di Nica FIORI
Ville e Giardini di Roma. La grande mostra a Palazzo Braschi
Una cittĂ come Roma, che per le sue particolari vicende storiche ha avuto una concentrazione di grandi famiglie e ricchezze, ha visto a partire dal Cinquecento la realizzazione di ville insuperate per originalitĂ di progetto e decorazioni, che nei secoli passati hanno suscitato stupore e ammirazione tra i viaggiatori stranieri.
Una delle prime testimonianze di apprezzamento è del 1581, quando Michel de Montaigne nel suo Giornale di viaggio in Italia annotava, a proposito di esse, come
“l’arte possa ben utilizzare ai propri fini un terreno gibboso, mosso e ineguale, ché ne han saputo cavare bellezze inimitabili nelle nostre contrade pianeggianti [quelle francesi], riuscendo a sfruttare industriosamente tali irregolarità ”.
In effetti la disposizione di Roma su piĂą colli e la natura accidentata del suolo, lungi dallo scoraggiare la costruzione di grandi ville, hanno da sempre costituito gli elementi ideali per il loro sviluppo, stimolando gli architetti a ingegnarsi per trarre dalle diseguaglianze naturali un miglior effetto scenografico.
La mitezza del clima ha permesso, inoltre, l’insediamento di numerose specie vegetali esotiche, oltre a quelle più tradizionali, mentre l’abbondanza d’acqua ha consentito la realizzazione di elaborati ninfei, fontane e laghetti.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, diverse ville patrizie (tra cui la Ludovisi, la Patrizi, la Montalto, la Palombara) sono andate incontro a un destino inesorabile di distruzione, vittime dell’incontrollata esigenza di aree edilizie della capitale.
Roma rimane, comunque, una cittĂ molto verde, anzi rappresenta un unicum in Europa con circa 40 ville e parchi storici pubblici, gestiti dalla Sovrintendenza capitolina, ma non è in realtĂ così diffusa tra i cittadini la consapevolezza che i giardini sono beni culturali di enorme valore, non solo naturalistico ma anche architettonico, che bisogna salvaguardare per far sì che possano proseguire il loro percorso di vita nelle migliori condizioni possibili, senza pretendere tuttavia di riportarli al loro stato originario.Â
Fino al 12 aprile 2026 nel Museo di Roma a Palazzo Braschi sarà possibile ripercorrere, in maniera ampia e approfondita, lo sviluppo dei giardini di Roma dal Cinquecento alla seconda metà del XX secolo nella grande mostra “Ville e Giardini di Roma: una Corona di Delizie”.

Una mostra che attraverso quasi 190 opere di vario genere (dai disegni ai dipinti, dalle stampe ai manoscritti), prestate da prestigiose istituzioni nazionali e internazionali, permette di riappropriarsi visivamente del paesaggio urbano creato ad arte nel corso dei secoli per soddisfare il naturale bisogno di riposo e di svago del patriziato romano (compresi papi e cardinali), passando dal rigore geometrico del giardino all’italiana alla libertà del giardino paesaggistico, fino all’affermazione della funzione pubblica del verde cittadino, con le passeggiate ottocentesche e i giardini novecenteschi realizzati a seguito delle travagliate trasformazioni dovute al nuovo ruolo di Roma come capitale del Regno, che dal 1871 e fino al Ventennio hanno comportato la distruzione di molti importanti complessi.
Spesso poco conosciute e in molti casi inedite, le opere esposte offrono una straordinaria ricchezza documentale, svelando per la prima volta l’aspetto originario di spazi verdi oggi scomparsi o radicalmente rimaneggiati e proponendo nuove chiavi di lettura e interpretazione.
Sono inserite nel percorso anche alcune frasi di illustri pensatori, a partire da un’emblematica definizione del filosofo e sociologo Michel Foucault, sistemata all’inizio del percorso:
“Il giardino è la più piccola particella di mondo, eppure è il mondo intero” (Cfr. Degli spazi altri, 1967).
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, l’esposizione si inserisce in un più ampio e complesso programma di valorizzazione del patrimonio dei giardini storici romani. La mostra è curata da Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani, Sandro Santolini, con il supporto di un Comitato scientifico internazionale composto da Vincenzo Cazzato, Barbara Jatta, Sabine Frommel, Denis Ribouillault e Claudio Strinati. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura, con il contributo di Euphorbia Srl Cultura del Paesaggio. Il Catalogo è edito da L’Erma di Bretschneider.

La mostra, cui si accede da un portale che richiama analoghi esempi, è suddivisa in sei sezioni, contraddistinte nell’allestimento da diversi colori: cinque sezioni sono temporali, mentre una è tematica.

Il percorso di visita è arricchito da apparati multimediali e immersivi che offrono al visitatore la possibilità di approfondire e interagire con i temi trattati. Ad aprire l’esposizione è una grande mappa interattiva che fornisce una panoramica dettagliata delle ville storiche di Roma: un ponte virtuale tra arte e realtà che non solo introduce alla conoscenza delle opere, ma ne accresce la comprensione del contesto e dei meravigliosi complessi architettonici che le hanno ispirate.
La prima sezione, intitolata “Ville del Cinquecento, tra nostalgia dell’Antico e nuovi modelli”, ci fa intravedere un’epoca di grandi commissioni da parte di cardinali e papi e il colore scelto, come ha sottolineato Alberta Campitelli, “non poteva che essere il rosso cardinale”.
A partire dal Rinascimento, che a Roma esplode nel Cinquecento, vengono realizzati giardini di delizia, avendo come modello gli antichi Horti di epoca romana, un tempo deputati all’otium, ovvero al riposo e alle attività intellettuali e di caccia. Con la sistemazione del complesso del Belvedere sul colle Vaticano il Bramante creò il prototipo del giardino a terrazze, che ebbe tanto successo in età rinascimentale e barocca e dettò la moda del giardino-museo, assecondando il gusto di committenti pervasi di cultura antiquaria.

Le vigne e gli orti disseminati nell’urbe vengono trasformati in giardini annessi a residenze, che impegnano i più grandi artisti del secolo, tra cui Baldassarre Peruzzi, Raffaello, Antonio da Sangallo il Giovane, Pirro Ligorio, il Vignola, Bartolomeo Ammannati e altri.
Oltre al Belvedere vaticano, Villa Madama, Villa Giulia, la Farnesina alla Lungara, Villa Medici, Villa Lante, Villa Aldobrandini e il perduto Giardino Cesi in Borgo sono documentati in mostra da opere di celebri artisti, quali Hendrick van Cleve, Caspar van Wittel, Paolo Anesi e di altri meno noti. Particolarmente interessante è la veduta di Villa Mattei (divenuta poi Celimontana) di Joseph Heintz il Giovane, del 1625 circa, che restituisce in dettaglio l’assetto dei luoghi. Un gruppo di acquerelli che riproducono Villa Madama sono stati realizzati tra il 1891 e il 1911 da Stefano Donadoni e provengono dal museo ospitante.


“Le ville del Seicento: fasto e rappresentazione del potere” è il titolo della seconda sezione, contrassegnata dal colore verde perché nel Seicento le ville tendono ad acquistare maggiori dimensioni, inglobando nella loro espansione terreni e vigne confinanti: pensiamo a Villa Borghese o a Villa Pamphili che rimangono tra le ville più imponenti ed estese dell’Urbe. Grazie alla riattivazione degli antichi acquedotti questi giardini vengono arricchiti di scenografiche fontane, progettate dai migliori artisti e architetti del tempo come Flaminio Ponzio, Carlo Maderno, Giovanni Vasanzio, Alessandro Algardi e Pietro da Cortona. Ai casini principali era affidata la funzione di accogliere ricche collezioni d’arte, che, oltre a essere esposte nelle sale interne, abbellivano anche le facciate, entro nicchie e riquadri, impreziositi tutt’intorno da una profusione di stucchi.
Tra le opere in mostra, ancora una volta ci colpisce uno straordinario dipinto di Joseph Heintz il Giovane, firmato e datato 1625, che ci fa scoprire come appariva all’epoca Villa Borghese, con alberi ancora molto piccoli e aiuole di tulipani.

Decisamente idilliaca appare la Veduta del Tempio di Esculapio a Villa Borghese di Albert Cristoph Dies (tempera su carta, 1793 circa, Collezione privata).


Numerosi altri dipinti sono relativi ad altre ville, tra cui le distrutte Villa Ludovisi, Villa Giustiniani, Villa del Vascello e quella del Pigneto Sacchetti, capolavoro precocemente perduto di Pietro da Cortona, che era un eccelso architetto oltre che grande pittore.
L’allestimento relativo al Settecento (tra magnificenza e “buon gusto”) è celeste e comprende una serie di dipinti che fanno capire il passaggio tra gli ultimi bagliori del barocco e l’inizio di una nuova temperie culturale.
Tra i giardini presi in considerazione, ancora di grande magnificenza ed eleganza, troviamo quelli di Villa Patrizi fuori Porta Pia, quelli di Palazzo Colonna sul colle del Quirinale – collegati all’edificio da ponti sospesi su via del Pilotta – e quelli progettati da Ferdinando Fuga per il Palazzo Riario alla Lungara, poi Corsini e oggi Orto Botanico cittadino.

Con la crisi economica si realizzano edifici più contenuti con giardini ridotti, quali la villa del cardinale Valenti Gonzaga presso Porta Pia, acquistata nell’Ottocento da Paolina Borghese. Molto più grande è quella del cardinale Alessandro Albani, progettata fuori Porta Salaria tra il 1747 e il 1763 da Carlo Marchionni, con Giovanni Battista Nolli, Giovanni Battista Piranesi e lo storico dell’arte antica Johann Joachim Winckelmann per la sistemazione della collezione di antichità .
I giardini mantengono un disegno formale con aiuole elaborate e assi prospettici, come si vede nell’incisione colorata di Francesco Panini del 1770 raffigurante la Veduta del giardino di Villa Albani, ma accolgono anche strutture tipiche dei giardini inglesi, come nel dipinto di Christoffer Wilhelm Eckersberg, raffigurante Il casino del bigliardo nel giardino di Villa Albani (1814-1816, olio su tela, Copenaghen, Statens Museum for Kunst).
Dopo questa prima parte espositiva è stata allestita una sezione gioiosa dal colore giallo, come scenario della vita sociale in villa. Ricordiamo che le ville patrizie, pur essendo molto fastose, non erano create per una stabile permanenza, ma per darvi feste o tenervi ricevimenti in occasione di ricorrenze particolari. Maggiore era la distanza dalla città , più diversa la funzione della villa, che poteva divenire il luogo preferito della villeggiatura stagionale, quando la calura estiva, che a Roma era particolarmente sofferta, sconsigliava il soggiorno nel palazzo di città . Essa diveniva quindi una necessità di vita per le classi più elevate.
Allo stesso tempo in questa sezione viene evidenziata l’importanza del verde nelle ville e nelle passeggiate aperte a tutti, in una democratizzazione che vede insieme, per esempio, le balie con la carrozzina accanto alle signore più eleganti in un grande dipinto del 1910 di Georges-Paul Leroux, intitolato Passeggiata al Pincio (olio su tela cm 217 x 430, Roma, Galleria d’Arte Moderna).

Ma già prima i nobili aprivano generosamente i loro giardini al popolo in occasioni particolari, come nel caso del pellegrinaggio delle Sette Chiese, che prevedeva una sosta per il pranzo nella Villa Mattei, come mostrato nel particolareggiato dipinto di un anonimo, databile al 1709-1717, proveniente dalla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri.

Segue l’Ottocento, il cui colore viola un po’ funereo (o meglio quaresimale) dell’allestimento si addice a un secolo di devastazione dei giardini, prima con l’occupazione francese e con la battaglia del 1849 per la difesa della Repubblica romana. Il secolo delle rivoluzioni non lascia spazio a residenze di delizia, mentre si afferma un nuovo modello, il verde pubblico della passeggiata, destinato non più alla nobiltà messa in crisi dai mutati scenari politici, bensì a un’utenza più ampia e “democratica”.

Dopo il 1870 si assiste a una demolizione di giardini storici, finalizzata a far spazio ai nuovi quartieri.
Non è mai troppo il rimpianto per la perdita di un patrimonio verde inestimabile, e che anche all’epoca – quando ancora non si era pienamente affermato il concetto dell’intangibilitĂ del bene artistico – è stata vissuta con dolore e indignazione da molti uomini di cultura. Quando la villa Ludovisi nel 1885 venne distrutta (fu salvato solo il Casino dell’Aurora) il giovane Gabriele D’Annunzio descrisse l’abbattimento dei “giganteschi cipressi ludovisii – che vedeva giacere- “atterrati e allineati l’uno accanto all’altro” – come un brutale sacrilegio ai danni di luoghi – “sacri alla Bellezza e al Sogno”. In mostra il “sacrilegio” è evocato da un dipinto del 1885 di Guglielmo Mangiarelli intitolato Abbattimento degli alberi di Villa Ludovisi.
Un cambiamento del paesaggio urbano è legato alla costruzione degli argini lungo il Tevere, che interrompono il rapporto tra la città e il fiume, distruggendo gli spettacolari affacci di alcune ville, come ci documenta Caspar van Wittel con la Veduta di Villa Altoviti. Nell’Ottocento le nuove classi sociali introducono una nuova tipologia abitativa, quella dei villini, che spesso utilizza lacerti di giardini superstiti delle antiche ville.
Fa eccezione la grandiosa Villa Torlonia in via Nomentana, che è l’ultimo esempio di grande villa romana, una sorta di pastiche di meraviglie architettoniche degne delle esposizioni universali dell’epoca. Iniziata dal principe Giovanni Torlonia agli inizi del secolo, fu ampliata da Alessandro Torlonia che, due anni dopo l’inaugurazione della villa, avvenuta nel 1840, fece rivivere una tradizione che risaliva addirittura agli imperatori romani erigendo due obelischi, giunti, dopo un fortunoso viaggio per via d’acqua, dalle cave di granito di Baveno sul lago Maggiore.

L’ultima sezione, in bianco, è dedicata al “Giardino romano nel Novecento tra propaganda, distruzioni e nuovi modelli”. Il Novecento è indubbiamente un secolo di grandi trasformazioni: molte ville vengono distrutte per lasciare spazio alla modernizzazione, mentre l’acquisizione e l’apertura al pubblico di Villa Borghese nel 1903, collegata nel 1908 alla Passeggiata del Pincio, segna un indubbio contributo al verde cittadino.
Dopo la tragica parentesi della guerra, il Regime fascista avvia una politica del verde legata alle nuove esigenze urbanistiche mussoliniane. Mentre il giardino di Villa Rivaldi sul colle Velia viene impietosamente distrutto per consentire l’apertura di via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali), si afferma contemporaneamente, per quanto disorganico e in funzione propagandistica, un incremento considerevole del verde pubblico. Ogni anno, in occasione del Natale di Roma, viene inaugurato un nuovo giardino. Ricordiamo Villa Glori, il Parco Nemorense o Virgiliano, Colle Oppio, il Giardino degli Aranci presso Santa Sabina e molti altri ancora, realizzati per lo più da Raffaele De Vico e raffigurati in piccoli dipinti da Carlo Montani.

Questa valorizzazione del primato del giardino italiano viene celebrato con due mostre, nel 1928 a Torino e nel 1931 a Firenze. In quell’occasione venne realizzato un modello di giardino romano (un mix di vari motivi di diverse ville barocche) realizzato in miniatura da Luigi Piccinato, che in mostra è illustrato in una foto d’epoca di Alinari.

Anche in questa mostra la Sovrintendenza Capitolina si è impegnata per rendere accessibili e fruibili i materiali esposti al più vasto pubblico possibile: è prevista la possibilità di ascolto di approfondimenti audio su una selezione di opere e di fruizione tattile con audiodescrizione di alcune tavole in riproduzione, insieme alla possibilità di partecipare a visite guidate tattili-sensoriali su prenotazione per non vedenti e ipovedenti accompagnati. Saranno inoltre calendarizzate visite con LIS per il pubblico sordo.
Nica FIORI Roma 23 Novembre 2025
“Ville e giardini di Roma: una Corona di Delizie”
Museo di Roma Palazzo Braschi, Piazza San Pantaleo, 10 – Piazza Navona, 2 – Roma
20 novembre 2025 – 12 aprile 2026
Orario: dal martedì alla domenica ore 10 -19. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Giorni di chiusura lunedì e 25 dicembre
Info: Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
www.museodiroma.it; www.museiincomune.it; www.zetema.it
