Marina Ortona 06-09-2026
L’attesa
Tutti noi, nel mondo, ricordiamo l’anno 2020, l’anno del Covid, il virus che ha devastato le popolazioni e che si è propagato a vista d’occhio. L’isolamento in cui siamo caduti ricorda la pestilenza raccontata da Manzoni. E il momento in cui in Italia e altrove si è deciso il lockdown, cioè la chiusura nelle proprie case o nei luoghi di abitazione abituale, ci siamo ritrovati in un limbo particolare, dove le emozioni fluttuavano e affondavano, risalivano e ripiombavano nel vuoto.
L’arte non è una necessità , come il cibo o la passeggiata del cane per accontentare i suoi bisogni, come i lattanti nelle carrozzine o i malati che dovevano ricorrere alla farmacia. L’arte non è importante quanto il lavoro di avvocati e medici, curatori di beghe o di malanni. Non mi era permesso andare al laboratorio perché facevo arte, qualcosa di voluttuario. Per cui mi sono ritrovata a casa a suonare il mio bel pianoforte e a disegnare con matite di differente durezza. Ma dopo un mese di note e grafite sentii la mancanza dell’argilla e del legno.
Grazie a un ingegnoso, ma sicuro stratagemma, sono riuscita a farmi arrivare a casa un pacco di argilla, avvolto in una tripla busta di plastica disinfettata prima, durante e dopo il suo arrivo. E con guanti, mascherina e alcool ho buttato l’involucro prendendo possesso di un pane intero di creta. Mi sono buttata a capofitto nell’idea da realizzare: una donna raccolta nel pensiero al passato trascorso di una vita lunga quasi sessanta anni; che vedeva anche il presente, doloroso e limitante nella libertà e aveva davanti agli occhi un futuro incerto. E così è nata L’attesa, un’opera in gres bianco che, una volta asciutta nella sua interezza e ormai finito il lockdown, ho cotto nel mio forno elettrico, a 920°C. La seconda cottura è avvenuta in un forno a legna, a 1300°C. L’ingobbio, messo in quantità diversa sul corpo, ha creato, col fuoco vivo, delle zone più o meno intense di colore bruciato. Ho lasciato alcune parti senza ingobbio per creare ancora più contrasto di colore.
I piedi, che io spesso faccio grandi, esprimono qui la inconsapevole voglia di stabilità che è in me. Le mani, che si appoggiano sulle ginocchia e le chiudono, sono il mezzo con cui creo arte. Anche loro sono grandi, importanti, palesemente esistenti.
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