: sebbene non tanto che non vi restasse quasi la macchina del tutto, ma senza ornamenti, e, per dir così, l’ossa del corpo senza carne”.

Il bottino di Bologna e di Cento, conseguenza, come tutti i prelievi francesi, del Trattato di Tolentino del 1797, giunsero dunque a Bologna nel dicembre del 1815.

Commovente è, ancora, la descrizione del massimo scultore neoclassico italiano che  partecipa all’apertura delle casse, le schioda, svolge le tele arrotolate…

“Bello fu il vedere quell’immortale uomo del Canova dar mano premurosa agli altri operai, e schiodare e aprire le grandi casse che racchiudevano li riportati quadri che erano in tavola, e gli stirati su telari”,

così un altro testimone d’eccezione, il marchese Antonio Bolognini Amorini, scrittore e storico bolognese, annotò, lasciando un meticoloso racconto di tutta la vicenda.

Ed ecco, a due settimane dal ritorno, aprirsi la mostra nella Chiesa di Santo Spirito, ricca delle “tavole restituite alla nostra città”.

8 giorni, dalle 11 di mattina alle 21, in cui i bolognesi ebbero occasione di rivedere il “felice riacquisto da Parigi”.

La rassegna (ora conclusa) che la Pinacoteca Nazionale di Bologna ha dedicato a questa vicenda, Antonio Canova e Bologna – Alle origini della Pinacoteca (a cura di Alessio Costarelli, catalogo Electa a cura di AA.VV), ha ricreato, nei bolognesi e non solo, lo stesso entusiasmo che rese celebre la breve mostra ospitata nella Chiesa dello Spirito Santo nell’800. Più di 20.000 persone, infatti, hanno salutato l’inizio della nuova stagione del Museo, da poco diretto da Maria Luisa Pacelli.

La mostra allestita nella Chiesa dello Spirito Santo nel 1816 rimase aperta otto giorni, suscitando un enorme successo popolare.  Diciotto quadri restituiti ed esposti (come rivela l’ottima ricostruzione digitale dell’allestimento del 1816), furono interpretati dal popolo come il termine di un’era che si era finalmente conclusa.

Annibale, Ludovico e Agostino Carracci, il primo con un capolavoro sottratto da una chiesa oggi distrutta, Ludovico con una Immacolata concezione fra Santi dipinta per una cappella Bentivoglio, Agostino con l’Assunzione della Vergine sono i principali pezzi bolognesi restituiti alla città.

Raffaello, Santa Cecilia

Ma i francesi non dimenticarono uno dei maggiori saggi di Parmigianino, quella Madonna con il Bambino e i santi Petronio, Margherita e Girolamo, da sempre considerata una summa del manierismo europeo, la Madonna in gloria tra Santi di Perugino, la Pala dei Medicanti di Guido Reni e cinque opere di Guercino, oltre alla grandiosa Madonna col Bambino tra Santi di Giacomo Cavedone.

Non poteva mancare uno dei vanti delle chiese bolognesi, il dipinto più celebre della città: quella Santa Cecilia di Raffaello che già nel Seicento venne studiata e ristudiata da tutti i pittori bolognesi, dai Carracci a Guido Reni, che ne realizzò addirittura una copia completa, conservata a Roma, in San Luigi dei Francesi.

Oltre alla straordinaria natura del compito in cui Antonio Canova riuscì – oltre alla soddisfazione di avere recuperato almeno alcuni dei capolavori di una famiglia che ebbe tre secoli di eredità e diffuse il classicismo di una piccola scuola di provincia in tutta Europa – quel che commuove, infine, è la partecipazione popolare, che, allora come oggi e, aldilà di quel che si pensa e si dice, parla di un paese che nacque e s’ingrandì con l’arte, agli occhi di tutta l’Europa, e che la gente, la gente normale, rivide con orgoglio nel 1815, come l’ha rivista oggi, 2022.

Beatrice BUSCAROLI  Bologna 20 Marzo 2022

(Antonio Canova e Bologna, alle origini della Pinacoteca, a cura di A. Costarelli, cat. Electa)