di Francesco CARACCIOLO
Giuditta con la testa di Oloferne di Giambattista Maganza il giovane
Si discute in merito all’attribuzione incerta di un dipinto seicentesco “Giuditta con la testa di Oloferne”, un tempo facente parte della Galleria Bigli di Milano e poi entrato nella collezione permanente della Banca Popolare di Vicenza presso la Pinacoteca di Palazzo Thiene dove lo scrivente ha avuto modo di poterlo osservare attentamente in una delle visite alla splendida dimora dei Thiene realizzata dal Palladio nel corso del ‘500.
L’opera in questione viene descritta nella scheda a pagina 88 del catalogo della Pinacoteca edito nel 2001 a cura di Fernando Rigon: reca l’attribuzione al Magagnò, al secolo Giambattista Maganza il Vecchio (1509-1586), pittore e poeta rustico approdato a Vicenza a partire dal 1539. L’attribuzione, confermata da Vittorio Sgarbi nel 2001, non trova riscontro però nell’agnizione che il sottoscritto avanza per tale opera. A parere di chi scrive, il dipinto (fig.1) potrebbe essere stato concepito da uno dei nipoti del Magagnò, ovvero Giambattista Maganza il Giovane (1577-1617), figlio di Alessandro e morto prematuramente all’età di 40 anni.

Spieghiamo il perché di questa autenticazione, partendo dal soggetto del dipinto per poi giungere all’analisi dell’impostazione compositiva e dei suoi caratteri stilistici. Innanzitutto, il quadro raffigura un noto episodio tratto dal libro di Giuditta: non già la decapitazione del generale assiro Oloferne, quanto il momento in cui la donna porta la testa del nemico nella propria città, Betulia, per appenderla all’esterno delle mura urbane e fungere da monito per gli assiri che nel vederla fuggono terrorizzati, per essere poi inseguiti dagli ebrei e successivamente annientati.
La composizione mostra un andamento a fregio in cui le otto figure sono disposte seguendo uno svolgimento paratattico, il cui fulcro è costituito dalla figura di Giuditta – abbigliata vistosamente con un nastro rosso in testa che le ricala fino alla spalla – che tiene con la destra la testa esanime di Oloferne. La particolare ambientazione notturna in cui sono inserite le figure rende ancor più avvincente e misteriosa la scena tratta da “Il Liber Iudith”, ossia il libro di Giuditta, un noto testo biblico deuterocanonico che narra la storia di Giuditta, un’eroina ebrea che salva il suo popolo sconfiggendo il generale assiro Oloferne. Inoltre, la costruzione del dipinto appare ben calibrata con il sorprendente motivo della fiaccola che fa emergere solamente i dettagli funzionali alla narrazione, illuminando soprattutto i volti pietosi dei giudei e i profili dei due protagonisti o smorzando le tinte degli abiti nell’oscurità. La resa di alcuni dettagli, come la mano del soldato ebreo protesa verso Giuditta e i volti che emergono dall’oscurità (così come gli incarnati dai toni caldi, i tocchi di bianco stesi sui manti e sulle armature dei giudei), rivela la mano di buona qualità di Giambattista Maganza il Giovane, più sensibile alle scelte luministiche e chiaroscurali derivanti dagli esempi di “notturni” eseguiti dai Bassano a partire dalla seconda metà del Cinquecento fino agli inizi del ‘600. Il raffronto con l’Incoronazione di spine (fig.2) del Museo Diocesano di Vicenza è molto stringente.

In questa seconda opera l’utilizzo dei forti contrasti chiaroscurali evidenzia vieppiù la cruenza e l’efferatezza del gesto violento compiuto dagli sgherri nei confronti del Cristo, scena tratta dagli episodi della Passione, esaltandone la drammaticità e il pathos.
Sullo scorcio del XVI secolo assistiamo in Veneto allo sviluppo prematuro della pittura a lume di candela grazie ai notturni di Francesco Bassano (1549-1592).

Parimenti tale tendenza si diffonderà in Lombardia e in Liguria: grazie all’influenza nordica, questo stile guadagnerà un forte consenso attraverso le sperimentazioni di Luca Cambiaso in Liguria e di Giovanni Girolamo Savoldo in Lombardia. Nel dipinto di Palazzo Thiene, con i sette personaggi in controluce che gravitano attorno all’enigmatica figura di Giuditta, il cui volto è presentato di profilo, la scena si carica di un tono drammatico e teatrale, enfatizzato ancor più dall’ambientazione assai suggestiva in cui i personaggi riemergono dal fondo buio grazie all’effetto della torcia accesa, impugnata dal soldato ebreo.
Lo stesso tono teatrale e fortemente sospeso ritorna nella Natività maganzesca della chiesa della Congregazione dei Filippini a Vicenza (fig.3), dove si possono riscontrare i medesimi effetti luministici e la tipologia dei personaggi (come nella posa assolutamente sovrapponibile delle due figure femminili all’estrema sinistra in entrambi i dipinti). Tale tipologia di personaggi è ricorrente nelle figure dipinte dai Maganza come, ad esempio, nell’Ecce Homo proveniente dalla chiesa dell’Aracoeli di Vicenza (fig.4).

Il balenìo delle armature nel dipinto della “Giuditta” di Giambattista Maganza il Giovane riecheggia invece in un’opera di Michelangelo Merisi, ossia il Martirio di Sant’Orsola (fig.5), tra gli atti estremi del grande estro creativo del Caravaggio, che forse trova nell’opera del Maganza il suo archetipo ideale (collegando con ottimi argomenti la formazione del Caravaggio anche in ambito veneto).

La rappresentazione delle figure femminili con teste mozzate avrà un enorme riscontro in tutto il Seicento italiano e non solo, quale, ad esempio, la mirabile messa in scena della Salomè con la testa del Battista, eroina biblica attorniata da un paggio e da altre figure femminili nel dipinto di Guido Reni (1575-1642), conservato all’Art Institute of Chicago, ma proveniente dalle collezioni romane della Galleria Colonna (fig. 6).

Il dipinto di G.B. Maganza il Giovane (vedi fig.1) misura 105 x 124,5 cm ed è un olio su tela proveniente dalla Galleria Bigli di Milano e ora a Palazzo Thiene a Vicenza, sede espositiva del Comune di Vicenza.
Francesco CARACCIOLO Vicenza 16 Novembre 2025
Bibliografia
