di Stefania PASTI
Le logge Vaticane costituiscono il magnifico punto di arrivo della splendida stagione in cui Leone X trova in Raffaello il genio capace di dar forma visiva agli aspetti più alti e significativi del suo pontificato.
Le Logge sono costituite da una lunghissima galleria composta di tredici campate a volte, in dodici delle quali sono illustrate storie bibliche, mentre l’ultima è dedicata a episodi cristologici (fig. 1). Emblemi medicei sono poi sparsi ovunque in mezzo a una miriade di grottesche e stucchi “all’antica”, in un insieme di lussureggiante ricchezza decorativa.

Tralasciando le complesse questioni filologiche-attributive sui contributi dei vari allievi di Raffaello, sono i numerosi episodi biblici a costituire un enigma rimasto finora senza soluzione. Intanto c’è da sottolineare che da circa un secolo vasti cicli veterotestamentari erano diventati obsoleti, ma non è certamente un caso, e merita la più grande attenzione il fatto che i due massimi e più “moderni” artisti del Rinascimento abbiano creato sommi capolavori volgendo lo sguardo all’indietro per dar nuova vita a delle immagini ormai desuete, Michelangelo nella volta della Sistina, e Raffaello nelle Logge.
Il caso delle Logge è ancora più singolare, intanto per l’alto numero di episodi rappresentati, ben quarantotto, e poi per la rarità di molti di essi anche rispetto ai cicli veterotestamentari antichi. Leone X era molto colto, e certamente un buon conoscitore delle Scritture, ma qui c’è molto più che cultura biblica: escludendo una casualità nella scelta, le aspettative del papa dovevano risiedere in un filo conduttore che desse un senso all’insieme. Chi ha tessuto questo filo? E perché?
La risposta a queste due domande, che racchiudono tutto il senso delle Logge, è sempre stata sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno la vedesse, poiché è veramente il caso di dire che è “nascosta in bella vista”, secondo un raffinato gioco intellettuale tipico del Rinascimento in cui viene fornita una chiave di lettura apparentemente evidente, ma in realtà quasi impossibile da individuare nel mimetismo decorativo dell’insieme.
Nella quinta campata fra una miriade di altri stucchi compare un medaglione dove, sullo sfondo delle Logge stesse, un religioso agostiniano è inginocchiato in atto di porgere uno scritto a Leone X, che a sua volta lo benedice (fig. 2).

Chi sia questo agostiniano, dalla barba lunga, rigida e a punta lo si scopre in un confronto con una tavola del 1537 nella chiesa agostiniana della Trinità a Viterbo (figg. 3, 4), dove compare lo stesso personaggio in un’evidente replica del medaglione vaticano, un personaggio che risponde all’allora celebratissimo nome di Egidio da Viterbo, teologo e predicatore prediletto di Giulio II, e poi di Leone X.

4 a – 4 b Confronto fra la figura di Egidio nel medaglione delle Logge con quella della tavola viterbese
Nel medaglione Egidio porge al papa un rotulo, attributo di profeti, ad indicare che si tratta di un testo sacrale, e appunto profetico.
Si tratta infatti dell’opera maggiore di Egidio, dedicata proprio a papa Leone, l’Historia viginti saeculorum, in cui si dispiega la dimostrazione che la sua elezione era stata voluta dal cielo fin dagli inizi della creazione. La riconoscibilità con cui sono raffigurati tanto il papa benedicente e Egidio in ginocchio con uno scritto, quanto l’ambientazione all’interno delle logge, è talmente inequivocabile e intenzionale da creare una stretta correlazione fra i personaggi e il luogo, in un insieme coerente che conduce ad un’unica chiave di lettura possibile, l’unica per cui tout se tient.
Il dottissimo Egidio (Viterbo, 1469 – Roma, 1532), cardinale dal 1517, fervente discepolo di sant’Agostino, fu soprattutto uno studioso dall’infinita cultura, finissimo latinista e grecista, instancabile studioso di Platone e di Virgilio, e soprattutto della lingua ebraica, poiché quella era l’autentica lingua di Dio in cui erano state composte le Scritture. Nei mistici arcani dell’hebraica veritas si trova l’unica via per accedere a quel che all’uomo è concesso di conoscere del divino. Le lettere della parola di Dio scritte nella Torah (il Pentateuco) hanno dato vita alla creazione dell’universo, e la loro combinazione con la serie infinita dei numeri compone tutto ciò che esiste. Si tratta dunque della Cabbalà ebraica, in cui però Egidio, cabbalista cristiano, trova il fondamento delle verità del cristianesimo, e soprattutto la testimonianza che il Cristo è il vero ed unico Messia: i sapienti ebraici non riconoscendo questo assoluto fondamento della Verità dimostrano di non comprendere fino in fondo la loro stessa dottrina.
L’Historia è dunque un vastissimo trattato in cui la numerologia cabbalistica ha un ruolo di primo piano, in quanto la storia è divisa in venti epoche, dieci prima di Cristo e dieci successive poiché il dieci, il numero di papa Leone, è il numero perfetto che racchiude i significati reconditi di tutto il creato fino all’incommensurabile maestà di Dio. La storia è rappresentata come la vera providentiae imago, un racconto teologico in cui le profezie man mano si realizzano srotolando il disegno divino, al cui vertice si colloca il pontificato del virtuosissimo Leone, destinato a riportare in terra l’età dell’oro.
Egidio, uomo di pace, inizia la stesura del trattato del momento stesso dell’elezione di Giovanni de’ Medici: dopo il decennio di guerre dell’indomito Giulio II, l’elezione di Giovanni de’ Medici gli sembrò la risposta divina al comune anelito di serenità. Nel 1518 porta a termine la sua fatica, e la dedica a Leone, che è il suo interlocutore lungo tutto l’interminabile testo. Gliela dedica, e gliela dona, e Leone lo benedice accogliendo questa testimonianza della sua predestinazione celeste. Lo benedice all’interno delle Logge in cui questa predestinazione divina è dispiegata in immagini.
Egidio ha dedicato cinque intensissimi anni della sua vita a “costruire” il destino profetico di Leone X, predestinato fin dall’inizio dei tempi ad essere il Pastore Santo salvatore della cristianità. Ad ogni pagina dell’Historia, la Cabbalà ebraica, Platone, Omero, Virgilio, Pitagora, i misteri orfici, la mitologia antica, si intrecciano con i patriarchi, i profeti, e poi con i Vangeli, con i padri della chiesa, con un vasto repertorio di santi, per costruire un tessuto solidissimo a sostegno della sua tesi sulla predestinazione di Leone X
Le storie degli antichi patriarchi presenti nel testo si rispecchiano dunque negli eventi delle Logge come una prefigurazione del suo avvento. Dalle coste del Tirreno si ode il ruggito del Leone della tribù di Giuda (Leone papa) venuto con chiara voce a comandare e a rendere testimonianza: il pontefice tirreno per volontà di Dio prevale su tutti i maggiori patriarchi antichi di Israele: ne è testimone Giacobbe, che nel suo testamento celebra la vittoria del Leone di Giuda (sempre il papa) mentre guarda da lontano alla terra dove questi regnerà («la tua terra» dice Egidio), che non è Israele ma Roma. Così si spiegano anche i grandi emblemi medicei sostenuti da Vittorie alate al centro di ogni volta (fig. 5), poiché tutti gli episodi biblici che li circondano sono profezie dell’avvento e del trionfo del papa Medici, nel quale si realizzano tutte le promesse del Dio di Israele.

Gli stessi patriarchi ancora non sanno decifrare in profondità le parole di Dio che riguardano un futuro che essi stessi non possono comprendere. Così Abramo non può che intendere che la terra promessa in eterno da Dio alla sua immensa posterità sia l’Oriente ebraico, mentre lo sguardo divino è rivolto verso l’Occidente cristiano: termine della profezia divina e realizzazione del suo patto con Abramo è il sacro monte Vaticano dove le chiavi avrebbero regnato in perpetuo con Pietro, fino a Leone.
Melchisedec che sostituisce i sacrifici cruenti con l’offerta di pane e vino (fig. 6), così viene da Egidio accomunato al papa:
“Tu Leone, tu pontefice romano sei sacerdote in eterno non secondo l’ordine di Aronne, ma di Melchisedec. Se solo il sacrificio del pane e del vino portato da Melchisedec rimarrà in eterno, a possederlo in eterno sarà solo il tuo sacerdozio che in eterno persisterà”.

A Mosè, che già più volte era stato paragonato al papa come guida e condottiero e soprattutto latore della legge di Dio (fig.7), viene dedicato lo spazio maggiore fra i patriarchi, con la menzione di tutti gli episodi raffigurati nelle Logge, dove infatti gli vengono dedicate due campate.

Nelle storie di Giosuè c’è da sottolineare la rarissima rappresentazione della Divisione della Terra Promessa fra le tribù di Israele (fig. 8), su cui invece si sofferma un’intera pagina dell’Historia.

Le storie di Salomone concludono a sorpresa le raffigurazioni bibliche, ma anche questa anomalia si scioglie nel testo, dove è la storia stessa di Israele a concludersi con Salomone, il re più splendido e saggio prima della rovina. Il tempio di Israele di cui ordina la costruzione è sì la prefigurazione di quello di Roma (fig. 9), ma effimera è la sua magnificenza destinata a rapida e totale distruzione, mentre destinato a durare per l’eternità è il tempio edificato sul sacro monte Vaticano da Leone erede di Pietro.

Già nello scomparso monocromo sulla parete interna della campata era raffigurato il dissidio fra Roboamo e Geroboamo che portò alla divisione e alla decadenza del regno, fino a Nabucodonosor che avrebbe portato a compimento il disfacimento di Israele. Tristemente commenta Egidio:
“Così quella gloria degli ebrei, che durante il regno di Salomone apparve al suo culmine, andò in rovina nella stessa epoca in cui aveva brillato”.
La storia si volge a Occidente, dove la luce di Cristo non avrà fine.
Le sole quattro scene cristologiche che concludono il ciclo non ricercano la tradizionale concordanza fra Antico e Nuovo Testamento, ma vogliono testimoniare la presenza eterna del Cristo fra gli uomini. L’adorazione dei pastori e quella dei Magi rappresentano il momento in cui il Dio incarnato si manifesta al mondo, mentre con il battesimo prende inizio pubblico la sua opera redentrice, e l’istituzione dell’Eucaristia rappresenta l’eterno dono della salvezza (fig. 10).

In una scena scomparsa, con la Resurrezione aveva termine la parabola umana del Cristo che pur ritornando nella gloria dell’immortalità divina, sarebbe rimasto per sempre fra gli uomini nell’Ostia consacrata.
Anche le grottesche e gli stucchi intorno agli affreschi biblici si rispecchiano nell’opera egidiana, in cui ogni mito pagano diviene un sostegno delle verità della fede, poiché la visione di Egidio rimane totalmente cristiana anche nell’accogliere tante tradizioni non cristiane. Dio è talmente grande che una scintilla della sua luce è penetrata dovunque, ed è quella salvifica scintilla divina che Egidio ricerca in tradizioni lontane dal cristianesimo, che invece per lui del cristianesimo danno testimonianza.
Quando le Logge furono decorate, Leone X (†1521) e Raffaello (†1520) erano giovani e nel pieno del loro splendore, nessuno poteva immaginare, e loro ancora meno, che di lì a poco sarebbero morti entrambi.
Con la loro morte finisce un’epoca di straordinaria apertura verso le più svariate tradizioni e culture. Egidio morirà più tardi (1532), dopo l’orrore del Sacco del 1527, di cui darà irata e cupa testimonianza nella sua ultima opera, la Scechina, lontanissima ormai dagli irrecuperabili fasti dell’Historia.
Un intero mondo era tramontato per non più risorgere: memoria e monumento dell’epoca leonina rimarranno la grande speranza e fiducia, disattese dalla storia, che Egidio esprime nel suo trattato, e che Raffaello con i suoi seguaci traspone nelle Logge.
Stefania PASTI Roma, 27 Settembre 2026


