Un padre tra umili gesta e alti valori: un viaggio tra passato, memoria e mito (Teatro Marconi, Oggi 17 Maggio ultima rappresentazione)

di Marco FIORAMANTI

Roma, Teatro Marconi

Miti

Scritto, diretto e interpretato da Felice Della Corte

Fino al 17 maggio 2026

ELOGIO DELLA MITEZZA

di Marco Fioramanti

Se durante una notte di tempesta l’uomo agita col braccio teso una lanterna in riva al mare quell’uomo è un pazzo, ma se immagina una barca che ha perso la rotta, quell’uomo è un salvatore.

Milan Kundera (Lo scherzo)

Poche parole hanno un plurale riferibile a due differenti singolari. “Miti” è uno di questi e può intendere sia l’essere “mite” che l’essere “mito”. Nel caso di questo spettacolo i due singolari vengono a coincidere in uno stesso individuo. Si racconta infatti la storia di una persona mite che diviene e si fa mito nei racconti del figlio attraverso un lungo e commovente monologo.

Philip Roth nel suo romanzo “Ho sposato un comunista” sostiene che noi spesso cerchiamo l’eroe sui campi di battaglia o chissà in quale clima particolarmente cruento ma non ci rendiamo conto che Il vero eroe è magari il tabaccaio sotto casa perché nella sua semplicità, pur nella sua vita molto semplice è capace di atti e gesti straordinari.

Ma prima di entrare nelle pieghe della sua memoria intima e personale, Felice Della Corte si rivolge ai suoi miti storici e alla loro autenticità, coloro che hanno inciso così profondamente nel contesto umano attingendo ai settori specifici, quelli della politica, dello spettacolo e dello sport. A cominciare dalla scelta coraggiosissima di Mikhail Gorbačëv che decise di liberare l’Unione Sovietica dal giogo del comunismo attraverso i concetti di ristrutturazione (Perestrojka) e trasparenza (Glasnost). È sua l’immagine che prende posto su uno dei sette cavalletti posti a semicerchio sul la scena.

Secondo mito, Marcello Mastroianni, mite nel suo proporsi, elegante e carismatico, dal fare distaccato, lasciava trasparire un velo di malinconica timidezza. Della Corte ci ricorda che nel 1962, la rivista americana Time gli dedicò la copertina come il primo straniero più conosciuto e ammirato negli Stati Uniti. Viene poi il turno della Věra Čáslavská, la sportiva cecoslovacca più decorata della storia, con sette ori e quattro argenti olimpici, e la ginnasta con più titoli olimpici a livello individuale, famosa per il suo dichiarato appoggio al movimento democratico cecoslovacco contro l’occupazione sovietica del 1968. Infine la storia dell’abbraccio e l’amicizia tra il saltatore tedesco Luz Long e il suo avversario afroamericano Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936.

Il registro del monologo entra nel personale dell’attore: un figlio il quale, attraverso le lucciole della memoria, ricrea passo passo la storia di suo padre – guida morale e spirituale – a partire dalle origini. Dalla concessione di rivendita di giornali, tabacchi e souvenir all’aeroporto napoletano di Capodichino si dipana un affabulatorio, affascinante racconto, labirintico, di storia di famiglia. L’autenticità di un padre attraverso le parole e i ricordi del figlio si fa rappresentazione, tradizione, come quella dei nomi “a scalare” (da papà “Luigi” a sé stesso “Felice” a suo figlio “Luigi”), insegnamento nell’umiltà dei sacrifici, rimemorazione nei dettagli: la monetina per salire sull’ascensore, la bacinella di moplen, la 1100 per andare a teatro, l’ingresso al cinema col film già cominciato da rivedere un’altra volta, l’amore incondizionato nel ricordo indelebile di una catenina d’oro.

Ecco perché un mite può essere mito – ci ricorda Felice Della Corte, commosso, sul finale dello spettacolo – ci sono solo due casi, o perché gli accadono una serie infinite di disgrazie o perché uno lo nota. Gli uomini semplici sono pochi, resistono, lottano e vi sorridono, se ti fermi se li guardi davvero li vedi sono ovunque sono umili, sono eroi silenziosi, li guardi negli occhi e riconosci gli occhi di tuo padre.

Inevitabile il profondo ringraziamento per questo spettacolo che ha permesso allo spettatore di cadere nell’effetto catartico dei propri ricordi, ritrovare frammenti dell’immagine paterna (e/o materna) conservati nel profondo, e riviverli, inaspettatamente a teatro, seduti su una poltrona di velluto rosso.

Marco FIORAMANTI  Roma 17 Maggio 2026