”Vi faccio un quadro in cui non c’è nulla di ciò che definite arte”. Dai ‘Gesti Tipici’ agli algoritmi: il lungo viaggio di Sergio Lombardo dentro il contemporaneo

di Lori FALCOLINI

Sergio Lombardo è stato per anni uno dei protagonisti del rinnovamento artistico in Italia che ha avuto indubitabili riflessi internazionali; negli anni ’60 del secolo scorso fece parte della cosiddetta ‘scuola di piazza del popolo’ insieme ad artisti come Schifano, Mambor, Festa, Tacchi, Kounellis che avevano come punti di riferimento il caffè Rosati e la famosa Galleria d’Arte la Tartaruga di Plinio de Martiis. E’ stato autore di numerose opere e performance che lo hanno visto protagonista in varie città italiane nonché a New York, Tokio e Parigi, ma ha saputo anche trasmettere la sua passione artistica ai più giovani come docente all’Accademia di Belle Arti di Roma. E’ noto anche come psicologo. Nell’intervista che ha concesso alla nostra collaboratrice Lori Falcolini ne ripercorriamo il percorso esistenziale ed artistico.

“Nel 1958, quando iniziai a dipingere i Monocromi, avevo meno di diciotto anni, stavo finendo il liceo classico e i miei interessi erano rivolti all’arte d’avanguardia … Mi incuriosiva sapere che forma avrebbe dovuto avere un oggetto sicuramente non artistico.” (Monocromi, Lombardo)

Così scriveva Sergio Lombardo in Psicologia dell’Arte, la rivista da lui fondata nel 1979 per divulgare le ricerche sperimentali nell’ambito della teoria eventualista di cui è stato iniziatore. La ricerca è sempre stata il fulcro della arte-non arte di Sergio Lombardo, un pittore italiano di fama internazionale, psicologo e docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, “una delle figure più originali e radicali dell’avanguardia italiana del secondo dopoguerra” (Erica Ravenna). L’intervista si svolge, all’ora del caffè, nella sua casa di Roma. Nella stanza arredata con divani color rosso cardinale, giganteggia Mattei e Nasser uno dei primi quadri di Gesti Tipici. I corpi oscuri delle due figure incombono dal fondo chiaro e fanno da quinta alla sagoma snella di Sergio Lombardo. Nella seconda parete, l’opera di Stocastica P35V14R6N1C2– ideata nel corso dell’ultimo anno e realizzata un mese fa – brilla di colore e di forme aguzze mettendo in scena l’ingegno e lo spirito arguto di Sergio Lombardo.

Sergio Lombardo, cominciamo dall’opera Mattei e Nasser. Tra le novità della tua pittura c’era anche la dimensione del quadro?

R: Questo quadro è stato realizzato nel 1963, più di sessanta anni fa. Allora nessuno capiva l’importanza delle dimensioni, i critici d’arte pensavano che io facessi quadri così grandi perché ero megalomane.

1 Sergio Lombardo, Mattei e Nasser, 1963, smalto industriale su tela, 230 x 180 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo

La dimensione di un volto è determinante nel rapporto con l’osservatore. Si crea una relazione one up/ one down dove il più grande ti intimidisce. La grandezza del quadro era per me uno strumento per provocare una reazione in chi lo guardava. Già in quell’epoca mi interessava la performance, l’happening. I miei quadri erano esposti nelle gallerie non per essere contemplati ma per provocare una reazione. Il contesto in cui sono nati i Gesti Tipici era la guerra fredda. Nel 1961, Roma era il centro della guerra fredda, un campo di battaglia tra comunismo e capitalismo. Bisognava convincere le persone con la cultura perché con le armi non si andava da nessuna parte. Per questo era guerra fredda. Roma non era paragonabile a qualsiasi altra città, aveva un prestigio enorme pur essendo ancora distrutta dalla guerra. Lo scontro tra queste due linee di pensiero avveniva sull’arte, la musica, lo spettacolo, il cinema. In questo contesto intuivo che all’improvviso erano apparsi dei personaggi, i dominatori del mondo. Io mi domandavo: “Perché mi fanno paura? Qual è l’aspetto concreto in cui manifestano il loro potere, il loro carisma?”. Lo esprimevano nei gesti. Con Gesti Tipici ho precorso Desmond Morris, la Pragmatica della comunicazione umana che poi è diventata una grande moda.

-Prima dei Gesti Tipici hai realizzato i Monocromi tra il 1958 e il 1961. Tu avevi venti anni. Come nascono queste opere che nelle tue intenzioni erano non-arte? 

R: Nascono dalla ribellione al mondo artistico. Nel dopoguerra si organizzavano molti incontri culturali anche nelle case private. A questi incontri partecipavano i critici d’arte e quelli di orientamento comunista avevano una grande autorità. Ti escludevano o t’includevano. Erano i giudici dell’estetica. Io andavo alle conferenze dei critici, agli incontri culturali privati e mi rendevo conto che ciascuno diceva la sua sull’arte in polemica con gli altri. Citavano Kandinsky o Paul Klee; dicevano che l’arte è una questione di forma, di colore, di composizione, di linea – ancora oggi ha senso, di sicuro lo ha avuto negli anni Cinquanta, pensa a Rudolf Arnheim-; c’era chi parlava di passione o di comunicazione, di espressione come se soltanto gli artisti si esprimessero! C’era chi definiva gli artisti poeti. Ma cosa vuol dire poeta?  Io avevo fatto il classico, mi ricordavo “Ermes ti prego… ho maledettamente freddo, batto i denti … dà un mantello a Ipponatte…” versi di una poesia semplice, diretta. Non c’era quell’ enfasi di cui parlavano i critici. Insomma, nessuno capiva cosa fosse arte, così io mi sono detto:” Vi faccio un quadro in cui non c’è nulla di ciò che definite arte”.

2: Sergio Lombardo, Nero 77, 1960, collage di carta, colla Vinavil e smalto su tela, 100 x 120 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo.

Allora, riduco la composizione a quella più banale come la disposizione delle mattonelle del bagno, tolgo il colore e faccio tutto nero, tolgo la forma e faccio tutti quadrati: realizzo un monocromo, un quadro che non esprime nulla.

-Mondrian con le dovute differenze andava nella tua stessa direzione?

3: Sergio Lombardo, P20 G1 N1, 2022, Tempera vinilica su tela, 150 x 210 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo.

R: No, Mondrian è poetico! La bellezza di Mondrian sta nell’irrazionalità dei suoi quadri. Sono fatti a occhio, quindi sono poetici. Io realizzavo i miei quadri con un algoritmo: disponi un numero X di tessere quadrate su una superficie Y e colora tutto di nero. Non è necessario essere artisti per fare un monocromo. Ciò che io avevo fatto nel 1958 in modo molto elementare ma anche sintetico era un’opera concettuale. Poi, è arrivata l’arte concettuale … In questo senso mi sentivo scienziato, specialmente se mi facevano forzatamente confrontare con gli artisti… con il cappello di traverso, vestiti in modo strambo… Io, invece, avevo la giacca la cravatta a volte il panciotto, a volte portavo l’orologio da taschino.

-Hai poi continuato ad elaborare l’idea dell’algoritmo.

R: Dopo i Monocromi e i Gesti Tipici ho fatto delle opere minimali, “sculture” in formica, un materiale molto freddo appena inventato, talmente freddo che lo mettevano nelle cucine facendole sembrare quasi futuriste. Io ho usato la formica per realizzare opere prive di creatività: aste, punti, forme geometriche semplici componibili. Queste opere erano per me stimoli che davo al pubblico con lo scopo di combinare i pezzi esteticamente e creare un’opera. Opere d’arte fai da te per fare esprimere l’emotività di chi le componeva. Poi, nel 1965, mi sono staccato dall’arte e avvicinato all’università occupandomi di estetica. La mia ricerca consisteva nell’elementarità di una provocazione, l’essenzialità di uno stimolo da rivolgere al pubblico. Volevo ottenere le risposte più diverse senza mai esprimere me stesso. L’essenzialità non era un fine bensì un mezzo per arrivare ad una relazione estetica con il pubblico. Non era arte relazionale bensì relazione estetica.

4 Scatola con 30 aste, 1967 (2017), legno laminato, 302 x 61 x 23 cm, foto di Manuel Montesano, courtesy Archivio Sergio Lombardo.

-La tua opera è andata avanti per sperimentazioni continue e “rotture”.  La Sfera con sirena era proprio espressione dello spirito rivoluzionario del ‘68.

R: Ho esposto la Sfera con Sirena nel 1969 a Roma e a Parigi, poi nel 1970 alla Biennale di Venezia in una sala personale. È stata una bomba ma i critici facevano finta di nulla. Io non mi adeguavo, non esponevo nelle gallerie che contavano anche se mi chiedevano di esporre perché sarei stato coinvolto nella interpretazione di arte di questi galleristi. Nel mio percorso ci sono diverse cesure: la prima tra monocromi, gesti tipici e formiche. La più forte di tutte è quella del 1970 con Progetto di morte per avvelenamento. Quella, secondo me, è l’opera relazionale ultima, non se ne può fare una successiva. Quella del veleno è una scelta esistenziale che devono fare tutti altrimenti si diventa zombi. Progetto di morte per avvelenamento era l’ultima possibilità della relazione estetica, quella più radicale. Poi nel ‘79 ho fatto Lo specchio tachistoscopico con stimolazione a sognare. Con uno specchio manipolato internamente provocavo le persone a sognare la loro vera immagine. Sempre questo dubbio tra vero e falso. Anche questa opera conferma l’ultima possibilità di arte relazionale. Io posso fare uno strumento per farti sognare ma poi la mia vita non continua con la tua. Più di quello non posso farti come artista. È un’opera ultimativa. Negli anni Ottanta ho iniziato la pittura stocastica che ancora faccio usando algoritmi matematici. Sono ingegnere dell’estetica, un ingegnere che inventa fatti estetici.

5: Punti extra (n.50), 1966-2005, legno laminato, 50 elementi di 15 cm di diametro foto di Manuel Montesano, courtesy Archivio Sergio Lombardo

-Per terminare, vorrei che mi parlassi dell’opera P35V14R6N1C2 che esporrai il 28 aprile nella Galleria Unosunove di Roma insieme ad altre tue opere.

6 Sergio Lombardo, P35 V14 R6 N1 C2, 2026, Tempere viniliche su tela, 300 x 150 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo.

Questo quadro è stato generato da un mio algoritmo che automaticamente crea forme diverse e imprevedibili. È una composizione minimale, una forma stocastica estremamente complessa dal punto di vista matematico. Ho inventato un algoritmo applicandolo poi meccanicamente e usando la stessa scala cromatica per molti quadri. Volevo che visivamente si sentisse questa complessità. Fra cinquanta anni lo troverai bellissimo. È un quadro molto difficile. Lo dipingo o posso anche farlo dipingere; la mia mano non è indispensabile. In questo quadro ho voluto esprimere l’anticipazione del futuro.  Non ha un nome, non ha un verso, è anche toroidale. Se fosse stato realizzato ad Abu Dhabi il mondo sarebbe impazzito!

-La tua arte nasce dalla ribellione?

R: Non nasce da una cosa sola. Nasce da tante cose, tra cui la paura, il coraggio, la grande attenzione alle intenzioni, a ciò che le persone veramente vogliono, all’autenticità. Quando io ero bambino era in corso la Seconda guerra mondiale, i tedeschi che prima erano amici erano diventati nemici e gli americani che prima ci bombardavano ci lanciavano le caramelle. Era un periodo storico difficile. Mia madre era socialista, figlia di ferrovieri. Quando arrivarono gli americani mi portò a San Giovanni ad accoglierli. Mi diceva: “Prima ci comandavano i tedeschi, adesso ci comanderanno gli americani”. A me bambino sembrava strana la sua adattabilità, il suo chinarsi e raccogliere le caramelle degli americani. Per me è stato sempre importante capire chi fosse l’amico e chi il nemico. Capire il pensiero reale della persona con cui stai in relazione.

Lori FALCOLINI  Roma 1 Marzo 2026

Tutte le foto sono state concesse dal Centro Studi Jartrakor fondato nel 1977 da Sergio Lombardo