“Una testa del Salvatore, che è presa dal Buonarroti”, ma non significa che “è” di Michelangelo Buonarroti: il ‘caso’ di un Salvator Mundi ‘vestito’ …

di Claudia RENZI

MICHELANGELO, LA SCOPERTA CHE NON C’è

È imperativo il verbo usato per annunciare il clamoroso ritrovamento degli ultimi giorni:

È di Michelangelo il busto scultoreo del Cristo Salvatore presente da secoli, finora anonimo, in Sant’Agnese fuori le mura a Roma”.

Fermento, fibrillazione: avevamo un Michelangelo dentro casa e non ce ne eravamo accorti… può capitare, ma appena affiorano altre notizie ecco che si comprende si sta parlando di un’opera non nuova agli studi, il Salvator Mundi (fig. 1), di anonimo, creduto un tempo di Michelangelo.

Fig. 1, Anonimo, Salvator Mundi, seconda metà del XVI sec., Roma, Sant’Agnese fuori le mura

La tradizione che attribuiva il busto alla mano del genio toscano è infatti antica: sembrerebbe citato come suo in un’edizione settecentesca delle Vite di Giorgio Vasari mentre nelle Memorie della gloriosa Vergine e martire S. Agnese raccolte da Giosafatte Massari, del 1776, p. 112, si parla di una “testa del Salvatore, che è presa dal Buonarroti”; nel corso dell’Ottocento era conosciuto da artisti e viaggiatori come di Michelangelo: Joseph Mallord William Turner ne trasse uno schizzo durante il suo viaggio in Italia nel 1819 (foglio oggi a Londra, Tate); lo scultore Emil Wolff ne licenziò una copia (1822-1823, Berlino, Charlottenburg Palace); anche Stendhal, grande ammiratore di Michelangelo, che esaltò nelle sue Passeggiate romane (1829), è probabile ne intendesse notizia.

Nel corso del Novecento, finalmente, diversi studiosi espressero perplessità circa l’attribuzione del busto di Sant’Agnese a Michelangelo – anche la frase di Massari “presa dal Buonarroti” è del resto significativa: non intende affatto “autografa” ma piuttosto ispirata a, alla maniera di, ovvero eseguita sulla scorta di opere certe del maestro – concludendo fosse piuttosto opera di un autore anonimo oggi ipotizzato di ambito romano e “di impronta michelangiolesca”: come tale compare nella scheda del Catalogo generale dei Beni Culturali.

La proposta di riattribuzione a Michelangelo avanzata da Valentina Salerno, che sul proprio sito web si definisce scrittrice, attrice, regista, pedagoga e storica della cultura, giunge dopo una “una minuziosa ricerca documentale” che quindi ristabilirebbe – sebbene i documenti chiarificatori, al momento, non siano stati prodotti – la verità.

Basta osservare il busto per comprendere che non può essere di Michelangelo: innanzitutto questo Cristo è vestito … Michelangelo non si è, com’è noto, mai fatto problemi a rappresentare il Redentore nudo. Un Salvator Mundi così marziale, freddo, accademico, abbottonato – in tutti i sensi –, “leccato”, non ha nulla del fervore michelangiolesco, della tensione emotiva di un genio profondamente innamorato di Cristo quale Michelangelo è. Forse Thorvaldsen avrebbe potuto tirar fuori un busto del genere, non Michelangelo.

Che il Salvator Mundi di Sant’Agnese fuori le mura rievochi il volto del Cristo portacroce detto anche Cristo Giustiniani (1514-1516, Bassano Romano, Monastero di San Vincenzo martire – fig. 2, fig. 3) non è prova dell’autografia, e anzi anche un rapido confronto visivo tra le due opere rende evidente che si tratti di due mani ben diverse.

Fig. 2, Michelangelo, Cristo portacroce Giustiniani, 1514-1516, Bassano Romano, Monastero di san Vincenzo martire
Fig. 3, Michelangelo, Cristo portacroce Giustiniani, particolare del volto

Com’è noto Michelangelo abbandonò la statua oggi a Bassano Romano poiché mentre lavorava al volto emerse un “pelo”, ovvero una vena nera sul volto, e ne realizzò un’altra versione (1519 ca.) oggi in Santa Maria sopra Minerva; il volto del Cristo Giustiniani – terminato da un anonimo scultore secentesco (che chi scrive propende a ritenere sia un giovane Giovanni Lorenzo Bernini) – costituisce forse la base da cui è partito l’autore del busto in Sant’Agnese, ma le tangenze finiscono qui.

Il busto è tornato tuttavia alla ribalta scatenando, dopo l’iniziale subbuglio, polemiche e attacchi a volte anche virulenti dato che per la ricercatrice esso non soltanto sarebbe autografo di Michelangelo da datare al 1534 ca., ma sarebbe anche e soprattutto un ritratto di Tommaso de’ Cavalieri (1509-1587), amico del maestro, definito in un servizio tg dalla stessa come grande “amore” di Michelangelo che poi, non è chiaro perché (indagare la mente del genio del resto è impossibile), lo avrebbe trasformato in Salvator Mundi.

Per la clamorosa identificazione con Tommaso de’ Cavalieri, si è fatto riferimento a un disegno conservato all’Ashmolean Museum di Oxford databile al 1520-1525 circa (fig. 4).

Fig. 4, Michelangelo, Testa virile, 1525 ca., Oxford, Ashmolean Museum

Non serve essere ritrattisti per cogliere come il disegno all’Ashmolean non ricorda neanche lontanamente il busto in questione, senza dimenticare che attualmente non esistono ritratti certi effigianti Tommaso de’ Cavalieri con i quali fare un confronto oggettivo.

Circa il nobile romano, infatti, esistono soltanto ipotesi che il suo volto sia quello del San Lorenzo nel Giudizio universale (1536-1541, Roma, Cappella Sistina) e che il Ritratto di giovane attualmente conservato presso il Musée Bonnat di Bayonne (fig. 5) costituisca un possibile suo ritratto giovanile, forse copiato da presunto e perduto autografo di Michelangelo, ma senza alcun appiglio probante, senza in pratica alcuna certezza. La prudenza, perciò, è d’obbligo.

Fig. 5, Anonimo (da Michelangelo?), Ritratto di giovane, seconda metà del XVI sec., Bayonne, Musée Bonnat

Se il disegno a Bayonne fosse un ritratto di Tommaso de’ Cavalieri è comunque palese che il Salvator Mundi in Sant’Agnese fuori le mura non è un ritratto dello stesso, e datare il busto al 1534, senza ulteriori giustificazioni, desta ulteriori perplessità: nel 1534 Tommaso de’ Cavalieri aveva 25 anni; il busto non pare effigiare né, per i motivi suddetti, il nobile, né un ragazzo.

Ma perché proprio Tomaso de’ Cavalieri? Perché, secondo l’ipotesi di Salerno il Salvator Mundi sarebbe rimasto nella disponibilità proprio di Tommaso de’ Cavalieri, appartenente come Michelangelo a una certa “confraternita”, per poi passare, dopo la sua morte, ai Canonici Lateranensi; l’ingresso nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura, dove sarebbe da allora rimasto, risalirebbe agli anni tra il 1590 e 1600, e si dovrebbe a un’iniziativa del cardinale Alessandro de’ Medici, futuro papa Leone XI. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno aggiunto, per pepare ulteriormente la news, che durante il periodo napoleonico l’opera sarebbe stata protetta da un intenzionale anonimato imposto per evitare una possibile espoliazione.

Per inciso, il grande “amore” di Michelangelo è stata senza dubbi Vittoria Colonna, con la quale il maestro condivideva l’adesione agli Spirituali – come il loro comune amico il cardinale Reginald Pole e tanti altri – e della quale ha lasciato ritratti dipinti e scolpiti dei quali non è tuttavia questa la sede per discutere esaustivamente.

Il problema è che anche se la Storia dell’arte non è una scienza esatta, e forse proprio per questo, chiunque si sente padrone di improvvisare e dire la propria su questo o quel maestro, di solito grande, con il risultato che più è celebre l’artista, maggiore è la bufala. Perché uno scoop su un artista noto soltanto agli storici dell’arte non fa notizia e il dilettante non va certo ad approfondire. Emblematico il caso di Caravaggio, sul quale fioccano voluminosi tomi, se non intere collane, a firma di esegeti estemporanei che, ovviamente, non apportano nulla di nuovo alla ricerca se non le loro personali e infondate interpretazioni.

Laddove mancano documenti, che a loro volta vanno contestualizzati e analizzati, sono le opere a parlare; ma come ha con sacrosanta ragione scritto il prof. Sgarbi “I documenti, come le opere, bisogna saperli leggere[1].

©Claudia RENZI, Roma, 8 Marzo 2026

NOTA

[1] Vittorio Sgarbi, Il busto del “Salvatore”? Non può essere una statua di Michelangelo, «Il giornale» del 06.03.2026.