di Claudio STRINATI
Gianfranco Notargiacomo lo seguo e l’ ammiro fin dai tempi della giovinezza,
Cose in comune ne abbiamo tante ma interessano solo la nostra amicizia. Una però, almeno una la voglio citare. Abbiamo avuto lo stesso maestro nel campo più specifico degli Studi. E si chiamava Emilio Garroni docente di Estetica all’ Università La Sapienza di Roma. Ma mentre Gianfranco con Garroni si è laureato, io ho seguito con assiduità e immenso rispetto i suoi corsi ma la tesi l’ho fatta, anche su consiglio di Garroni stesso, con Cesare Brandi.
Ma è uguale perché quella consapevolezza sul mestiere dell’artista, per me in sede storico-teorica e per Gianfranco in sede, diciamo così, operativa, viene da lì ed è rimasta potentissima in entrambi noi. Garroni, a differenza di altri insegnanti della strana materia, di Arte se ne intendeva sul serio e la sentiva in modo profondo e appassionato. I suoi testi sono capolavori di perspicuità e di testimonianza concreta di un amore ripagato.
Gianfranco certamente non è quel grande artista che è perché è stato allievo di Garroni ma, senza alcuna strategia, l’ insigne professore gli ha aperto la strada; tranne che agli artisti bisogna insegnare quello che sanno già . Ma bisogna che se ne accorgano di sapere quello che sanno, e Garroni questo lo ha realizzato egregiamente.
Gianfranco, infatti, non è affatto un teorico alla maniera (eletta, beninteso) di un Giulio Paolini. Tutto al contrario. Ha lavorato sempre con la più assoluta spontaneità e ardentissimo coinvolgimento emotivo nonché con una ragionevolezza scaturita da un senso infallibile dell’ ironia ( una di quelle virtù che confinano pericolosamente col vizio) e del disincanto. E questo Dna lo ha reso un artista magnifico e la carriera è stata fin qui luminosa e i riconoscimenti sono arrivati e ancora ne arriveranno. L’ Accademia del Disegno di Firenze l’ ha accolto con onore e l’ Accademia di san Luca ( mi permetto di dirlo esercitandone, sia pure ancora per poco, la funzione di Segretario Generale) lo accoglierà tra pochissimo tempo e con altrettanto onore e merito. Merito, del resto, che Gianfranco si è conquistato anche con una più che prestigiosa parabola di docente d’ Accademia e universitario
 Ma è la sua carriera di creatore autentico che gli rende onore .
Mi ricordo che il primo impatto che ebbi col suo lavoro fu quello degli omini di pongo e pensavo: “ma guarda te, come mi sembra il perfetto gentiluomo anglosassone” ( per la verità romano di nascita e italiano vero, anche se non proprio nel senso di Toto Cutugno)! Così fervido ma compassato, mai avrei creduto che avesse generato questo pandemonio, una specie di Gulliver moderno con i suoi lillipuziani. Ma poi è arrivata la storia del Takète, che tutti conoscono e non è necessario spiegarla più di tanto, perché ciò che consolida la gloria di ognuno di noi, quando c’è è lampante di per sé, altrimenti non se ne parla.

Era ed è un ennesimo modo di incuneare un tema profondissimo di arte e scienza con la destrezza e la libertà del vero artista che, come il commovente Moustaki de Lo Straniero ( mi permetto di citare il titolo italiano) in perfetto parallelismo con gli esordi di Gianfranco “ruba quasi quanto dà ” .
Le avventure del Takète e di tutto quello che vi è collegato costellano l’intera carriera di Gianfranco. Sulle prime pensavo che fosse il vero e unico erede di Futurballa che sembrano mimare l’impeto non tanto del soldato interventista e per sua sciagura delirante quanto del centravanti che va in gol, e i tifosi lo chiamano la punta. Poi quello stile è dilagato verso perlustrazioni sempre più grandi e quasi sconfinate come la Roma Assoluta e altri lavori che hanno raggiunto la dignitas di opera pubblica come accadde a certi antichi.
Da un po’ di anni a questa parte mi viene spesso da paragonarlo con uno dei suoi piĂą insigni coetanei, Anselm Kiefer. Ha la stessa ansia di gigantismo e animazione universale, unita ad una sostanza implicita di riscatto, di sublimazione, di concreto esercizio del Kustwollen, come dicevano i grandi storici dell’arte austriaci di tanti, tanti anni fa.
Solo che Kiefer è un catastrofista oppresso da angosce politiche diventate sin dalla più tenera infanzia sostanza strutturale dell’ uomo e della sua creatività , mentre il gigantismo di Notargiacomo è “puro e senza ornato”, per usare un’ espressione che fu usata per Masaccio, altro suo degnissimo collega, dal solerte studioso Cristoforo Landino, uno che di arte se ne intendeva almeno quanto Garroni.
Claudio STRINATIÂ Â Roma 11 Novembre 2025

