Una replica all’intervista: l’evento “Cristo nostra Pace” non è stata una mostra di tipo ‘museale’ ma un’operazione cultuale e culturale.

di Sira V. Waldner

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento della dott.sa Waldner che contesta alcune osservazioni del Prof. Alessandro Zuccari contenute nella intervista concessasi e pubblicata nell’ultimo numero di About Art. Come sempre la rivista è aperta a contributi anche molto differenti nella logica che ci contraddistingue da sempre e che consiste nel promuovere la libera esposizione delle proprie idee; per questo – al di là di quanto impone la normativa vigente sul  diritto di replica mezzo stampa– accogliamo questa serie di precisazioni lasciando aperta a chi vuole la possibilità di intervenire e ai lettori la possibilità di farsi una propria idea.

Replica all’intervista ad Alessandro Zuccari

Le critiche mosse all’evento “Cristo nostra pace“ parte della rassegna «Il Giubileo è Cultura», che si colloca nel contesto del Giubileo Ordinario 2025, promosso dal Dicastero per l’Evangelizzazione con il supporto del Commissario Straordinario del Giubileo e ha interessato l’esposizione di Rubens e Caravaggio  nella chiesa di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona a Roma, meritano una riflessione più ampia: un’operazione cultuale e culturale, che va apprezzata nella sua particolarità e valore.
Come chi guarda solo una parte dell’elefante, la critica si concentra su un dettaglio, perdendo l’insieme: le obiezioni si concentrano prevalentemente su questioni attributive e metodologiche, ma così facendo manca il punto essenziale: non si tratta di una mostra museale, bensì un progetto, che restituisce le opere al loro contesto originario, la chiesa, e alla loro funzione primaria, quella di parlare ai fedeli attraverso la bellezza.
Giova ricordare che Papa Ratzinger ha indicato la Via Pulchritudinis come via privilegiata dell’evangelizzazione e, più profondamente, come cammino di salvezza per l’uomo. In questa prospettiva, appare quantomeno paradossale ridurre opere nate per la devozione, per la contemplazione e per l’uso liturgico a una mera speculazione attributiva, come se il loro valore si esaurisse nel grado di prossimità alla “mano del maestro”.
Il paradosso si accentua se si considera che, da un lato, si invoca giustamente la necessità di portare l’arte al pubblico e di favorire il dialogo; dall’altro, quando un’iniziativa riesce concretamente a riportare le persone in chiesa, a riattivare un rapporto vivo con l’immagine sacra – visibile anche nei gesti semplici e potenti, come l’accensione delle candele, segno di luce contro l’ignoranza – la si liquida come operazione discutibile. In realtà, qui non c’è nulla da censurare, ma semmai da riconoscere: la riuscita di un’impresa controcorrente, capace di restituire senso e funzione alle opere.
Non solo il museo, ma spesso le mostre stesse, anche quelle istituzionali, finiscono per essere ambienti artificiali: luoghi in cui le opere vengono sradicate, accostate secondo criteri estranei alla loro genesi, private della loro destinazione originaria. Se si volesse usare il termine “kitsch” nel suo significato più rigoroso – quello di un oggetto sottratto alla propria funzione e riutilizzato impropriamente – si potrebbe dire che l’opera sacra isolata, orfana del suo spazio e del suo uso, rischia di diventarlo più facilmente in questi contesti che non in una chiesa viva. In tal senso, riportare un dipinto nel suo ambiente naturale non è un’operazione discutibile, ma culturalmente e storicamente fondata e meravigliosa nel risultato: riportare l‘arte dall‘iconografia cristiana nel suo contesto.
Quanto alla scientificità delle opere esposte, è necessario sgombrare il campo da affermazioni che restano opinioni personali. L’Incredulità di Tommaso riferita a Caravaggio è un’opera notificata e valutata dal Ministero della Cultura, con una stima di svariati milioni di euro: sostenere che non sia “unanimemente riconosciuta” senza tener conto di questo dato istituzionale significa ignorare un passaggio fondamentale di verifica e responsabilità pubblica. Analogamente, la Madonna con Bambino attribuita a Rubens va letta alla luce delle varianti note, dei confronti stilistici e della documentazione disponibile, parte della quale è riportata anche nel catalogo dell’evento e resa accessibile a chi ne faceva richiesta. Non si tratta, dunque, di attribuzioni “campate in aria”, né di leggerezze metodologiche.
In conclusione, Cristo nostra pace non chiede di essere giudicata come una mostra accademica tradizionale, perché non lo è. Chiede piuttosto di essere compresa come un’operazione che rimette al centro la bellezza come esperienza, il luogo come parte integrante del significato, e l’opera come immagine viva, non come oggetto da laboratorio. Criticarla esclusivamente con gli strumenti della filologia attributiva rischia di essere non solo riduttivo, ma culturalmente miope. Qui non si è sottratto nulla alla ricerca anzi, opere di collezioni private, non visibili pertanto al pubblico e dagli studiosi, vengono semplicemente restituite alla loro valenza d’arte sacra: la sua voce, il suo spazio, il suo pubblico.
A conferma di ciò, oltre all’inaspettato numero di candele accese in chiesa – segno concreto di un aumento del tempo di meditazione nel luogo sacro, obiettivo autentico di ogni evento giubilare – si registrano anche le numerose testimonianze sui social che, con entusiasmo spontaneo, hanno segnalato la mostra come un’esperienza culturale offerta gratuitamente alla comunità…

Sira V. Waldner  8 Febbraio 2026