di Claudio LISTANTI
Macbeth di Giuseppe Verdi ha aperto con successo la Stagione Lirica del Teatro Verdi di Pisa grazie ad un nuovo allestimento curato da Fabio Ceresa, diretto da Giuseppe Finzi ed una buona compagnia di canto nella quale si sono distinte le due parti principale, Franco Vassallo nel ruolo del titolo e Vittoria Yeo in quello della Lady.
Mettere in scena Macbeth è molto impegnativo perché è un’opera simbolo della produzione verdiana che ha impegnato la fantasia del musicista in epoche diverse della sua carriera di compositore e che, oggi, è collocata tra i vertici del teatro lirico di tutti i tempi.
Scritta nel 1847, è la decima opera di Verdi, il primo lavoro nel quale compare in maniera tangibile la piccola/grande rivoluzione del compositore bussetano, che orienta la sua arte verso un teatro in musica basato su una più incisiva linea di canto, che si orienta verso il declamato ma senza abbandonare la melodia.

Si distaccava così da quello stile che caratterizzava l’opera prima del suo ingresso in questo campo, che aveva come vertici i grandi capolavori di Bellini e Donizetti, le cui tracce sono presenti nel primissimo Verdi. Con Macbeth il musicista, già nel 1847, guardava con una certa chiarezza al futuro evidenziando i prodromi di quella che sarà la sua produzione matura, da Don Carlos ad Aida per giungere ad Otello e Falstaff. Prese ispirazione dall’omonima tragedia di William Shakespeare, drammaturgo del quale Verdi era profondo conoscitore, i cui drammi colpirono la sua sensibilità di artista. Nel 1847 Macbeth di Shakespeare non era ancora stato rappresentato in Italia nonostante fossero state approntate diverse traduzioni nella nostra lingua. Verdi riuscì a giungere ad una interpretazione rivolta ad evidenziare gli aspetti fantastici dell’originale shakesperiano, con un’opera attenta e particolarmente intelligibile per la comprensione del testo e dell’essenzialità del dramma.

Poi, nel 1865, Verdi ne preparò una edizione revisionata per l’Opéra di Parigi, apportando alcuni cambiamenti, non solo arricchendo la parte ‘magica’ e ‘fantasiosa’ delle streghe nel terzo atto con l’inserimento della necessaria (per quella piazza) parte ballettistica ma anche apportando modifiche al finale, togliendo una delle arie più esplicitamente legate alla sua prima maniera, quella della Lady del secondo atto ‘Trionfai! Securi alfine’ sostituita da ‘La luce langue’ assieme ad alcune modifiche alla strumentazione. Inserì un finale più grandioso incline al genere Grand Opéra parigino togliendo l’aria di Macbeth ‘Mal per me che m’affidai’ ed inserendo un ‘fugato’ di ottoni per simboleggiare la battaglia finale che si conclude molto brillantemente con l’inno di vittoria sul feroce Macbeth. Questa scelta è contrastante con il finale 1847, per alcuni molto più vicino a Shakespeare ma per altri critici più brillante ed incisivo
Nel complesso l’opera, però, non fu stravolta in quanto conservò tutte quelle caratteristiche di novità prima accennate. Se l’edizione 1847 ebbe successo quella del 1865 mise in luce qualche riserva da parte della critica. La prima stesura, come avveniva sempre per i rifacimenti, cadde nel dimenticatoio. La versione 1865, poi, uscì di repertorio man mano che il ‘900 avanzava. Pur se la maggior parte delle opere di Verdi rimasero in repertorio, Macbeth fu per anni sconosciuta a molti.
Per il Macbeth la rinascita però partì a metà ‘900 grazie a quel fenomeno chiamato Verdi-Renaissance attuata da esecutori di lingua tedesca, forse attratti dalle indubbie caratteristiche ‘espressioniste’ che l’opera contiene. Nel 1943 rilevante fu una esecuzione di Karl Böhm all’Opera di Vienna che riaccese i riflettori su questa partitura. Poi si passa al dopoguerra (1952) con la Scala che produsse una leggendaria esecuzione con la Callas che pose all’attenzione il capolavoro presso il pubblico italiano. Da allora Macbeth comparve, progressivamente, nelle stagioni operistiche italiane ed internazionali fino a rientrare pienamente in repertorio. Oggi Macbeth è praticamente rappresentato ovunque seppur prevalentemente nella versione 1865, come qui a Pisa ma, sovente, anche nella versione 1847.
Questa particolarità ci fa capire che mettere in scena Macbeth, oggi, non è semplice soprattutto per individuare una chiave di lettura che abbini la tradizione alla ricerca di novità che possono rendere l’ascolto sempre più stimolante e coinvolgente.

Il Teatro Verdi di Pisa ha affidato la realizzazione scenica al regista Fabio Ceresa, artista teatrale tra i più apprezzati in Italia e a livello internazionale. Ceresa ha costruito uno spettacolo del tutto godibile partendo da una interessante idea di base capire, cioè, se “La sorte degli uomini è legata al caso, oppure a un destino già scritto?” (queste le sue parole contenute nelle sue note di sala pubblicate nel programma della serata.
Secondo il suo modo di vedere per ogni individuo tutto è già stato previsto. Ogni nostra decisione e ogni nostra azione è già prevista in partenza anche se frutto delle nostre intenzioni e del nostro individualismo.
Su questa base anche tutti i comportamenti della coppia diabolica Macbeth-Lady sono stati già previsti e preordinati. Per mettere in risalto questo suo pensiero ha donato il centro della scena a tre personaggi mimici, tre donne, una chiara derivazione delle Parche, che avevano in mano il nostro destino e che avevano ognuna una funzione, la prima tesse il filo della vita, la seconda stabilisce la durata e gli eventi della vita e la terza taglia il filo della vita. Questi tre personaggi uniti da una enorme e significativo filo rosso sono stati gli elementi chiave della realizzazione scenica ed incastonati all’interno di un quadrato chiuso da diverse cornici concentriche che ne evidenziavano con forza la centralità. Nel fondale una sorta di diaframma fotografico si apriva a seconda delle necessità sceniche per ampliare e rafforzare i vari momenti dell’opera.
Del tutto funzionali allo scopo le scene di Tiziano Santi alle quali si aggiungeva il necessario impianto luci felicemente creato da Cristian Zucaro. Le tre donne, quindi, influenzavano e sottolineavano ogni azione dell’opera che si svolgeva nella parte anteriore del palcoscenico. I movimenti scenici sono stati tutti curati e realizzati con efficacia a partire dalle due scene delle streghe con incisivi elementi magici e soprannaturali, realizzate anche all’utilizzo di danzatori che le ha rese entrambe vivaci ed elettrizzanti anche se è stato deciso di espungere le danze (soluzione discutibile anche se comprensibile per un teatro non in possesso di un corpo di ballo stabile). Al coro è stato affidato un ruolo di carattere ‘oratoriale’ che non disturbava l’insieme ma, anzi, ne rafforzava la drammaticità e la teatralità. Di grande effetto i costumi di Giuseppe Palella sia per la tonalità dei colori scelti sia per la foggia ‘regale’ dei due protagonisti. Le coreografie sono state realizzate da Mattia Agatiello che ha ricevuto la collaborazione della Compagnia di danza Fattoria Vittadini.
Questo nuovo allestimento del Teatro Verdi di Pisa è stato realizzato in coproduzione con diversi altri teatri, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Amintore Galli di Rimini, Teatro Carlo Felice di Genova, Teatro Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Valli di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Goldoni di Livorno. Ottima scelta per l’ottimizzazione dei costi che può far pensare ad economie di gestione e consentire una maggiore diffusione tra i pubblici di diverse città.

Di pregio anche la parte musicale affidata all’esperta bacchetta di Giuseppe Finzi che ha guidato l’orchestra con sicurezza e cura dei particolari, soprattutto con una condivisibile scelta dei tempi ed una pregevole fusione tra la parte strumentale e quella vocale per un ascolto coinvolgente ed elettrizzante nelle scene chiave. Una esecuzione alla quale ha giovato la presenza dell’Orchestra Regionale della Toscana (ORT) che ha confermato ancora una volta la sua indubbia qualità di base dovuta alla presenza di ottimi strumentisti ed alla frequentazione del repertorio sinfonico che ne irrobustisce le sonorità e la duttilità necessaria per le sfumature che, nell’opera in generale e in Verdi in particolare, sono elementi indispensabili per la riuscita.
La parte corale, in Verdi sempre impegnativa, è stata eseguita in maniera del tutto soddisfacente dal Coro Arché diretto da Marco Bargagna.

Per eseguire Macbeth occorre la presenza, in particolar modo per i due interpreti principali, di cantanti portati per il repertorio verdiano, soprattutto in possesso della capacità di realizzare il declamato in maniera del tutto espressiva alla quale devono abbinare una propensione a frequentare il registro grave e quello acuto con sicurezza e naturalezza. I due interpreti scelti qui a Pisa hanno interpretato le loro parti in maniera del tutto soddisfacente. Franco Vassallo è un baritono che riesce a raggiungere il registro acuto con una certa facilità e, inoltre, i ruoli verdiani ricoprono una sostanziosa parte della sua carriera.

Qui ci ha dato un Macbeth vibrante e coinvolgente al quale si può rimproverare di essere andato un po’ sopra le righe nel primo atto, forse per dimostrare di essere padrone del ruolo ma nell’economia della recita del tutto inutile.
La sua prova è migliorata progressivamente con il proseguo della recita risultando così vero e proprio elemento catalizzatore per tutta l’esecuzione alla quale ha donato anche la sua importante presenza scenica frutto, forse, dell’aver praticato nei suoi studi il Metodo Stanislavskij come evidenziato nei suoi cenni biografici. Per lui successo trionfale al termine della recita.

Trionfo meritato anche per il soprano di origine coreana Vittoria Yeo che ha messo a disposizione della recita tutta la sua esperienza vocale che l’ha vista spesso protagonista in diverse produzioni di prestigio. Qui ha dimostrato carattere ed incisività con la sola controindicazione che questa parte alle volte tende ad andare verso gli acuti a piena voce, caratteristici dei soprani wagneriani, come verso la tessitura più grave del mezzosoprano regalando al ruolo il chiaro esempio del soprano drammatico di agilità caratteristico dei grandi ruoli verdiani. La Yeo ha interpretato la parte della Lady con sicurezza ma con qualche problema sugli acuti, a volte risultati un poco metallici e poco corposi ma, nel complesso, una interpretazione vocale e teatrale di ottimo spessore. Anche per lei vistoso successo personale al termine.

Nelle altre parti un Banco di grande esperienza con la voce di Roberto Scandiuzzi che sempre riesce a dare il giusto risalto ai personaggi interpretati grazie alla sua corposa voce di basso che, oggi, resiste alla sfida del tempo. È riuscito a dare risalto ad un ruolo che possiede più qualità che quantità ma che per essere realizzata pienamente ha bisogno proprio di una voce come quella di Scandiuzzi che ha meritato i corposi applausi al termine della recita.
Macduff era il tenore Matteo Falcier anche per lui una parte ingrata perché poco visibile all’interno dell’esecuzione per un personaggio che emerge solo nel quarto atto con l’aria ‘Ah la paterna mano’ da lui interpretata con sicurezza.
Nelle altre parti c’erano Francesco Pittari Malcom, il romeno Alin Anca per tdiversi personaggi, Medico/Domestico/Sicario/Araldo e Prima Apparizione. Poi Ludovico Ulivelli Seconda Apparizione e Sofia Ristori Terza Apparizione, entrambi solisti del Coro Voci Bianche Scuola di Musica G. Bonamici, tutti soddisfacenti per queste due parti loro assegnate.
Come già accennato la recita del 2 novembre alla quale abbiamo assistito all’interno di un teatro al limite della capienza si è conclusa con un vero e proprio successo, propiziatore (ci auguriamo) per il proseguo di una stagione lirica colma di soddisfazioni e successi.
Claudio LISTANTI Pisa 9 Novembre 2025
