Franҫois Spierre protagonista dell’incisione romana barocca nella monografia di Benedetta Ciuffa

di Maria Barbara GUERRIERI BORSOI

Benedetta Ciuffa, Franҫois Spierre. Un incisore lorenese nella Roma barocca, Roma, Artemide, 2021, pp. 422
Fig. 1 La copertina del volume

Nel 1660, negli anni apicali del Barocco romano, durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, approdò a Roma un giovane lorenese di poco più di vent’anni, Franҫois Spierre (1639-1681), che in breve tempo assunse un ruolo di grande rilievo nell’entusiasmante e competitivo ambiente degli incisori,  lavorando al servizio dei grandi maestri del tempo, in primis Pietro da Cortona e Bernini, ma anche in piena autonomia.

La vicenda umana e professionale di questo bulinista di prim’ordine è stata ricostruita con dedizione e acribia da Benedetta Ciuffa in una monografia (fig. 1), derivata dalla sua tesi di dottorato, che è nel contempo un ricco bacino di informazioni in cui ‘navigare’ per lo studio della produzione incisoria romana del XVII secolo.

L’autrice aveva già dato prova delle sue solide competenze e della sua precisa metodologia nella realizzazione dell’imponente volume sulle incisioni da Bernini (Cfr., Bernini tradotto, Roma, Artemide, 2018), a cui affianca ora anche una capacità di indagine ricostruttiva non comune. Una estesa e capillare ricerca documentaria le ha permesso di correggere dati approssimativi e soprattutto di aggiungerne moltissimi nuovi, sia per quanto attiene alla biografia sia con riferimento alle opere.

Ciuffa redige testi meditati ed equilibrati, costantemente aliena dalla polemica e pacata anche nella discussione di quelli che ritiene errori pregressi.

Il lavoro si articola in due parti fondamentali, il lungo saggio biografico e di analisi delle incisioni, quindi il catalogo.

Fig. 2 F. Spierre (incisore), Ritratto del granduca Ferdinando II Medici, 1659 (invenzione di Justus Sustermans).

Il primo procede cronologicamente, apportando nuove e significative conoscenze, a partire dal vero cognome dell’artista, che fu Pierre. Più importante la determinazione esatta di chi fu il maestro parigino, non Franҫois ma Nicolas de Poilly, sebbene non debbano essere mancati i contatti anche con il primo e più famoso incisore. È poi messo a fuoco uno sconosciuto passaggio per Firenze grazie al Ritratto del granduca Ferdinando II Medici che si colloca nel 1659 (fig. 2). Quello che approdò a Roma, ove operò per poco più di vent’anni, era dunque un artista pienamente formato, non solo capace di incidere con perizia, ma di inventare e realizzare disegni eleganti. Ben inserito nel contesto della capitale papale, Spierre volle però perfezionare le sue competenze artistiche con viaggi a Venezia, non ancora definibili in dettaglio, e nel 1681 abbandonò Roma, spegnendosi a Marsiglia. L’inventario dei beni e il testamento, qui trascritti, illuminano il vissuto dell’artista, senza rivelare però il benessere che ci si poteva aspettare da un professionista, a detta delle fonti, pagato profumatamente.

L’analisi dell’evoluzione stilistica di Spierre occupa ampio spazio e dimostra la sua capacità di adattarsi ai singoli artisti di cui interpreta le creazioni. È evidente il desiderio di porsi, almeno in talune occasioni, su una linea di continuità con il grande Claude Mellan, misurandosi nel contempo con Cornelis Bloemaert che, forse, aveva anch’egli frequentato lo studio di Franҫois de Polly.

Tra il 1661 ed il 1666 Spierre fu particolarmente legato a Pietro da Cortona, con il quale collaborò nella straordinaria impresa collettiva del Missale romanum, ad esempio nel frontespizio con La Trinità e san Michele (1662, fig. 3), per il quale disegnò da solo il modello da incidere, pur derivato da un’invenzione pittorica del maestro.

Fig. 3 F. Spierre (incisore), La Trinità e san Michele, dal Missale Romanum, 1662 (invenzione di Pietro da Cortona).

L’opera forse più celebre del sodalizio con il Berrettini è però la Conclusione di Cristoforo Lozano (1666, fig. 4), straordinaria invenzione celebrativa del pontefice Alessandro VII, non a caso scelta anche come immagine di copertina del volume di Ciuffa.

Fig. 4 F. Spierre (incisore), Conclusione di Cristoforo Lozano, 1666 (invenzione di Pietro da Cortona).

Non meno importante è la Tesi di Giovan Angelo Altemps (1665), raffigurante Ercole incoronato dalle Esperidi, realizzata su ben quattro  lastre diverse, per la quale Antonella Pampalone ha addirittura rinvenuto e pubblicato tutti i documenti relativi all’esecuzione. Nel campo delle Tesi lo Spierre creò opere veramente eccezionali per finezza di intaglio e vastità del prodotto (sino ad oltre un metro d’altezza), autentici quadri in carta, come la Tesi per un figlio di Paolo Francesco Falconieri (post 1672, fig. 5), su disegno di Ciro Ferri, ove la complessità della scena centrale che mostra Augusto chiude le porte del tempio di Giano, è esaltata dalla monumentalità della cornice architettonica.

Fig. 5 F. Spierre (incisore), Tesi per un figlio di Paolo Francesco Falconieri, post 1672 (invenzione di Ciro Ferri).

Altrettanto eclatante fu il rapporto con Bernini, del quale traspose in incisione cinque soggetti, comprese opere capitali come la Cattedra di San Pietro (1666) o il Sanguis Christi (1669, fig. 6).

Fig. 6 F. Spierre (incisore), Sanguis Christi, 1669 (invenzione di Gian Lorenzo Bernini).

Se la prima fu verosimilmente patrocinata dall’artista e dal pontefice che aveva promosso la costruzione del monumento, la seconda fu fatta da Bernini per se stesso e qui, dunque, la scelta di Spierre evidenzia un gradimento personale particolarmente lusinghiero.

Certamente una delle parti più interessanti del volume è l’analisi di Spierre inventore e la sua propensione per la pittura, effettivamente praticata, benché a noi resti ancora sconosciuta.

Spierre fu, a Roma, un cortonesco di rango e arrivò a creare opere decisamente complesse e apprezzabili come l’incisione dedicata ai Quaranta martiri gesuiti (1669-1670, fig. 7), giustamente giudicata di straordinario effetto pittorico, e i Cinque santi canonizzati da Clemente X  (1671).

Fig. 7 F. Spierre (inventore e incisore), Quaranta martiri gesuiti, 1669-1670.

Questa parte, naturalmente, contempla anche lo studio dei disegni, pochi ma anch’essi di buon livello, a partire dal foglio del 1663  con I pastori ritrovano Romolo e Remo, presentato al concorso di quell’anno dell’Accademia di S. Luca. Ciuffa si sofferma anche sul progetto grafico collegato alla Tesi di monsignor Carlo Spinelli conservato nelle collezioni di Windsor, già riferito a Ciro Ferri, ma che l’autrice crede ascrivibile a Spierre. Tra le effigi, di finezza eccezionale è il Ritratto di Melchiorre Tetta (fig. 8), un patrizio dalmate gravitante su Venezia, che forse Spierre potrebbe aver incontrato nei suoi soggiorni in laguna.

Fig. 8 F. Spierre (inventore e incisore), Ritratto di Melchiorre Tetta, c. 1660-1670.

L’autrice del volume ha inoltre ricostruito con particolare cura tutte le vicende legate alla realizzazione del Breviarium romanum (stampato a Parigi nel 1674), patrocinato dal cardinale Francesco Nerli con l’esborso di oltre cinquemila scudi, nel quale Spierre ebbe il ruolo predominante.

Il catalogo non è organizzato né in modo cronologico (erano troppe le immagini con datazione circoscritta, ma non esattamente definita), né per tipologie, che sarebbero state, d’altro canto, assai limitate (ritratti, figure sacre, scene sacre, frontespizi, tesi). Invece, è strutturato partendo dagli autori dei prototipi: Pietro da Cortona e seguaci, Bernini e Ludovico Gimignani, ritrattisti di epoca chigiana, opere da autori ‘classici’, incisioni di invenzione. Per aiutare a ritessere in ordine cronologico questo catalogo, davanti ad esso è stata collocata una utile tavola cronologica (pp. 182-184).

Le schede, estremamente chiare e precise,  consentono al lettore di orientarsi con facilità su tutti gli aspetti dell’opera e contengono l’indicazione di ogni dato pertinente. Particolare cura è stata posta nell’individuazione dei vari stati, molti non noti precedentemente agli studi, che Ciuffa sfrutta per ricostruire meglio le vicende delle incisioni. La documentazione fotografica, anche dei diversi stati, è praticamente completa, integrata persino con le copie e le derivazioni che attestano il successo di Spierre. Dei prototipi si presentano, se esistenti, i disegni e si arriva all’indicazione del rame, sia citando quelli menzionati nelle fonti sia presentando i pochi ancora esistenti, conservati presso l’Istituto Centrale per la Grafica. Infine, non mancano le attribuzioni nuove e l’analisi di quelle respinte.

Per molte opere di particolare rilievo sono stati cercati i documenti di pagamento (colpisce lo studio fatto per il ritratto del granduca fiorentino che ha comportato l’analisi di ben dodici buste, pur non essendo arrivato a produrre risultati positivi). Invece è stata fruttuosa la ricerca relativa ai lavori eseguiti per i Falconieri e al Breviario romano del cardinale Nerli,  che ha reso possibile seguire le vicende dei rami sin oltre la morte del committente.

Va sottolineata anche la grande cura posta nell’allestimento del repertorio iconografico, con utilissimi dettagli che facilitano l’analisi tecnica e stilistica, ed è merito dell’editore l’ottima leggibilità delle fotografie .

La casa editrice Artemide inizia con questo volume una nuova collana, Segni e impronte, creata in sinergia con il Centro di Studi sulla Cultura e l’Immagine di Roma, dedicata in modo specifico alla grafica, ambito nel quale, per altro, erano già stati editi importanti volumi.

Dopo un incipit tanto importante, non si può altro che aspettare con il massimo interesse i futuri prodotti.

Maria Barabara GUERRIERI BORSOI   Roma  30 Gennaio 2022