Un Guercino ritrovato: il “San Giuseppe col Bambino Gesù nella bottega”, e un enigma risolto

di Giuseppe RESCA

La comparsa alla critica di questo dipinto (olio su tela, cm 164/106), avvenuta di recente in una raccolta privata, permette di fare finalmente luce su una intricata diatriba, inerente all’attività di Giovan Francesco Barbieri, il Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666), nel quarto decennio del Seicento.

Giovan Francesco Barbieri, il Guercino (qui attrib.) San Giiuseppe con il Bambino nella bottega, Coll. privata

La questione inizia già a partire dal 1638, quando appare negli Inventari dell’Arcivescovado di Milano (1638, n. 247) un dipinto di analogo soggetto, tuttora in sede, di misure equivalenti (cm 165/125) e rispettoso delle forme del nostro: un doppio, a prima vista.

Una sintesi del percorso attributivo di tale tela è così formulata da Marco Bona Castellotti (Quadreria dell’Arcivescovado, Electa 1999, pag. 128/9):

“il dipinto, restaurato nel 1993, presenta un diffuso assorbimento del colore e numerose cadute di pigmento. Fonti e letteratura fino ancora a Nicodemi (1914) lo ascrivono al Guercino, mentre la critica moderna (Bona Castellotti 1980; Salerno 1988) lo ha declassato a copia da un originale perduto. Il “Libro dei conti” del pittore registra due dipinti con questo soggetto: uno destinato alle Suore di San Mattia a Bologna, nel 1634; l’altro donato dalla Comunità di Cento al Cardinal Durazzo, Legato di Ferrara, l’anno successivo. Entrambi sono menzionati sotto l’anno 1635 dal Malvasia (1678), che descrive con precisione una composizione analoga alla nostra tela, la quale è perciò da porre certamente in rapporto con uno dei due quadri, e più probabilmente col secondo, che a giudicare dalla cifra di pagamento doveva essere, come questo, di grandi dimensioni (cfr. Mahon 1991). Gli anni attorno alla metà del quarto decennio sembrano del resto convenire ad una simile invenzione, paragonabile per ampiezza di ritmo e sintassi monumentale …. ad altre opere di quel momento, in cui gli effetti della trascorsa esperienza romana conducono l’artista ad un linguaggio più impostato e nobile, ma ancora carico di pathos e di suggestioni naturalistiche.
Le pessime condizioni conservative rendono arduo esprimere un giudizio definitivo sull’opera, che tuttavia non sembra corretto considerare alla stregua di semplice copia. Vista la sua presenza già nell’inventario del 1638, parrebbe più congruo considerarla una replica uscita dalla bottega guercinesca, alle date già attivissima. Di essa non si segnalano infine ulteriori esemplari, né si conoscono disegni preparatori fra i molti di questo soggetto (cfr. Mahon-Turner, 1989); il che le conferisce una certa importanza nel documentare una composizione guercinesca non altrimenti nota).”

Quindi, le pessime condizioni conservative del dipinto superstite convincono la critica moderna che il quadro, entrato nella quadreria dell’Arcivescovado prima del 1638, sia non un originale del Guercino, (uno dei due citati dal Malvasia, e registrati nel Libro dei Conti), ma una replica di bottega.

Oppure che entrambe le fonti, Malvasia e Libro dei Conti, siano state imprecise nello specificare l’autografia dei due dipinti, uno dei quali (almeno quello all’Arcivescovado), sarebbe una replica di bottega. Così sconfessando implicitamente l’autorevolezza di entrambi, Malvasia (che pure era amico personale del Guercino) e Libro dei Conti.

Tutto è possibile, ma sarebbe buona regola attenersi alle documentazioni antiche (e, nel caso, queste sono antichissime), quando ci siano pervenute in maniera così aderente all’opera in esame.

Oggi, che si conosce perfettamente il modus operandi di Guercino, e l’uso massiccio degli aiuti di bottega (le fonti ne citano addirittura un centinaio nella sua) nel completare i suoi quadri, non viene il sospetto che anche questo sia il caso?

Non potrebbe il dipinto dell’Arcivescovado non essere una semplice replica di bottega, ma un originale di Guercino, con aiuti di bottega? Oltretutto, le condizioni imperfette di conservazione non escludono questa ipotesi, che rimane in linea rispetto alle fonti.

Veniamo adesso al nuovo dipinto, che ci permette una analisi esaustiva, se non definitiva, della questione.

Giovan Francesco Barbieri, Il Guercino (e aiuti?), San Giiuseppe con il Bambino nella bottega, Arcivescovado 

Ho seguito il restauro dell’opera, eseguito nello studio di Giulia Resca in tempi recentissimi, che ha permesso di decifrare attendibilmente quali parti spettino alla mano del Guercino, e quali invece agli aiuti di bottega.

Le due figure principali, San Giuseppe e il Bambino Gesù, sono di sua mano, a mio giudizio. Il resto no, come avveniva per opere di rilevanti dimensioni. E, dato che le condizioni del dipinto sono certamente migliori dell’altro all’Arcivescovado (a parte una rifilatura della tela nel lato di destra), questa valutazione può venire giudicata attendibilmente, rendendo così giustizia al gemello.

E non solo: anche al Malvasia e al Libro dei Conti.

Ecco, quindi, l’ipotesi atta a sciogliere l’arcano di una vicenda critica un po’ surreale. I due quadri sono concepiti in doppio, e contemporaneamente, probabilmente su due cavalletti vicini, per essere destinati a due committenti diversi. E, considerato il rilevante impegno che ne consegue, si fa uso di aiuti in maniera anche rilevante.

Entrambe le opere non sono perciò repliche di bottega, ma originali autografi del Guercino (Malvasia, Libro dei Conti), con interventi di bottega. Uno è stata rubricata all’Arcivescovado come Guercino già nel 1638: e non poteva essere diversamente. L’altro, fantasma fino a ieri, è ricomparso oggi, in tempo per chiarire l’equivoco.

Giuseppe RESCA  Roma 1 Ottobre 2025