di Marco FIORAMANTI
Roma, Galleria Gagosian – Via Francesco Crispi, 16
LATELY I FIND A SILVER OF MIRROR IS SIMPLY TO SLICE AN EYELID
FOTOGRAFIE DI FRANCESCA WOODMAN (1958-1981) FINO AL 31 LUGLIO 2026

“Ultimamente trovo che un frammento di specchio sia sufficiente a tagliare una palpebra”. Con questo titolo autografo si è inaugurata il 29 aprile scorso presso la galleria Gagosian una retrospettiva di circa 50 foto dell’artista statunitense Francesca Woodman. La foto a cui il titolo si richiama mostra “mani sostengono un frammento di specchio sotto una natura morta appoggiata su un tavolo, evocando la stessa forza associativa delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel”.

Poche tracce, giusto una cinquantina di “reliquie”, di cui alcune inedite, tutte rigorosamente state stampate dall’artista, esposte (su un archivio familiare di circa ottocento scatti) segnano il passo di un reale grande talento – fragile, troppo fragile – autodistruttasi dopo un volo dalla sua casa nel Lower East Side di Manhattan. Non aveva ancora compiuto 23 anni.
Nata a Denver, Colorado, nel 1958, figlia d’arte – madre ceramista e padre pittore e fotografo – Francesca è cresciuta e si è formata tra gli USA e l’Italia (infanzia toscana e una turbolenta adolescenza romana. A Roma trova giusti stimoli e intuizioni ai suoi scatti “maturi”, a partire da quelli, sempre in autoscatto e sempre di piccolo formato, a cui si dedicava già dall’età di tredici anni.
Voglio che le mie foto abbiano una certa qualità senza tempo, personale ma allegorica, come accade ad esempio nei dipinti storici di Ingres, ma mi piace la ruvidezza che la fotografia conferisce a un nudo.

Scoperta alla sua prima esposizione postuma al Wellesley College (Boston) nel 1986, la Woodman divenne presto una figura centrale nell’arte visiva contemporanea, simbolo del surrealismo del suo tempo, attraverso la propria immagine come oggetto e rappresentazione del sé.
Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.
Dal comunicato stampa:

“[…] Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplosiva e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso e il misterioso […]
Il lento e calibrato percorso della mostra, in particolare lungo l’interminabile parete ovale della Gagosian Gallery, stimola l’osservatore a una doppia e dialettica riflessione e cioè sull’aspetto voyeuristico della trama e sulla condizione umana dell’ordito delle immagini in autoritratto. Quello che è stato definito il “testamento visivo” dell’artista, e che ha indotto univocamente gli addetti ai lavori a inscriverla nell’Olimpo dei fotografi, è il suo tentativo – riuscito – di mostrare evanescenza e vulnerabilità di un corpo e di un ambiente e di trasformarli in poesia. A costo di perdere le ali.
Marco FIORAMANTI Roma 10 Maggio 2026
