Marina Ortona 04-09-2026
Basi per la Sughera e la Sughera
Nel 2020, subito dopo il Covid, mi fu regalata una corteccia di sughera che era caduta da un albero vicino a Bolsena, per un fulmine che lo aveva colpito in modo pesante. L’albero lo conoscevo. Era imponente e rivolto verso il lago. Sembrava osservarlo.
La corteccia in questione era molto grande, longitudinale. Parevano tante creste lunghe e alte circa dieci centimetri, collegate tra di loro da una base comune. L’impressione iniziale che ne ebbi fu quella delle scogliere di Dover, non per il colore bianco accecante, ma per la forma che si ergeva verso il cielo.
Il colore era di un marrone variegato che schiariva verso il beige sulle arricciature finali delle creste. C’erano dei segni, come delle stratificazioni, parallele e perpendicolari.
La natura aveva fatto un ottimo lavoro creando quella meraviglia e non c’era nient’altro da fare che trattarlo con della gommalacca per proteggerlo dalle intemperie e poterlo mettere di nuovo all’esterno.
Per dare importanza alla sughera ho creato due basi quadrate, distaccate tra di loro, per ricordare la ferita che l’albero aveva subito.
Lo smalto che ho scelto ha un po’ di rutilo al suo interno. L’effetto finale è uno smalto chiaro, leggermente rosato con qualche punta grigia.
Qualche anno dopo, nel 2024, venni chiamata a presentare un paio di opere al Museo Civico Archeologico di Tolfa, in zona etrusca, nell’ambito di una mostra cui partecipavano artisti scandinavi. Il titolo della mostra era “Ispirati (d)alla foresta”.
Fu così che nacque La sughera, che forgiai ispirandomi a quella vera, regalatami qualche anno prima. Mi misi per terra, come a voler rimanere più a contatto del centro di gravità, e cominciai a sbattere il gres sul pavimento per ottenere delle lingue di argilla. Avevo scelto un gres bianco con della chamotte grossa, che dava alla creta un aspetto più ruvido, selvaggio, Poi presi un pettine di legno e, con i suoi denti, segnai sulle lastre delle righe, per disegnare le stesse stratificazioni che erano presenti sulla sughera vera. Assemblai il tutto, come lo era il modello che avevo sotto gli occhi da un po’ di tempo.
Dopo la prima cottura, misi uno smalto che aveva al suo interno dell’ossido di ferro rosso. Aspettai pazientemente diverso tempo perché si asciugasse e misi in cottura, in un forno elettrico, fino ad arrivare a 1280°C. Il risultato fu molto simile a quello della sughera reale e giocai su questa somiglianza.
Le due opere, quella mia e quella della Natura, vennero posizionate nel chiostro della chiesa, su un bel prato verde centrale, uno accanto all’altro. Il pubblico pensava che la mia sughera fosse quella vera e che quella sulle basi fosse quella creata da me. L’esatto contrario della realtà.
Molto spesso l’arte inganna: d’altra parte è anche questo il suo ruolo.
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