“Amelia e le Arti”, un volume di Paola Mangia punto fermo per gli studi sull’arte della bassa Umbria

di Luca BORTOLOTTI

Paola Mangia, Amelia e le arti, De Luca Editori d’Arte, Roma 2021.

Nella fitta e ramificata topografia granturistica umbra, l’area del ternano fatica ancora oggi a raggiungere i riconoscimenti che merita. Se la ragione più immediata di questa relativa sottovalutazione è forse da individuare in una minore presenza di emergenze monumentali di primissimo rilievo e di immediata iconicità, non vanno nondimeno trascurate ragioni profonde in senso lato più “politiche”. In quest’area della regione, infatti, sono state storicamente privilegiate, fino almeno agli anni Ottanta del secolo scorso, strategie di sviluppo economico legate all’industrializzazione, che hanno sortito l’effetto di silenziare quella vocazione al turismo, e quindi alla tutela e alla valorizzazione delle bellezze presenti capillarmente sul territorio, che pure costituiva una naturale prerogativa di quell’area geografica. Sta di fatto che scrigni di tesori come Calvi, Cesi, San Gemini, Lugnano in Teverina, Arrone, Narni, Amelia restano ancora ai margini del soggiorno canonico in Umbria (ovviamente con la notevole eccezione della Cascata delle Marmore): una marginalità riflessa anche nella letteratura scientifica e periegetica, imparagonabile a quella incentrata sulle maggiori città d’arte della regione.

Il libro dedicato ad Amelia da Paola Mangia, già Direttrice della Galleria Corsini e funzionaria di lungo corso del Polo Museale di Roma, in questo senso costituisce al contempo un corposo risarcimento e un punto fermo per i futuri studi sull’arte della bassa Umbria, ma anche l’esperimento originale di un lavoro che è insieme accurata ricognizione storica che fa il punto sullo stato degli studi, contributo specialistico che propone ipotesi di lavoro e nuove proposte, guida di invidiabile completezza a tutte le emergenze monumentali della città, che grazie all’ammirevole e capillare apparato iconografico si candida idealmente a catalogo sistematico delle opere d’arte conservate in Amelia.

Ovviamente largo spazio è stato assegnato dall’autrice alle epoche di massima crescita e splendore cittadino.

Statua di Nerone Claudio Druso detto Germanico, bronzo fuso, Amelia, Museo Archeologico, I sec. d.C.

Innanzitutto lungo l’arco cronologico che va dal III secolo a.C., quando prende avvio l’edificazione delle poderose mura megalitiche poligonali, sino alla fine del III secolo d.C., quando il trasferimento ad Amelia dell’Imperatore Aureliano (270 – 275 d.C.), per sfuggire dalla peste che infuriava a Roma, vede l’attuazione di rilevanti trasformazioni urbane e l’edificazione di varie ville di notabili dell’Urbe, che resero Amelia una sorta di colonia romana. Dell’epoca romana Paola Mangia insegue le tracce in modo sistematico, portando alla luce una trama di presenze di insospettata ricchezza, il cui culmine qualitativo è la superba statua in bronzo di Germanico, rinvenuta in stato frammentario nel 1963 poco fuori città e oggi conservata presso il Museo Archeologico.

Largo spazio è poi riservato alle considerevoli testimonianze rinascimentali, in testa la mirabile cappella Gelardini avviata nel 1476 nella chiesa di San Francesco, con i suoi monumenti funebri dei membri della nobile famiglia amerina, notevole frutto dell’attività della bottega di Agostino di Duccio, di Andrea Bregno, di Luigi Capponi e di anonimi maestri lombardi.

Cappella Gelardini, Chiesa di San Francesco, Agostino di Duccio e bottega, Sepolcro matrimoniale di Matteo ed Elisabetta con Sant’Antonio e due angeli oranti ai lati, 1477 (in alto); di Camillo e Belisario, 1480 -82 (in basso); di Giacomo, 1486 (parete dx)

Oggetto di uno specifico approfondimento è doverosamente la personalità del massimo genius loci dell’arte amerina, Piermatteo d’Amelia. Sebbene oggi purtroppo modestamente rappresentato in città, Piermatteo fu fondamentale figura di raccordo tra le nuove tendenze della pittura toscana, umbra e romana, e costituì una presenza cruciale nell’aggiornamento e nello sviluppo della pittura locale, anche grazie all’attività della sua bottega e dei suoi seguaci, qui indagata estensivamente.

Piermatteo d’Amelia, Annunciazione, olio su tavola, oggi trasferita a Boston, proveniente dalla Chiesa dell’Annunziata
Taddeo e Federico Zuccari, Madonna col Bambino e santi, olio su tavola, 1558 – 62, Cappella Ferrattini, Duomo di Santa Firmina

Grazie alla committenza delle principali famiglie nobili, il Cinquecento vede succedersi la presenza ad Amelia di molti artisti di primo piano: in particolare nei primi decenni del secolo si distinguono i Farrattini, che chiamano in città Antonio da Sangallo il Giovane, cui vengono affidati lavori di consolidamento delle mura ciclopiche e poi l’edificazione del palazzo di famiglia. Ancora ai Farrattini si dovrà più tardi la costruzione della cappella di famiglia nel Duomo di Santa Firmina, in cui collaborano l’architetto Ippolito Scalza, lo scultore Giovanni Antonio Dosio e i pittori Taddeo e Federico Zuccari.

Opportunamente messa a fuoco è anche la biografia e l’opera di altri due poco noti pittori amerini, Giovan Francesco e Giulio Perini, operosi tra viterbese e ternano nel secondo e terzo quarto del Cinquecento.

Particolare approfondimento viene inoltre riservato ad un artista di ben maggiore livello, Livio Agresti, che lavorò a più riprese nella bassa Umbria e del quale ancora oggi sono presenti opere significative tra Amelia, Narni, Terni, Collescipoli e Lugnano in Teverina.

Livio Agresti, Decollazione del Battista, olio su tavola, Amelia, Oratorio di San Giovanni Decollato (già Chiesa della Misericordia)

Accurata anche la ricognizione dell’attività di una sorta di compagnia di brillanti decoratori e frescanti in vario modo legati all’Agresti, attivissima tra gli ultimi decenni del Cinquecento e i primi del Seicento, all’interno della quale emergono i nomi di Liotardo Piccioli e di Tarquinio Racani. Questi ultimi introducono uno dei più intriganti quesiti attributivi legati alla produzione artistica tardo-cinquecentesca in Amelia: la realizzazione dei notevoli ed assai estesi affreschi che decorano Palazzo Petrignani, contesi fra Piccioli, Racani e Giustino e forse frutto di un intervento congiunto di vari artisti, coadiuvati per la ricca e felice decorazione a grottesche delle volte da un egregio specialista, che la Mangia ipotizza cautamente di riconoscere in Prospero Orsi.

Attr. coord. di Ottaviano Mascarino, Tarquini Recani e collaboratori, Battaglia di Ponte MIlvio; Prospero Orsi, Grottesche, volta, Sala di Costantino e Massenzio, 1597 – 1600

Il capitolo forse più prezioso del volume è quello dedicato alla quasi incredibile fioritura di cicli decorativi ad affresco che si sviluppano fra la seconda metà del XVI e la prima del XVII secolo lungo i fregi, sulle pareti e le volte pressoché di tutti i palazzi gentilizi locali (Farrattini, Geraldini, Clementini, Venturelli, Boccarini, Cansacchi e Petrignani). Allineati a una koinè tardo manierista che combina echi raffaelleschi e michelangioleschi con suggestioni fiamminghe, e richiamandosi in tono minore agli esiti dei cantieri pittorici legati alla committenza di papa Sisto V, questi affreschi derivano molto spesso da modelli iconografici desunti dalle incisioni nordiche e vedono in genere all’opera la medesima cerchia di pittori, comunque in stretta relazione con Agresti, che l’autrice propone di radunare all’interno della sigla di “Bottega dei Palazzi amerini”.

Attr. Bottega dei Palazzi amerini (maniera di G. B. Lombardelli, Antonio Circignani, Hendrick van der Broek), I Continenti, America, Europa, Asia e Africa, Sala dei Continenti, fine XVI sec. Palazzo Gelardini, affreschi

Adeguato rilievo è infine dato alle sporadiche testimonianze cittadine della pittura del Sei e Settecento, allorquando la presenza di opere legate ad artisti di buon livello (tra gli altri, Antonio Circignani, Antonio Viviani, Jacques Stella, i Gimignani) si lega più a circostanze occasionali che a politiche sistematiche di committenza o mecenatismo artistico.

Il volume di Paola Mangia, oltre a stupire per la quantità di testimonianze significative presenti ad Amelia che documenta, conferma la sempre viva fertilità degli studi localistici, sia come necessario supporto di una puntuale e approfondita ricostruzione di contesti artistici più ampi, sia per i preziosi spunti di riflessione che essi possono suscitare in ordine a questioni più generali, legate alla storia della committenza, al rapporto fra centro e periferia, ai meccanismi di produzione dell’arte, ai suoi significati e alle modalità della sua fruizione.

Luca BORTOLOTTI  Roma 20 Febbraio 2022